Brasile: oscure elezioni e democrazia vacante.

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Copacabana, (quindi, Rio de Janeiro), forse Jorge Amado e il samba, l’Amazzonia, il nome di qualche calciatore. Probabilmente sono queste le parole che ci vengono in mente quando sentiamo nominare il Brasile.

Eppure, non sono quelle che, da qualche mese, leggiamo sui giornali che riportano le ultime novità su questo estesissimo Stato federale. 

Leggiamo “elezioni”, “Lava Jato”, “Lula”, “Bolsonaro”, “corruzione”, “attentato”.

Perché? Cosa sta succedendo di così importante, seppur difficile a comprendersi, tanto che l’eco delle notizie giunge fino a noi? 

Abbiamo news fresche  di stampa da cui partire per tentare un’analisi.

Da circa ventiquattro ore conosciamo il risultato del primo turno delle elezioni presidenziali, che hanno visto la popolazione brasiliana avente diritto recarsi alle urne domenica 7 ottobre. Ciò che ne risulta non ha lineamenti netti e puliti come ci si aspettava. È vero, il favorito secondo i media, Jair Bolsonaro, ha “vinto”. Lui, esponente del PSL (Partido Social Liberal), “estremista di destra”, paladino dell’autoritarismo, come ci ricordano le nostre principali testate (e, di recente, vittima di un attentato durante una manifestazione propagandistica), non ha conseguito, però, una vittoria definitiva, avendo totalizzato a suo favore il 46% dei voti ed essendo, dunque, esposto all’obbligo di presentarsi al ballottaggio con il secondo candidato più votato, Fernando Haddad, esponente del PT (Partido do Trabalhadores), estremo rimpiazzo di Luiz Inàcio Lula da Silva (detto Lula), che ha raccolto circa il 29% dei voti. 

Ma chi è Bolsonaro? Quanto ha influito la sostituzione di Lula sulla sua vittoria, in questa tornata? E come si inseriscono tali vicende nella storia attuale brasiliana?

La storia del Brasile è complessa e presenta molti lati oscuri, ancor meno visibili da noi, che viviamo tanto geograficamente e culturalmente lontani. Ma, di certo, dati fondamentali da riportare sulle vicende storiche del paese, sono la passata e la presente forma politica che ha assunto e assume lo Stato brasiliano. 

Infatti, la forma statale brasiliana si presenta come democratica, nell’immediata contemporaneità, solamente nel 1985 (anche se dobbiamo prendere con le pinze la definizione di piena democraticità di questa Repubblica Federale), dopo un lungo periodo di regime militare, durato ventuno anni (1964-1985).

É importante ricordare questo passaggio storico, per capire come le èlites militari esercitano ancora una pressione politica sulle istituzioni federali.

È qui che possiamo presentare Jair Bolsonaro, ex capitano dell’Esercito e uomo politico da ben ventisette anni. Memorabili e indicativi delle sue reali intenzioni politiche sono alcuni dei suoi discorsi. Nel 1993, in parlamento (nel quale ha sempre militato tra le file di partiti di destra), ha esaltato la dittatura militare, ritenendo il sistema democratico inadeguato alla risoluzione dei problemi del paese. In occasione dell’impeachment dell’ex presidentessa Dilma Rousseff, esponente del PT (unica, poiché guerrigliera durante la dittatura, a dare il via a un’operazione giudiziaria contro i crimini compiuti dall’esercito durante il regime, istituendo la Commissione della Verità nel 2011), egli ha esaltato la figura di Carlos Alberto Ustra, torturatore, anche ai danni della Rousseff, nei lontani anni del regime. 

È evidente che Bolsonaro è il rappresentante politico della Forza Militare brasiliana (nonché portatore di idee xenofobe e sessiste, contro le quali nutrite manifestazioni, ad alta concentrazione femminile, hanno sfilato per le strade del Paese nelle ultime settimane), uno degli organi che più esercita potere e pressione all’interno dello Stato, tanto che, nell’avvicendarsi delle differenti tornate presidenziali e politiche, sempre si è temuta la possibilità di un nuovo golpe da parte dell’Esercito, che, come abbiamo visto, solo tardi e relativamente ha pagato per i crimini commessi durante il ventennio dittatoriale. 

Ciò lo evinciamo non solamente dai passati discorsi del così detto “Trump tropicale” (forte, infatti, il suo spirito nazionalistico, come ricorda lo slogan “Il Brasile sopra tutto, Dio sopra tutti”, con il quale si avvicina anche a un altro dei poteri forti brasiliani, costituito dalle Chiese Evangelica e Cattolica)  ma anche dall’entità dei suoi più stretti collaboratori e dal proprio programma elettorale.

