Siamo andati a Riace: salviamola, ma il problema non è Salvini

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I fatti

Fino a qualche giorno fa il mondo riconosceva Riace, piccolo paese della Locride, come un faro luminoso, un esempio da seguire. La BBC, il Times, quotidiani di tutto il mondo citavano “il modello Riace” come un esempio virtuoso di accoglienza, di un efficace meccanismo di inclusione sociale che permetteva a un borgo vent’anni fa quasi spopolato da una massiccia emigrazione di trovare linfa e risorse nuove. Immigrati africani e albanesi, dall’Etiopia al Ghana si inserivano nel contesto economico e sociale: in perfetta sintonia e collaborazione con gli abitanti del luogo essi rivitalizzavano l’economia, rilanciavano i consumi. Nel suo piccolo, Riace tornava a vivere. Artefice di questo miracolo era il sindaco Domenico Lucano, inserito da Fortune fra gli uomini più influenti al mondo. Perché “il modello Riace” era l’emblema di un certo modo di gestire la questione migranti: non più problema, costo indesiderato da sopportare ma risorsa preziosa –economica e sociale- da sfruttare. Poi il 2 Ottobre è arrivato l’arresto di Lucano. Le accuse sono tante e pesanti: associazione a delinquere, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, truffa, malversazioni, affidamento fraudolento diretto della raccolta rifiuti. Pochi giorni dopo, il 9 di ottobre, il Ministero dell’Interno ha reso noto che a Riace verranno chiusi tutti i progetti SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) e che verranno avviate le procedure per il trasferimento su base volontaria degli immigrati di Riace.

I media

Da quel momento è stato difficile tener dietro ai giornali e alla televisione: s’è aperta una gara a chi urlava più forte, a chi si indignava di più. Due fazioni politico-mediatiche si affrontavano: da un lato, giornali come Repubblica, o Il manifesto iniziavano l’opera di beatificazione del sindaco di Riace. Mimmo Lucano santo e martire, con richiami addirittura alla disobbedienza civile: “quando una legge è ingiusta bisogna disobbedire!” si parlava scopertamente di complotto politico, di manovre per smantellare un modello di accoglienza che funziona in nome di una svolta politica razzista, di “primo passo verso uno Stato autoritario” (il sempre pacato Saviano).  Dal PD a LeU è tutto un coro di indignazione, di “paura e sgomento” per una decisione “frutto del clima di intolleranza e repressione”. Dall’altra parte della barricata Il Giornale, Libero e affini buttavano giù dal piedistallo Lucano: un cialtrone, un truffatore, che per anni ci ha ingannato mettendo su “un modello pieno di ombre”. Impossibile non notare una certa soddisfazione, un piacere maligno di smascherare ciò che viene considerato “un sistema”. In questo chiacchiericcio indecifrabile, infinito, perfino gli atti della Magistratura vengono ‘interpretati’: chi si è fatto partigiano di Lucano sottolinea che molti dei reati più gravi (truffa, associazione a delinquere, concussione) non sono stati accolti dal giudice; chi, al contrario, pone l’accento sul fatto che l’Accusa ha presentato ricorso: chiederà ai giudici del riesame di valutare le contestazioni a carico di Lucano che non sono state prese in considerazione tra cui associazione per delinquere, concussione, truffa aggravata, abuso d’ufficio e malversazione. Nel frattempo gli arresti domiciliari erano stati revocati ma al sindaco veniva imposto il divieto di dimora a Riace. E i titoli spaziavano da “novello Ulisse” a “esiliato politico” fino a “criminale”. Sinteticamente, un gran casino. Una guerra ideologica che niente permetteva di capire. Nessun fatto chiaro: piuttosto narrazioni, romanzetti d’appendice o pettegolezzi da parrucchiera. Stucchevoli e melodrammatiche da una parte; caustiche e tronfie dall’altro. Ma sempre miopi, viziate da pregiudizi. Impossibile capire veramente cosa era successo e cosa stava succedendo a Riace: potevamo immaginarcelo come un fortino di partigiani, attrezzati per un’impavida resistenza contro uno Stato fascista, oppure come una grottesca presa in giro, un’orgia di truffe e imbrogli. Non restava altro che andare direttamente lassù, in Calabria.  

