Quale frontiera?

Storia recente della geopolitica del Mediterraneo e scenari futuri

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Che il “Mare Nostrum” romano, il Mar Mediterraneo, sia parte integrante della geografia e della storia Europea è un dato di fatto incontrovertibile. Sebbene dall’Età Antica ad oggi quest’area sia stata a lungo protagonista, dai Romani fino alla Seconda Guerra Mondiale,  e con minore importanza dopo l’apertura dei commerci territoriali con l’Oriente ma mantenendo comunque rilevanza durante il periodo Napoleonico con l’occupazione dell’Egitto e nei moti del 1821 e del 1848, con l’arrivo della Guerra Fredda l’attenzione si è fisiologicamente spostata su altri teatri di operazione, che nel caso in cui la guerra fosse improvvisamente divenuta “calda” sarebbero certamente stati terreno di scontro: l’Europa Centro-Orientale e l’Oceano Pacifico consolidano proprio in questa fase l’importanza strategica ottenuta nell’arco delle due Guerre Mondiali. 

E’ d’altronde nello stesso periodo che prende vita la struttura fondamentale di quella che oggi è l’Unione Europea, ovvero la CECA prima e la CEE poi, ritagliando un proprio spazio nell’alveo delle potenze appartenenti alla NATO con l’obiettivo di una maggiore coesione economica; essendo il Mediterraneo area di scontro tra le due potenze (paradigmatici in tal senso la vicenda di Nasser in Egitto e il conflitto Arabo-Israeliano), ed avendo già la tutela dell’Alleanza Atlantica, la neonata Europa esclude dal dibattito i temi della sicurezza collettiva in chiave militare. Non a caso, la Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC) nasce solo nel 1992/1993, con il Trattato di Maastricht, e nel contesto della nascita dell’Unione Europea, ovvero poco dopo la conclusione della Guerra Fredda e con il palese fallimento delle politiche precedenti, dimostrato dall’esperienza delle sanguinose guerre e pulizie etniche nell’ex-Yugoslavia (e dall’inazione della Comunità Europea). Sebbene sia vincolata non solo alla NATO e ai suoi (ovvero Statunitensi) obiettivi strategici, l’Articolo 42 del Trattato sull’Unione Europea è inequivocabilmente chiaro: “The common security and defence policy shall be an integral part of the common foreign and security policy. […]  it shall include the progressive framing of a common Union defence policy.” Se fino a pochi anni fa l’interventismo Statunitense nella zona, dall’Iraq nel 1991 e nel 2003, e in misura minore in Siria nell’ambito dello scontro con Bashar-Al Assad, consentiva di rimandare alle calende greche il dibattito su un Esercito Europeo e sull’eventuale formazione di obiettivi strategici propri piuttosto che appiattiti sulle posizioni NATO, con la presidenza Trump e una presa di posizione incentrata sull’ «America First», è chiaro che tale dibattito torna prepotentemente sulla scena.

E’ in questo contesto che si pongono le due esperienze recenti di cattivo intervento o non intervento dell’Unione Europea (mismanagement/non-management): il caso Libico e il caso Siriano.

La Guerra Civile Libica, scoppiata nel Febbraio 2011 nel contesto delle c.d «Primavere Arabe», vede il potere del brutale ra’is Muammar Gheddafi messo in discussione da una «sollevazione popolare» di composizione variegata (in un raggio che va da moderati repubblicani a estremisti islamici) che nell’arco di pochi mesi, entro la fine dello stesso anno, riuscirà a deporlo e porre fine, oltre che al suo decennale controllo sul paese, alla sua stessa vita. Fondamentale in tal senso si rivela l’intervento francese nel conflitto, che con l’Operazione Harmattan, autorizzata dall’ONU, colpisce direttamente le forze lealiste con uso esteso dell’arma aerea; molto probabilmente, la Francia di Sarkozy intervenne anche con estesi finanziamenti ai ribelli con l’obiettivo di fermare i piani di Gheddafi di ridurre il peso del Franco francese nella regione con la creazione del «Dinar» panafricano e, in definitiva, di ridurre l’influenza del paese europeo nel continente. L’Unione Europea interviene con sanzioni economiche (sebbene fosse già stato deciso il blocco navale da parte delle forze NATO) e con il congelamento dei beni del ra’is e della sua famiglia. Rimosso e ucciso Muammar Gheddafi, la Libia attraversa un breve periodo di pace relativa, in cui le varie fazioni negoziano nel tentativo di andare a libere elezioni e ristabilire l’ordine nel paese, ma le divisioni settarie interne all’edificio statale del paese (che, ricordiamolo, fu «inventato» da noi italiani con la guerra del 1911) resero impossibile un consensus e fecero precipitare la situazione, che oggi appare senza via d’uscita, con un costante conflitto tra due governi (uno insediatosi a Tripoli, l’altro a Tobruk) dietro ai quali si schierano le potenze internazionali, in base ai propri interessi. La UE, anche in questo contesto, in un’area che dovrebbe ricadere all’interno della propria sfera d’influenza, si limita a sanzionare questo o quel governo in base alla situazione contingente, a gestire la crisi migratoria cauata dal conflitto e a negoziare con il governo riconosciuto come legittimo per giungere a una soluzione del conflitto e per risolvere i problemi più urgenti sul fronte umanitario.

