One belt, One Chain?

Come la Cina vuole affermare il suo dominio nel Mediterraneo.

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“Shock and Awe are actions that create fears, dangers, and destruction that are incomprehensible to the people at large, specific elements/sectors of the threat society, or the leadership. Nature in the form of tornadoes, hurricanes, earthquakes, floods, uncontrolled fires, famine, and disease can engender Shock and Awe.”

 Nel 2003, con l’Operazione Iraqi Freedom, il popolo di quel paese ebbe un assaggio di questa medicina. Adoperando il casus belli delle armi di distruzione di massa detenute da Saddam Hussein, George W. Bush prese la decisione politica di rimuovere il dittatore iracheno con l’uso della forza insieme alla “Coalition of the Willing”, stati alleati dell’America che fornirono supporto logistico e piccoli contingenti di truppe. La Seconda Guerra del Golfo rappresenta certamente un turning point nelle vicende mediorientali: sono infatti le conseguenze della morte di Saddam, da un lato, e il tentativo di creare delle democrazie a guida islamica moderata, dall’altro, le due coordinate da tenere in conto per comprendere quanto accade oggi e provare a immaginare come si evolverà la situazione nel prossimo futuro.

Se all’1 Maggio 2003 George W., trionfante, annunciava al mondo che l’Operazione Iraqi Freedom era una “mission accomplished”, missione compiuta, di lì a breve iniziarono i problemi. Mentre le forze statunitensi erano intente a cercare le WMD’s di Saddam, l’insofferenza per l’occupazione militare iniziava a montare, con il catalizzatore dell’afflusso di ex-militari dell’esercito ba’thista, che era stato prontamente sciolto dagli invasori senza alcuna garanzia di salari o impeghi alternativi; se i terroristi islamici si rivelavano già in quella fase tenaci e resilienti, grazie alla conoscenza del territorio e alla collaborazione della popolazione locale, l’arrivo di militari professionisti peggiorò ulteriormente la situazione. Per sette lunghi anni, dal 2004 al 2011 (nonostante il repentino aumento di truppe voluto da Bush nel 2007) il paese fu attraversato da un costante clima di tensione e di violenza,  con il progressivo riemergere degli scontri tra Sunniti e Sciiti, oltre che tra Iracheni e Curdi, che Saddam aveva placato con il pugno di ferro (e, nel caso di questi ultimi, di gas letali e bombardamenti aerei). Poco tempo dopo il definitivo ritiro delle truppe dall’Iraq, promesso ed eseguito dal successore di Bush, Barack Obama, la zona ripiomba nel caos più totale con lo scoppio, da una parte, della Guerra Civile Siriana che contrappone il già citato Bashar-Al Assad, sostenuto da Russia e Iran, e la “Free Syrian Army”, compagine di islamici più o meno moderati e democratici, sostenuta dall’Occidente; a completare il quadro, nasce nel 2013 l’ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant), dall’unione dei territori Iracheni e Siriani controllati da gruppi di terroristi islamici. Sfruttando infatti lo scontro in Siria, queste forze erano riuscite a ritagliare per sé stesse una considerevole parte del territorio iracheno (fino a Mosul, con i suoi pozzi petroliferi) e dell’est del paese della dinastia Assad. Nel corso di quattro lunghi e sanguinosi anni di guerra nella regione, dal 2013 al 2017, lo scenario prevedibile all’inizio (la Free Syrian Army vittoriosa, l’ISIL sconfitto dalle forze statunitensi tornate nell’area, le milizie di Hezbollah supportate dall’Iran ricacciate indietro, in breve un controllo totale della regione da parte degli USA e dei suoi alleati) non solo non si è palesato, ma si è verificato il suo contrario: grazie al supporto russo, specialmente aereo, Bashar-Al Assad è stabilmente al potere e si appresta a vincere la guerra civile insieme alle milizie iraniane; l’Iraq non è per nulla pacificato e i conflitti interni continuano; gli unici due alleati stabili degli USA nella regione, Israele e Arabia Saudita, sono l’uno impegnato nella guerra contro Assad, ma senza riuscire a invertirne le sorti, e l’altro impelagato in una endless, proxy war in Yemen contro l’Iran. L’instabilità della regione proseguirà anche negli anni a venire, per una serie di fattori: in primis, l’esistenza di uno stato curdo nel nord della Siria e dell’Iraq, che subirà una serie di attacchi coordinati non appena la polvere della guerra si sarà diradata; a nord, la presenza dell’autoritario Ergodan, intenzionato a interferire al massimo delle sue possibilità nelle dinamiche mediorientali; l’ infighting tra le potenze della Penisola Arabica (memorabile il progetto Saudita di isolare il proprio odiato vicino Qatar trasformandolo in un’isola) che non accenna a concludersi; l’assoluta precarietà dell’apparato statale Iracheno, strutturalmente incapace di gestire le differenze etniche e religiose al suo interno. 