Uno di quelli che più ha paventato la possibilità di un nuovo golpe militare, esponendola durante una riunione pubblica in una loggia massonica nel 2017, è, infatti, Antônio Mourão, Generale dell’Esercito che oggi concorre con Bolsonaro, in tandem, per la carica di vicepresidente. È noto ai brasiliani anche per il suo razzismo, come riporta una testata online locale: Já afirmou que, no Brasil, a indolência se deve aos indígenas, a malandragem, aos negros”[Justificando, 12/09/2018, “Quem é Antônio Mourão, general que pode comandar o País em um possível impeachment de Bolsonaro?”], che, tradotto, intende dire :“Ha già affermato che, in Brasile, l’indolenza è dovuta alle popolazioni indigene, alla feccia, ai neri”.

Questi gli uomini che dovrebbero guidare uno degli Stati più grandi al mondo. 

Ma, ritorniamo al programma di Bolsonaro. Al centro dei suoi discorsi propagandistici, è esaltato un futuro che vede ogni cittadino possessore di un’arma per difendersi, mentre, dal punto di vista prettamente economico, viene esposto un acceso programma di privatizzazioni di aziende pubbliche, perché, a suo dire, lì si è annidata, negli anni, la corruzione. Un programma che si rifà al liberismo più sfrenato, come recita un suo ulteriore slogan “Libertà, proprietà privata e famiglia”. 

Molto conservatore.

Con il termine “corruzione” guardiamo ad un altro importante fattore che, con ampia probabilità, ha portato Bolsonaro a raggiungere il risultato elettorale prima riportato: la carcerazione di Lula. 

Lula, segretario del PT, già Presidente della Repubblica per due mandati, è stato condannato a scontare dodici anni e un mese di carcerazione per corruzione passiva e riciclaggio da parte del giudice Sergio Moro, ormai famosissimo per aver gestito il processo “Lava Jato”, che potremmo paragonare, nonostante le divergenze, al nostro “Mani Pulite”. Inoltre, è stata negata all’ex presidente la possibilità di ricandidarsi (nonostante sia in corso un ulteriore procedimento giudiziario a suo carico, non concluso), sfruttando ciò che espone la “Lei da ficha limpa” (“Legge della fedina pulita”), promulgata nel 2010 (durante il mandato dello stesso Lula!), provocando reazioni fortemente indignate, sia a livello nazionale, soprattutto nel Nordeste, che internazionali.

Non basterebbe un articolo per spiegare tutte le sfaccettature riguardanti il processo giudiziario (e politico) che ha intaccato la figura di Lula, che, nei sondaggi sui candidati alla presidenza favoriti, era in testa fino allo scorso agosto.

Eppure, per capire la gravità di ciò che è accaduto, basti pensare che vi è stata una forte pressione militare sui giudici durante le operazioni processuali (i quali sono stati invitati da alti ufficiali dell’Esercito a non lasciare i reati impuniti) e che il Comitato per i diritti umani delle Nazioni Unite ha sollecitato, nel mese di agosto, la Commissione elettorale brasiliana a riconsiderare l’incandidabilità di Lula, esortando il governo a permettergli l’esercizio dei propri diritti politici, anche dal carcere, e di attendere la fine delle indagini e il giudizio conclusivo per ogni punto d’accusa prima di negargli la candidatura. 

Ma solo uno su sei fra gli appartenenti alla Commissione Elettorale ha deciso di seguire le parole pronunciate dal Comitato Onu.

Così, la Giustizia si fa strumento della Politica.

Una politica repressiva, soffocante, non libertaria né democratica.

Una politica che va contro chi è amato, nonostante tutto, dal popolo (soprattutto dalla sua componente più povera).

Ma dobbiamo, ancora, attendere il secondo turno, per cercare di avere una visione completa del tutto.

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Isabella Daniele

Nata nel '98 in terra sicula, sono iscritta a "Lettere Classiche" presso l'Università di Catania. Allieva della Scuola Superiore di Catania, amo la scrittura, i lunghi viaggi, l'arte e lo studio, e il mio migliore amico è il greco (antico). Cerco la poesia nell'ombra delle cose, ma non nascondo un pruriginoso interesse per la politica, l'economia e tutte le bizzarre e difficili vicende umane.