Il caso Siriano è invece ancora più emblematico dell’inazione Europea sul piano geopolitico: di tutti i players coinvolti, sia da una parte (tra i lealisti, a sostegno di Bashar-Al Assad, spiccano Iran e Russia) che dall’altra (tra i ribelli, a sostegno della Free Syrian Army, che ha sfidato il potere di Assad, si pongono gli USA, Israele e in generale le potenze occidentali) la UE non solo non figura tra essi, ma non ha intrapreso alcuna azione se non sanzioni economiche e proclami di condanna alle azioni del regime siriano. In altre parole, in una zona di influenza palesemente europea, si sta combattendo una proxy war che vede contrapposti Stati Uniti e Russia, quest’ultima con l’appoggio delle milizie di Hezbollah fedeli all’Iran, mentre la Turchia di Erdogan si muove autonomamente colpendo i curdi sul suo confine sudoccidentale, nel più assoluto silenzio degli apparati militari europei. Che singolarmente i paesi europei siano parte del conflitto, in maniera diretta o con l’uso dei propri servizi segreti per sostenere l’una o l’altra parte, non è messo in discussione; il problema è che dovrebbero farlo in chiave collettiva, non individuale. Finchè ogni paese sarà vincolato alla NATO da una parte e ai propri interessi nazionali dall’altra, non potrà esservi una discussione sugli obiettivi strategici europei. 

La prossima fine della Guerra Civile Siriana, che si prospetta vittoriosa per le truppe di Bashar-Al Assad e per il suo regime, ci porrà davanti a uno scenario del tutto nuovo: in primis, la sopravvivenza di un regime attaccato da «movimenti popolari» nell’ambito delle Primavere Arabe (a differenza della Libia di Gheddafi e dell’Egitto di Hosni Mubarak, che non hanno retto il colpo); in secundis, il consolidamento di un foothold, di una testa di ponte Russa e Iraniana direttamente sul Mediterraneo, con le annesse e connesse basi di approdo per i vascelli militari russi provenienti dal Mar Morto (ovvero dalla base militare di Sebastopoli); e, infine, di una presenza strategica nuova nella regione, che avrà ricadute sul conflitto arabo-israeliano e sulla nuova spartizione dell’Iraq dopo il crollo dell’ISIS. In questo scenario, e senza il night watchman Americano su cui contare, si palesa sempre più la necessita di una risposta organica sul piano europeo per la costituzione e di una forza militare collettiva e sostenuta da tutti i paesi, e di un riassetto strategico che dia la giusta importanza al Mediterraneo in chiave di contenimento dell’avanzata Russa e di prevenzione/risoluzione della questione migratoria (perlomeno, nelle sue motivazioni superifiali, legate all’instabilità politica Libica), con l’uso di strumenti e interventi non convenzionali (ivi incluso l’intervento di truppe di terra, anche in assenza di una risoluzione ONU in tal senso); da un punto di vista eminemente politico, una mossa di questo tipo potrebbe persino fungere da collante della scricchiolante Unione di fronte ai c.d Paesi del gruppo di Visegrad i quali, timorosi di un attacco russo o comunque sottoposti a costante pressione da est, presentano priorità sia di spesa che di scelte politiche diverse da quelle dell’Europa Occidentale. L’adozione di politiche di intervento in chiave anti-russa nel Mediterraneo, o perlomeno per delimitare un perimetro entro il quale la sfera d’influenza europea possa definirsi “certa”, potrebbe placare i timori dei paesi direttamente confinanti con la Russia o i suoi client states (come la Bielorussia). 

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.