Lost in Riace

Una volta a Riace, la situazione è spiazzante: non c’è Fidel Castro che organizza la rivoluzione; non ci sono turbe di loschi faccendieri che si frugano le mani per un nuovo fesso da raggirare. Semplicemente, non c’è nessuno. Riace è vuota. Qualche africano ciabatta stanco, un gruppo di vecchietti litiga a briscola. Però è ora di pranzo, e nei paesi -è legge- si sta a casa. Strade strette, serpentesche, vicoletti in cui si passa uno per volta, vecchie case in pietra attaccate l’una all’altra, affacciate su uno strapiombo. Questa è Riace, un’ aria massiccia e un po’ stanca, affaticata dai troppi passi che l’hanno calpestata in questi giorni confusi, dal via vai chiassoso di taccuini e telecamere.

E’ innanzitutto un paese di quasi montagna, che da millenni vive di faticosa agricoltura, di pascoli magri. Il Ghana, l’Etiopia, l’Albania e il Camerun sono venuti molto dopo, assieme ai coloratissimi murales multiculturali che cozzano col cielo grigio, con le facce scure e magre dei contadini.

Finalmente, più tardi, aprono i due alimentari, i bar si animano: con qualcuno si potrà parlare. Qua lo straniero-curioso è una specie di clichè, una figura abitudinaria di cui sorridere. Quelli del paese sembrano segretamente divertiti, sogghignano del trambusto creatosi attorno al borgo. Forse lusingati, sembrano saperla lunga, con un orgoglio tutto paesano custodiscono segreti a metà, alludono e si danno di gomito, strizzano l’occhio divertiti: ciò che per occhi estranei è un mistero o un caso politico, qui è semplicemente la quotidianità, che –è ovvio- non ha bisogno di spiegazioni.

Se la cavano col mestiere, perché sono abituati alle interviste (qui è passata la BBC, la Rai, il Times) e perché tutti -nessuno escluso- sono schierati dalla parte di Mimmo: “Il sindaco? quello nu santo è! Se non era per lui, qua, tutto ‘sto paese era morto!”, “tutto questo lui non se lo merita, ha sempre fatto il bene del paese”. Tra gli immigrati è la stessa canzone: davvero una medaglia per Lucano. In più si respira un clima di vera serenità fra africani e italiani. Ci si siede agli stessi tavoli, ci si capisce a gesti. Anche i bambini giocano assieme. Si intendono in una strana lingua, che è un po’ italiano, calabrese, un po’ inglese e africano: studiarla sarà un gran casino.

