Università: elezioni fantastiche e dove (non) trovarle

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È da un po’ di tempo, da più di un mese, almeno, che ci penso ogni giorno. È impossibile non farlo, dato l’ambiente che frequento: stanze anguste e corridoi, pieni di sorrisi dei colleghi ma dai muri scrostati, luoghi che sono diventati, già in un anno, la mia casa. In una parola, l’Università.

Ebbene sì, parlo delle elezioni studentesche svoltesi a Catania, quelle che avrebbero dovuto coinvolgerci, noi studenti, con tutta la nostra ardente passione, e renderci, almeno per questa occasione, attivi e consapevoli. Ma ciò che rimane in me di queste elezioni, in verità, è un po’ di tristezza, tanta perplessità e una determinata volontà di cambiare questo fallace, a mio avviso, sistema elettorale.

Non possedendo, ancora, il dono dell’ubiquità, ho avuto la possibilità di vivere la (a posteriori) deludente esperienza delle elezioni studentesche solamente presso il Dipartimento in cui studio, quello di Scienze Umanistiche, e, ancor più precisamente, ho seguito le vicende che hanno interessato il mio Corso di Laurea, quello in Lettere. Che dire? Sono stata, in un certo senso, fortunata. Infatti, ho potuto vivere questa esperienza da molteplici punti di osservazione. Dal ruolo della candidata mancata, sono giunta a quello di elettrice confusa e, infine, di studentessa insoddisfatta, non realmente rappresentata.

Ma partiamo dal principio.

In realtà, ho scoperto in maniera del tutto casuale, solo nei primi giorni di settembre, che quest’anno, il 23 e il 24 ottobre, gli studenti dell’Università di Catania regolarmente iscritti (dal secondo anno in poi), si sarebbero recati alle urne per votare i propri rappresentanti biennali in seno a vari consigli, tutti inerenti, ovviamente l’Ateneo (Quali consigli? E quali funzioni avrebbero espletato i miei colleghi eletti, ascesa la vetta? Di sicuro i candidati non hanno saputo spiegarcelo, a meno che non abbiano considerato esaustive tre brevi righe su qualche volante volantino).

Ad ogni modo, per settimane, tutto tace. Io continuo la mia solita vita, ignara del pressing psico-politico a cui sarò sottoposta, a breve, da parte di strani figuri, sempre stati invisibili e che solo al momento opportuno si paleseranno all’occhio studentesco.

Alla fine del suddetto mese, la chiamata. Una delle molteplici liste (che non sto qui a nominare, dal momento che ritengo quella che mi ha coinvolto una prassi piuttosto diffusa in queste circostanze) richiede la mia candidatura. Senza che io ne conosca i componenti o il programma, né che loro conoscano me o la mia ideologia (anche se, in seguito, su questo versante verrò rassicurata da una candidata, che mi dirà via Whatsapp -in tempo di investiture, ogni mezzo è lecito per fare propaganda- che le elezioni studentesche non sono Politica e che nessuno tra i candidati si fa carico di un’ideologia da seguire. Cosa di cui andar fieri? Non credo, come dubito della veridicità della sua affermazione). Tutto ciò, il giorno prima della chiusura delle candidature.

Nella frenesia di un corri-corri generalizzato, di voci e di metaforiche mani da cui mi sento, quasi, strattonata, affinché nell’arco di una notte prenda una decisione, rispondo di no.

Il mio approccio iniziale con il mondo delle candidature, quindi, non è tra i migliori, essendomi sentita una toppa, una tappabuchi, una tizia chiamata all’ultimo per racimolare qualche voto in più per una lista qualsiasi.

Ma il peggio deve ancora venire.

Fuoriuscita dal girone dell’elettorato passivo, entro in quello dell’attivo, con il morale non proprio alle stelle, ma, ancora, con qualche flebile speranza.

Isabella”,mi dico, “a votare ci dovrai pur andare, no?”.

Quindi, zaino in spalla, mi reco, com’è consuetudine, al mio bel Monastero.

Con la corsa alle lezioni tra le aule, inizia anche la corsa alle elezioni fuori dalle aule. I candidati (o, almeno, i più intrepidi tra questi), esperti cacciatori, tentano di accalappiare gli studenti alla fine dei corsi, nel loro momento di maggiore vulnerabilità, dovuta alla stanchezza. Altri, invece, avvisano prima, inviando un messaggio la sera precedente (racimolando, forse, il numero di telefono da qualche chat di studio, chissà), che recita, solitamente: “Ciao, ho il piacere di offrirti un caffè e di parlarti un po’ del programma della mia lista; quando puoi?”, immettendo, da subito, nell’animo del destinatario l’ansia di una risposta che, prima o poi, dovrà essere data (anche perché, qualora il malcapitato abbia la terribile idea di non rispondere, il candidato, sentendosi gabbato, continuerà imperterrito a chiamare e a mandare messaggi, fino all’anelato responso).

