Processo Ciancio. Uno strano silenzio

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Lunedì 20 marzo s’è aperto presso la prima sezione del Tribunale penale di Catania la prima udienza del processo a Mario Ciancio Sanfilippo per concorso esterno in associazione mafiosa. Una vicenda giudiziaria che si trascina dal 2010, tra richieste di archiviazione, proscioglimenti e interventi della Cassazione, e che solo adesso trova un primo importante approdo.

Ed eccoci qua. Forse ci siamo stancati di seguire un fatto che si prolunga, senza risultati degni di nota, da 8 anni. Forse ultimamente i quotidiani on-line e cartacei perdono qualche colpo, forse si sono impigriti, si sono distratti.

Il fatto è che di questo processo se ne parla poco. Troppo poco. Quasi da nessuna parte. Eccetto “Meridionews”, che fa un riassunto completo delle “puntate” precedenti, e “Livesicilia” che, oltre al pezzo di copertura della prima udienza, si occupa del procedimento di eventuale confisca che grava sul patrimonio dell’editore, gli altri giornali on- line si limitano a fare un pezzo di cronaca, a dare informazioni generiche, senza commenti né approfondimenti. “Il fatto quotidiano”, nazionale, pure. Su tutti però spicca l’enorme silenzio de “La Repubblica”: neanche un rigo. Nel complesso si tratta di una copertura a bassissima intensità, pigra, di routine, del tutto inadeguata alla portata dell’evento. Come se fosse un processo qualunque. Eppure un’attenzione in più se la sarebbe meritata. Perché?

Mario Ciancio Sanfilippo è un personaggio controverso. Ex vicepresidente dell’ANSA, ex presidente della FIEG, proprietario di “Antenna Sicilia”, “Telecolor”, “Videotre”, co-proprietario del “Giornale di Sicilia”, della “Gazzetta del Mezzogiorno”, editore de “La Sicilia”: un editore di successo, potente, influente. Molto influente: non è un caso che a Catania non esistano edizioni locali de “La Repubblica”, del “Corriere del Mezzogiorno”. Di Catania, e dei suoi fatti, (su carta) si occupa solo “La Sicilia”, il “suo” giornale. Ciancio ha sempre dimostrato di possedere anche uno spiccato fiuto imprenditoriale, al limite della chiaroveggenza: terreni agricoli, di proprietà di Ciancio o da lui acquisiti, si trasformano, dalla sera alla mattina, in terreni edificabili, grazie a provvidenziali varianti prontamente approvate dai consigli comunali. L’ospedale Garibaldi, il San Marco, l’Outlet di Agira, il centro commerciale “Porte di Catania” e tante altre opere edilizie vedono la sua partecipazione, diretta o indiretta. Ed è sotto processo proprio perchè, in alcuni di questi progetti, è accusato di aver favorito clan mafiosi.

Non spetta a noi dare giudizi sulla colpevolezza o meno di Ciancio, questo è compito della magistratura, ma sicuramente possiamo avanzare forti perplessità sullo strano silenzio che grava sulla vicenda. L’imprenditore e l’editore tra i più potenti di Catania e dell’intero Mezzogiorno, capace di influenzare l’editoria cittadina e il mercato pubblicitario ad essa collegato, in grado di mobilitare fortissimi interessi per la costruzione di ospedali, parcheggi, centri commerciali, che ha quindi un peso rilevante sull’economia catanese e siciliana meriterebbe ben altra attenzione, ben altra cura. Nelle pagine del rinvio a giudizio della Procura catanese scorre non solo la storia di Mario Ciancio e dei suoi affari, ma una parte importante della storia della città, di un sistema di potere che ha determinato le decisioni politiche e lo sviluppo di una delle aree metropolitane più grandi del nostro paese. Non è un processo qualunque. E’ una grande occasione per capire il passato e il presente della nostra città.

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Marcello Fisichella

Nato a Napoli nel '98, dagli anni del liceo, classico, mi sono trasferito a Catania. Frequento il primo anno di lettere moderne qui a Catania.

1 commento

  1. Ottimo articolo che ci fa riflettere. Bravo e acuto Marcello Fisichella.

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