Ma crepe e note stonate ce ne sono. Tante. Lo stesso coro unanime accusa, senza tanti giri di parole, l’entourage che girava intorno al sindaco. “Quelli là, i presidenti delle associazioni, i soldi se li sono mangiati!” “Tutte quelle cooperative i fondi se li sono rubati”. I fondi sono quelli dello Sprar e le cooperative (“qua c’erano a un certo punto più cooperative che immigrati”) sono diverse. La più importante è “Città futura”, fondata da Lucano e presieduta da un suo collaboratore, Tonino Capone. E’ introvabile: vive nel paese ma non si lascia avvicinare. Il suo nome figura tra gli indagati, insieme al sindaco e ad altri tredici. Tra gli abitanti di Riace è opinione comune che i soldi che le cooperative gestivano siano spariti, che siano stati intascati da “tutto quel gruppo che girava intorno al sindaco: hanno fatto solo danni”. Sarebbe comodo derubricare queste voci –tante e insistenti- a semplici maldicenze, a frutto di odi e rivalità secolari e feroci, inestinguibili e tenaci, tipiche di ogni piccolo paese. Sarebbe –nell’ottica della magistratura- inspiegabile allora un provvedimento grave come il divieto di dimora per Lucano. Lo stesso sindaco, intervistato venerdì da Telemia e domenica da Repubblica, dichiara che la sua colpa è di “aver allargato troppo il modello, attirando qualche speculatore”. Vista da questa prospettiva non regge –è ridicola e stucchevole- la tesi del complotto politico: le indagini partono da lontano, da più di un anno fa, quando al governo c’era il PD e il ministro dell’Interno era il calabrese Minniti. Salvini stesso ha ricordato che le indagini partono con il suo predecessore. E lo fa non per difendersi dalle accuse che lo vogliono aguzzino di Riace, ma, al contrario, per attaccare il PD che in questi giorni grida allo “scandalo” al “complotto politico”, per fermare il Modello-Riace. E anche la fiction Rai su Riace (con Fiorello a interpretare Lucano) è stata bloccata diversi mesi fa, non dopo l’arresto del sindaco: si era forse già a conoscenza di possibili azioni della Magistratura e per questo lo sceneggiato non è stato trasmesso. Un dato interessante riguarda i finanziamenti Sprar. Che non vengono erogati dal 2016 (“solo per tre mesi”, dice un funzionario del comune). Per questo motivo Riace si sta spopolando, da mesi “ce ne andiamo via, sono partiti più di cento, io li conoscevo”, dice un ragazzo, un africano. Da precisare che ‘l’esodo’ da Riace è iniziato ben prima dell’arresto di Lucano: le tante botteghe multiculturali del ‘villaggio globale’ di Riace sono desolatamente chiuse. Da mesi. Come mai da due anni Riace è a secco? Roberto Gervasi, il vicesindaco ‘reggente’ spiega che la causa è proprio nelle irregolarità già allora riscontrate. E mentre chiacchieriamo col vicesindaco (il cui padre è tra gli inquisiti) e il tabaccaio spunta anche un aneddoto interessante: “qualche mese fa andai da Mimmo e gli dissi che avremmo dovuto sistemare quelle irregolarità. Mi rispose che ragionavo come un PM e se n’è andato ncazzatu.” 

Un opinione

Lucano è probabilmente estraneo a queste opacità, e gli va riconosciuto uno slancio utopico, il suo essere visionario, l’aver salvato un paese da un oblio sicuro, inventandosi un modello di integrazione che funziona. Tutto questo è innegabile, e va evidenziato e preservato. Ma nella sua figura ritroviamo carenze e vizi di una certa sinistra: comportamenti sintomatici di una scarsa lungimiranza e dimestichezza con il comparto amministrativo e politico: mai s’è affrontato il tema urgente di una riforma strutturale della Burocrazia, della latitanza cronica di ogni idea di Stato. Perché non basta solo andare al potere, avere idee, magari ottime: un apparato malato resta tale, anche se gestito da una mente illuminata. Perché anche il contesto conta. La Calabria ha il PIL pro capite più basso d’Europa, la qualità della vita è scadente: in SOLI due giorni abbiamo visto strade allagate, ponti inagibili, stazioni ferroviarie soppresse, mezzi pubblici del tutto assenti, decine di botteghe e case in vendita o in affitto. In un quadro tanto difficile e problematico appena si vedono ‘due-lire-due’ è prassi (non è giusto, ma è normale e prevedibile) che entrino in campo speculatori, chi dei soldi pubblici ha una gestione assai disinvolta. Il progetto Riace va salvato. Non da Salvini, che continua a fare quello che gli riesce meglio, l’imprenditore della paura: l’ordine del Viminale di chiudere i progetti e redistribuire gli immigrati è un provvedimento manicheo e frettoloso che rade al suolo ciò che di buono continua a esistere a Riace. Ma va salvato dallo sgretolamento interno, da chi per superficialità o per interesse economico personale ha sfiancato un modello studiato e celebrato nel mondo. Riace va salvata da una Sinistra rapace, autocelebrativa e immobile, ancora una volta incapace di un progetto riformistico vero, che riesca a coniugare buone idee e buona amministrazione. La Sinistra si è limitata ad applaudire, a farsi intervistare. Si è accartocciata. Ancora una volta senza studiare, senza provare a dare risposte. Riace non è un modello per l’Italia, ne è lo specchio, la miniatura. Di una sconfitta nazionale.

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Marcello Fisichella

Nato a Napoli nel '98, dagli anni del liceo, classico, mi sono trasferito a Catania. Frequento il primo anno di lettere moderne qui a Catania.