E se non fossero solo treni persi e sogni infranti?

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Oggi ci siamo abituati a perdere, ci siamo abituati a cadere e non aver più voglia di rialzarsi.

Oggi il nostro mondo è tutto fatto di frasi come “devi crescere”, “devi progettare il tuo futuro” ma soprattutto “non sei l’unico” o“ al mondo ce ne sono tanti come te” o “è inutile sperarci” “non ti illudere”.  E siamo stanchi di schiaffi ricevuti, di porte chiuse in faccia o magari mai aperte. Allora i giorni diventano solo ore che passano e la nostra vita diventa una serie di azioni meccaniche senza brividi, emozioni o paure.  Ed ecco che per noi la vita si trasforma in quello che Seneca presagiva a Lucilio in una delle sue epistole “l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili che non ci riguardano veramente”.  

Cosa ci resta da fare? Tutto.

In un mondo dove la gente ti giudica per il colore della pelle, per come ti vesti, per la tua nazionalità, in un mondo che sembra retrocedere verso un’arcana insanità mentale, bisogna alzarsi e abbattere quelle barriere (molto spesso mentali), uscire dal proprio “porto sicuro”, dalla propria “comfort zone”, rischiare di trovare porte chiuse per combattere per ciò che ci spetta, per ciò che ci è dovuto. Bisogna aprire quei cassetti che tendiamo sempre a lasciare lì, dimenticati, in attesa che qualche miracolo avvenga. Noi siamo il nostro miracolo.

Nel 1999 Roberto Vecchioni in “Sogna ragazzo sogna” diceva “ ti diranno parole rosse come il sangue e nere come la notte; ma non è vero, ragazzo che la ragione sta sempre col più forte.(…) Chiudi gli occhi, ragazzo, e credi solo a quel che vedi dentro”. Ci diranno che è il momento di lasciar perdere, e sarà lì che noi combatteremo, ci diranno che sarà tutto finito e sarà lì che noi ricominceremo; ci diranno che non c’è posto per i sogni e noi distruggeremo delusioni e frustrazione per farvi posto.

Basta stare fermi ad aspettare che la “fiumana” ci travolga; non serve a niente lasciarsi trasportare da questa tormenta che diventa sempre più forte. L’essere travolti non comporta la sopravvivenza, come fanno credere, ma solo l’autodistruzione; Giovanni Verga, del resto lo aveva già compreso: è proprio questa “fiumana” che ha distrutto la vita di Padron ‘Ntoni e della sua famiglia. Un’Italia, quella di Verga e dei Malavoglia, già indirizzata allo sfacelo, alla distruzione. Un’ Italia, oggi, in cui è presente l’estrema sublimazione di quello sfacelo sopracitato; un paese in cui le parole che regnano sono solo “naufraghi” “morti” “barriere” “indesiderati” “crisi” “disoccupazione”.

Cosa ci resta da fare? Bisogna alzare la testa, bisogna urlare forte che al mondo non esiste solo questo, che c’è qualcosa di più importante che molto spesso si dimentica. Qualcosa che è il bene più antico che ogni uomo ha, ma che mai sa di possedere: l’amore. Saffo scrisse “c’è chi pensa che la cosa più grande al mondo sia varcare oceani e conquistare terre lontane; io penso che la cosa più bella al mondo è chi si ama”; oggi c’è chi pensa che la cosa più grande al mondo sia la ricchezza, il potere, il trionfo e si dimentica sempre cos’è che fa stare veramente bene e che rende l’uomo davvero potente: amare e sentirsi amati. Un uomo che sceglie l’amore è un uomo difficile da abbattere, basti pensare a Nelson Mandela o Martin Luther King. Ma questo noi non l’abbiamo ancora capito.

Del resto cambiano i tempi, ma l’uomo rimane sempre lo stesso: un vecchio scorbutico, insoddisfatto da tutto ciò che questa vita gli offre. Ed è così che tendono a farci diventare, ed è così che sperano che diventiamo: perché un uomo insoddisfatto è un uomo che non ha più niente da perdere, e un uomo che non ha più niente da perdere è un uomo che non fa più domande.

C’è chi se ne rende conto in tempo, e scappa.

Ci si domanda spesso perché l’Italia non è un posto per giovani, perché c’è un elevato tasso di “fuga di cervelli”, perché migliaia di giovani scelgono di andare via. Non c’è alcun piacere nell’allontanarsi dalla propria casa, dalla propria famiglia, ma, del resto, cos’ha l’Italia da offrire? Solo “no” come risposte, solo treni persi già in partenza. E c’è chi non è disposto ad accettare tutto questo, c’è chi i propri sogni li vuole inseguire, costi quel che costi. E un uomo urla “ce levano tutto, lasciateci almeno i sogni”.

Poi ci sono quelli che questo paese non lo abbandonano, non per paura, anzi, forse sono proprio loro i più coraggiosi. Quelli che non stanno a guardare  impassibili uno schermo, ma che la rivoluzione la fanno partire da dentro. Quelli che in faccia hanno scritto “non ve la darò vinta”, quelli che i sogni li hanno dipinti negli occhi, perché questa vita non è fatta solo di treni persi o porte chiuse in faccia. C’è sempre una nuova occasione da creare, una nuova opportunità da concederci, un nuovo inizio da provare, un foglio bianco da cui iniziare a scrivere la propria storia.

Sogna, ragazzo, sogna. Ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu

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Martina Carbonaro

Nata a Catania il 09/12/99. Residente a Roma. Studentessa di giurisprudenza alla Luiss Guido Carli.