IL NAUFRAGIO DEL VENTENNIO

Il crollo del sogno socialista venezuelano

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Tragica la situazione in Venezuela dove l’esodo dei migranti ha toccato quota 3 milioni di unità, secondo l’ultimo report delle Nazioni Unite. Il fenomeno drammaticamente esploso dal 2015, ha conosciuto una forte accelerazione nell’ultimo semestre, basti pensare che lo scorso settembre erano “solo” 2.6 milioni coloro che erano fuggiti alla volta della Colombia, del Perù, e degli altri Paesi Ospitanti: si calcola che la Colombia ne ospiti già 1 milione. Fame, autoritarismo e iperinflazione sono alcuni tra i principali fattori che spingono circa 3.000 Venezuelani a fuggire ogni giorno, la situazione è particolarmente complicata ma partiamo dalle origini.

Nel 1998 venne eletto presidente Hugo Chaves, leader del P.S.U (Partito Socialista Unito) il quale, 6 anni prima, tentò invano un colpo di stato venendo poi rieletto nel 2000, 2006, 20012: è l’inizio del “Chavismo”.

La radice marxista e il marcato anti-capitalismo che contraddistinsero il suo programma di riforme, ha condotto alla fuga di considerevoli quantità di capitali causando, in appena 5 anni, una svalutazione del 75 % del Bolivar, in quella che fino agli anni ’70 si classificava come una delle migliori economie del mondo. Ma è grazie alle quotazioni del petrolio che l’economia venezuelana, dopata e dipendente dall’ “oro nero”: unica fonte di accesso di dollari nel Paese, resse fino al 2009. È proprio in questo momento che si avverte una prima battuta d’arresto l’inflazione inizia a salire e il blocco dei prezzi, tipica reazione adottata dai Paesi di orientamento comunista, conduce al fallimento molte aziende private e la PDVSA: azienda petrolifera di Stato che dopo più di un decennio di cattiva gestione, mancati investimenti e ammodernamenti entrò in crisi: si pensi che nel ’98 si producevano più di 3 milioni di barili al giorno con 45.000 dipendenti, oggi ne produce meno della metà con il triplo degli effettivi, a ciò si aggiunge il crollo del prezzo del petrolio. Questi sono alcuni dei fattori cui il nuovo Presidente Maduro ha dimostrato di non saper far fronte. È la fine del sogno: il Venezuela scivola nel baratro della peggiore crisi nella recente storia Sudamericana. In seguito al peggioramento della situazione, la popolazione e le opposizioni non tardarono a reagire. Si svolsero molteplici e quotidiane manifestazioni che si protrassero per mesi ma, sfortunatamente, la risposta del governo fu solo e soltanto una violenta repressione, messa in atto con l’ausilio di polizia e esercito (di cui la dittatura si è assicurata la fedeltà con la concessione di enormi privilegi, tra cui quello di trafficare impunemente enormi quantità di cocaina, prodotto non soggetto alla crisi)  provocando centinaia di morti e migliaia di arresti arbitrari, senza dimenticare, poi, le prepotenze dei “Collectivos”: gruppi paramilitari filogovernativi e anche quelle del SEBIN, la polizia segreta del regime che perseguitava gli oppositori politici attraverso irruzioni e sequestri. Lo scenario catastrofico in cui la società venezuelana è stata catapultata, è caratterizzato, inoltre, da abusi quotidiani, violazioni dei diritti umani e detenzioni arbitrarie in carceri sovraffollate e estremamente pericolose. Non volendo tralasciare, poi, l’iper-inflazione attuale che, secondo l’FMI, raggiungerà quota 1.000.000 %. L’ inflazione galoppante ha messo in ginocchio il settore sanitario: interi reparti che chiudono in ospedali dove farsi ricoverare è quasi impossibile, bisogna infatti presentarsi con le forniture ospedaliere necessarie di cui i reparti sono ormai sprovvisti, reperibili unicamente sul mercato nero a prezzi proibitivi. C’è di più: continui blackout e condizioni igieniche pessime hanno condotto all’impennarsi del tasso della mortalità materna che nell’ultimo anno ha raggiunto il 65 %. Tra le vittime delle frequenti interruzioni elettriche vi sono decine di neonati, soprattutto prematuri, i cui respiratori smettono di funzionare provocando una lenta morte per asfissia. Mancano il 98% dei medicinali da banco come vaccini e antibiotici e il 65% degli ospedali pubblici non è munito di acqua potabile. A coronare il quadro apocalittico c’è la fame che spinge la popolazione a nutrirsi con gli animali selvatici della foresta e persino con quelli in cattività negli zoo. Le speranze per una svolta democratica sono naufragate nell’agosto 2017 con l’esautorazione del parlamento e l’insediamento, tramite fraudolente elezioni, dell’Assemblea Costituente non riconosciuta dalla Comunità Internazionale, ad eccezione della Cina e della Russia, maggiori creditori e protettori del regime venezuelano che, in cambio, garantisce larga parte della propria produzione di petrolio e lo sfruttamento delle risorse naturali del Paese. Da qui, l’unica speranza della popolazione: la fuga. Il 10 % della popolazione totale ad oggi, ha lasciato il Paese. Nonostante in moltissimi decidano di fuggire dal paese, c’è anche chi sceglie di restare nella propria terra nonostante i soprusi e le violenze, per amore della propria identità di venezuelani. Le stime, però, parlano chiaro: senza un cambio di regime, moltissimi altri venezuelani emigreranno. Lo specchio di questa realtà terrificante è significativamente rappresentata dalle migliaia di persone che quotidianamente attraversano il ponte “Simòn Bolìvar” al confine con Cúcuta, Colombia. Il peso della Grande Crisi migratoria rappresenta un grave onere per la Colombia e per l’intera regione. Di fronte a tutto ciò molti governi hanno unito le proprie voci denunciando alla Corte Criminale Internazionale i crimini di cui la dittatura si macchia quotidianamente, si intensificano le sanzioni europee e statunitensi cui Maduro risponde bollandole come complotti, impedendo per di più l’accesso a eventuali aiuti umanitari verso il territorio venezuelano, asserendo infatti che la crisi, la terribile situazione umanitaria e i patimenti della popolazione siano solo fake news. In ultima battuta, riportiamo le considerazioni del professor Kenneth Rogoff, docente di economia all’università di Harvard, il quale sostiene che la Comunità Internazionale dovrebbe farsi carico della gestione del flusso migratorio e del reintegro degli esuli nel Paese, una volta che il “Clientelismo della Cocaina e del Petrolio” giungerà al termine.

Con la collaborazione di Ruben De Francesco

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Carla Marino

Sono una studentessa universitaria di 20 anni. Sono di Catania e frequento il primo anno di Scienze Politiche indirizzo " Storia,Politica e Relazioni Internazionali". Mi interessano i grandi temi d'attualità e faccio parte della ONLUS "Comunità di Sant'Egidio".