Che poi, cari ragazzi, io questa cosa del caffè non la capisco. Se ci offrite la calda bevanda, dovremmo sentirci più invogliati a offrirvi, di conseguenza, la nostra preferenza? Per la prossima volta, non è meglio, che so, un bel pacco di pasta?

Ad ogni modo, nonostante io tenti la fuga dai galeotti appuntamenti, conosco ciò che la sorte ha in serbo per me: dovrò ascoltare qualcuno, dovrò accettare qualche dépliant, per fare una scelta, se non pienamente consapevole, nemmeno del tutto alla cieca.

Però, prima di abbandonarmi alla tempesta di voci contrastanti, provo ad esporre a qualche candidato le mie perplessità su quella che è, a tutti gli effetti, una raccolta-voti (neanche fossero i punti della Carta Fedeltà di un supermercato).

Di fatto, il nostro sistema elettorale, che non prevede un comizio o un’assemblea generale con cui i rappresentanti di tutte le liste possano salire su un palco (anche simbolico) e spiegare i propri progetti per i due anni a venire, è meno evoluto di quello degli studenti di scuola superiore.

Esprimo così il mio pensiero, ma mi viene risposto che questa forma di propaganda è vietata dal regolamento elettorale di Ateneo…

…Bufala!

Infatti, l’articolo 27bis, comma 2 del Regolamento elettorale di Ateneo prevede che vengano “fissati a cura dell’Università appositi spazi per l’affissione di manifesti elettorali e messe a disposizione aule per lo svolgimento di assemblee”.

Per cui, la possibilità di affrontarsi civilmente e di esporre il proprio programma a una folla più nutrita di studenti, che non può essere accolta, per motivi di spazio, di fronte al bancone di un bar o in fila alle macchinette, i candidati ce l’hanno.

Ma tutto questo i discenti non lo sanno.

Quindi, mi accontento di quello che c’è.

Quannu c’è malura, tuttu fa broru”, diceva mio nonno.

Leggo qualche foglio, ascolto qualche voce vacua.

Eppure, non mi sembra che si parli della mia Università, del mio Corso di Laurea, pieni di problemi.

Già, all’inizio di uno dei tanti discorsi che alcuni tra i candidati mi propinano, capisco che questi non hanno un quotidiano rapporto con la realtà accademica, che non si rendono conto della futilità di gran parte delle loro proposte.

A vari livelli, l’evanescenza (trasversale alle singole liste, a parte qualche rara eccezione, per cui qualcuno comprende, in senso lato e frammentario, quali sono pochi dei problemi che ci coinvolgono in quanto universitari, anche se non propone adeguate soluzioni in merito) mi colpisce direttamente alle viscere e mi lascia disorientata.

Per fare un esempio, varie associazioni si concentrano sull’impellente bisogno di aprire le porte delle aule-studio anche la sera e i weekend (non tenendo, magari, in considerazione la figura di un ipotetico custode che, purazzu, dovrebbe sobbarcarsi al compito di aprire e chiudere tali varchi sapienziali), mentre mute rimangono le bocche riguardo all’aumento delle tasse che vedrà, noi e i nostri portafogli, protagonisti di una maggiore perdita nella spesa di quest’anno (dato che, secondo la Dirigenza, un servizio in più ci è stato offerto, quello dei trasporti, che, alla fine dei giochi, non è gratuito).

Le proposte poco serie e, soprattutto, poco propositive, sono tante e dovrei scrivere una libellus di innumerevoli righe per inserirle tutte (per non parlare della disconoscenza dei miei colleghi candidati al Corso di Laurea su quest’ultimo, che dovrebbe essere il più sentito e vicino e su cui, invece, l’unica risposta alle mie innumerevoli domande è stato un imbarazzato silenzio, seguito da un “Potevi segnalarcelo prima!”); per cui, mi appello alla curiosità del lettore, che si vada a leggere i differenti programmi e che mi scovi la presunta impellenza di realizzazione di alcuni provvedimenti.

Potrei continuare a discutere di tanti altri aspetti che mi hanno turbato (come il commento favorevole su Facebook di un consigliere comunale riguardo a una lista studentesca, attraverso la quale il figlio è riuscito ad aggiudicarsi una carica), ma lascerò correre, sperando di non essere l’unica a desiderare che le cose cambino, e che cambino in fretta (ma su questo, almeno, ho qualche speranza, dato il vasto astensionismo, indice di intolleranza, indifferenza o poco gradimento, soprattutto presso il Disum).

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Isabella Daniele

Nata nel '98 in terra sicula, sono iscritta a "Lettere Classiche" presso l'Università di Catania. Allieva della Scuola Superiore di Catania, amo la scrittura, i lunghi viaggi, l'arte e lo studio, e il mio migliore amico è il greco (antico). Cerco la poesia nell'ombra delle cose, ma non nascondo un pruriginoso interesse per la politica, l'economia e tutte le bizzarre e difficili vicende umane.