Maniac: tra fragilità e complessità della mente.

3' di lettura

Netflix, detentrice di molte serie cult, sembra sfornare in questo periodo prodotti sempre più invitanti agli occhi affamati dei telespettatori; uno degli ultimi progetti rivelatosi promettente fin dal primo giorno di lancio è “Maniac”: una serie la cui breve trama promette di sconfinare – ancora una volta – nelle fragilità della psicosi umana. Maniac non poteva che piazzarsi tra le serie più amate in un’epoca in cui sembra fondamentale capire quel labile e al tempo stesso misterioso meccanismo che viene comunemente denominato “mente”.

Protagonisti di quest’avventura sono Annie (interpretata dalla bravissima e tormentata Emma Stone) e Owen (Jonah Hill), due anime accomunate dalla solitudine e l’irrequietudine di non essere adatti:

Owen è un ragazzo, figlio di una ricca famiglia di Manhattan che però continua a non considerarlo (nel ritratto di famiglia la sua faccia è posta in un piccolissimo riquadro ai lati del dipinto) ed è affetto da schizofrenia, vive di ansie e paure e si insinua spesso in lui il dubbio di dover prendere parte ad un progetto per salvare il mondo; questi dubbi uniti allo stress dovuto alla perdita del lavoro, saranno gli elementi che lo spingeranno ad intraprendere il percorso proposto dalla casa farmaceutica Neberdine.

Annie è una giovane e affascinante ragazza dai pensieri autolesionisti, continua ad essere ancorata ala morte della sorella al punto di arrivare a mentire pur di accedere al programma di Neberdine.

Ciò che realmente connette però i due protagonisti, è la paura di realizzare di essere soli pur essendo in mezzo a miliardi di persone, di accorgersi di non poter contare più nemmeno su se stessi.

La serie – che mantiene quasi sempre un andamento volutamente lento – entra nel vivo quando sia Owen che Annie vengono accettate come cavie del progetto sperimentale dell’azienda che promette loro di farli guarire tramite l’ausilio di tre pillole, come non essere attratti da quest’offerta? Eppure, ciò che spinge i due giovani a provare non è la voglia di guarire, quanto il mettersi davanti a se stessi e prendere coscienza di quello che sono.

Ma per quanto avanzata, anche la Neberdine ha degli scheletri nell’armadio, un alone di mistero avvolge la struttura e i suoi dipendenti, affetti essi stessi da strane manie – il dottor Mantelray è un uomo in preda ad una crisi di nervi, succube della madre, una psicologa da quattro soldi che però ha più successo di lui, la dottoressa Fujita invece, non fa che fumare e spendere ogni ora della sua vita all’interno della struttura, come se volesse restare fuori dal marciume del mondo esterno –.

L’obiettivo è quello di guarire le cavie non soltanto grazie all’ingerimento di tra pillole, ma anche grazie all’intervento di Gertie, un’intelligenza artificiale che permette ai soggetti di rivivere gli eventi traumatici così da poterli poi superare; ma la Neberdine millanta un progetto delirante, al di fuori dei limiti umani, qualcosa infatti va’ storto e i sogni di Owen ed Annie si ritrovano inaspettatamente connessi, i due si rincorrono di sogno in sogno, protagonisti di vicende alquanto bizzarre che non faranno che unirli in un mondo straniato e straniante alla ricerca di una stabilità mentale, ma portandosi dietro sempre le stesse paure e le stesse ansie.

La serie sembra voler sfidare i confini dell’immaginazione catapultando i protagonisti in un mondo un po’ retrò e un po’ futuristico, stando sempre attenta a curare anche i dettagli più insignificanti, come se davvero volesse stimolare le ossessioni dello spettatore.

Buona parte della critica ha apprezzato quest’ultima idea targata Netflix, soprattutto per la scelta degli attori che si dimostrano totalmente capaci – o quasi – di cambiare forma e volto in base al contesto, ma anche per l’intento degli autori di comunicare con il pubblico, invitandolo a liberarsi di tutti quei pensieri “pesanti” che offuscano e distraggono.

Alla luce di ciò può considerarsi Maniac una serie innovativa e tagliente? O forse è soltanto la solita minestra riscaldata in stile americano che lascia tra il confuso il deluso?

L’unico modo per scoprirlo è armarsi di popcorn e pazienza e tuffarsi in quest’avventura, quel che è certo è che Maniac, essendo così dirompente, si colloca tra quei “must-watch”.

 

 

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •  
Andreamaria Santoro

Nata a Catania il 29/12/1998.
Diplomata al Liceo Classico “Gorgia” di Lentini.
Studentessa della facoltà di Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura greca e giapponese.
Anima gattopardiana.