Ma l’aspetto più interessante del quadro geopolitico mediorientale e mediterraneo è che due nuove forze stanno prepotentemente ponendosi come stakeholders di qualsivoglia discussione su questa fetta di mondo, che non potranno più essere ignorate: la Russia e la Cina. La presenza russa è autoesplicativa, in quanto la gratitudine di Assad verso Vladimir Putin lo porterà a concedergli qualunque grado di accesso al paese egli desideri, e non è per nulla avventato definire la Siria un client state di Mosca da qui in avanti; ma la tesi sinocentrica richiede un approfondimento. 

Nel 2013, il Presidente cinese Xi Jinping annuncia una nuova iniziativa economica, unica nel suo genere: un piano di investimenti senza precedenti su infrastrutture e trasporti, che possano connettere la Cina all’Europa, passando dall’Africa per mare e dalla Russia, dall’Iran e dai paesi della Penisola Arabica via terra. Il nome del progetto non lascia adito a dubbi: “Nuova Via della Seta”, o “One Belt, One Road” è il suggestivo brand dell’impresa cinese che rimbalza di paese in paese con una spesa stimata sui cento miliardi di dollari statunitensi per annum, per una cifra complessiva di tre trilioni di dollari; nel processo, la Cina crea anche la AIIB, o Asian Infrastructure Investment Bank, ufficialmente per finanziare il progetto ma in realtà per agire da contrappeso sinocentrico della World Bank. Cosa c’entra il Mediterraneo? In primis, il progetto One Belt, One Road attraverserà, abbracciandolo, il Medio Oriente (Arabia Saudita/Iran), come chiaramente visibile nella foto in fondo al documento; inoltre, avrà una vera e propria “tenaglia” sul Mediterraneo orientale, con il controllo per 99 anni del porto greco del Pireo e un ruolo dominante nella compagine azionaria di Port Said, sbocco mediterraneo del Canale di Suez. Se gli investimenti cinesi in Europa rischiano di inluenzare le politiche della UE e di rafforzare le ambizioni autonomiste del blocco di Visegrad, in Medio Oriente l’afflusso di denaro cinese avrà un effetto ancora maggiore sia sulla Turchia, alla ricerca di alleati “di convenienza” per riaffermare i suoi interessi nella regione, sia sull’Iran, che potrebbe trovare nella Cina un master i cui interessi confliggono con i propri meno di quelli Russi. Se non volontariamente, gli stati mediorientali potrebbero persino trovarsi costretti a ricadere nella sfera d’influenza cinese: come sta già accadendo in Sri Lanka e Kenya, la leva dell’indebitamento viene sfruttata dai cinesi per imporre decisioni politiche o per ottenere il pagamento “in natura” dei crediti accumulati, come con concessioni a lunghissima scadenza o la cessione tout court di infrastrutture e territori. In questo scenario, l’Iraq si ritrova “schiacciato” tra la Siria controllata dalla Russia e l’Iran, al momento anch’esso allineato sugli interessi di Mosca; a ovest infuriano i conflitti tra Israele e i Palestinesi nella Striscia di Gaza, mentre dalle Alture del Golan (mai restituite alla Siria) bombardano le truppe di Bashar-Al Assad; nei prossimi anni vedremo probabilmente una “Guerra Fredda” in piccolo, con costanti proxy wars come quella già citata in Yemen; purtroppo l’Iraq, per i suoi conflitti interni, si presta molto bene a questo tipo di dinamiche e rischia di essere travolto da macchinazioni per suscitare moti e instabilità al suo interno. 

Diceva Henry Kissinger nel 1996, all’interno del suo saggio L’Arte della Diplomazia (Diplomacy in lingua originale): “Gli Stati Uniti si trovano sempre più in un mondo che assomiglia sotto molti aspetti all’Europa del diciannovesimo secolo, seppur su scala mondiale. Si può sperare nell’evoluzione di qualcosa di simile al sistema di Metternich, in cui l’equilibrio delle forze sia rafforzato dalla condivisione dei valori. E nell’era moderna quei valori dovrebbero essere democratici.”  Il problema che ci troviamo a fronteggiare è che, in primis, i “valori” di cui parlava Kissinger sono stati infranti in un colpo solo dalla retorica dell’America First dell’attuale presidente Donald J. Trump, con il quale gli Stati Uniti per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale hanno, perlomeno nella loro retorica, mostrato insofferenza rispetto al proprio ruolo di night watchman, di poliziotto globale; in secundis, che l’equilibrio delle forze sta progressivamente diventando meno equilibrato, con la costante preponderanza militare statunitense ma un lagging behind nella capacità di creare consenso per il proprio operato nel mondo dagli errori commessi in Iraq nel 2003, a differenza di Russia e Cina che stanno avanzando i propri interessi quasi senza ostacoli (Crimea, conflitto con l’Ucraina da un lato, controllo del South China Sea e creazione di una serie di basi commerciali nel Mar Rosso e nel Mediterraneo dall’altro).

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Joseph Insirello

Nato ad Augusta lo stesso giorno dell'Euro, 01/01/1999, ho studiato presso il liceo classico della mia città, occupandomi di rappresentanza studentesca. Ora studio Scienze Politiche a Catania e scrivo articoli, irriverenti se capita, ma sempre con passione. Cosa mi piace? La politica, il buon vino, le donne e le cose complicate.