Gipsy Prince: il nuovo album di Luca L’Elfo

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Luca Trischitta, in arte “L’Elfo, è un rapper catanese, attivo dal 2010, inizialmente in collaborazione con Punch, creando il duo dei “Double Damage”, con il quale ha fatto uscire ben quattro album: “Addio” (2010), “Nel bene e nel male”(2012), “Incattiviti Ep” (2014), “Rinascere” (2016). Nel 2014, inoltre, è uscito un secondo album “L’ignorapper” attraverso il quale “L’elfo” ha iniziato a presentarsi da solo al pubblico.

Tuttavia, l’anno di svolta per Luca è stato il 2017. Il singolo “Sangue catanese” è stato uno dei brani più ascoltati e conosciuti ben oltre il perimetro della città siciliana, facendo emergere il rapper nel panorama musicale siciliano e italiano. Non scherza nemmeno un altro singolo, sempre dello stesso anno: “Pi tutti i carusi”. In questi due singoli, L’elfo si esprime perlopiù in dialetto catanese rappresentando, dunque, non solo una novità assoluta sulla scena rap della città (questa novità ha prodotto un seguito di imitatori) ma valorizzando sensibilmente la cultura, le usanze, i modi di dire della stessa.

“Gipsy Prince” è l’album del 2018, una novità assoluta a livello di parole, quindi di testi, e di musica. È un album molto più interiore: “maturo”, lo definisce l’artista. Questo lavoro è nato, infatti, guardando al freestyle come libera interpretazione di sé e facendo un viaggio dentro il proprio animo, definito “tormentato”; come se si creasse un’interferenza di contatto tra il vecchio e il nuovo, tra il bambino e l’adulto. Questa tendenza, dell’album, è visibile fin da subito nella stessa copertina: una foto di Luca bambino, diviso a metà: da una parte l’aureola, simbolo di purità, dall’altro le corna, simbolo di malizia; i due “io” sono nella stessa persona. La fase embrionale si è presto sviluppata in nascita, in dieci mesi. Prodotto da Funkyman, vanta collaborazioni importanti come Madman, le sonorità vanno dal pop alla trap passando per suoni Old School. La produzione esecutiva: Shut UP srls

(copertina dell’album)

Non resta che sapere cosa ne pensa L’ELFO!

 Perché hai deciso di darti come nome, a livello musicale “L’elfo”?

Quando avevo dodici anni, tutti i miei coetanei avevano nomi di animali, in inglese, come Wolf, Shark ,e visto che a me non piacevano questi nomi “comuni” , che utilizzavano tutti, mi ricordo che già da piccolo avevo l’idea di darmi un nome diverso, anticonformista. Probabilmente è stato dovuto anche all’influenza del “Signore degli anelli”, anche se non mi ricordo precisamente il momento esatto in cui ho avuto quest’idea, però mi piaceva molto il nome “elfo” che poi nel corso degli anni è diventato “L’elfo”, per essere più originale e distinguermi dagli altri.

Senti di essere cresciuto musicalmente dal tuo primo album “Addio” uscito nel 2010 fino a quest’ultimo “Gipsy Prince”?

Io credo che quando si parla di crescita musicale bisogna fare una distinzione tra bravura musicale e diventare grandi, farlo vedere in musica, nei testi.

Per essere un po’ più maturo, devi avere esperienze di vita, più ne hai, più la tua musica diventerà matura; per certe cose ho una vista da persona grande, per altre sono rimasto “ragazzino” nel senso che guardo con gli occhi di quando ero più piccolo.

Quanto di te hai messo in questo nuovo disco?

Quando faccio un progetto non riesco a scrivere qualcosa che non sia personale, anche perché, ritengo sia il mio punto di forza, se non scrivessi in maniera personale non saprei come approcciarmi ad una canzone rap; la mia fortuna è anche saper essere “ripetitivo” poiché i miei temi sono più o meno sempre gli stessi: la strada, le mie esperienze, le avventure che vivo, le donne. In questo caso, in “Gipsy Prince”, ho cercato di essere me stesso, come sempre, forse però si vede ancora di più, dalle parole che uso. Non è il classico disco rap.

Quando componi un testo pensi mai a ciò che vorrebbero sentire i tuoi fans? Adegui mai la tua musica alle esigenze del tuo pubblico?

La gente che ora mi segue è di qualunque fascia d’età, dai ragazzini più piccoli, agli adolescenti, fino ad arrivare anche ai ragazzi padre; la maggior parte, comunque, sono ragazzi grandi, dalla ventina in sù. Sono contento dei miei fans, perché molti sono persone per bene che mi seguono perché gli piace quello che racconto nelle mie canzoni.

Però quando scrivo non penso ai fans, racconto quello che vivo, è un processo naturale, facevo canzoni anche quando mi seguivano in pochi e continuo a farlo, preferisco di gran lunga lavorare in maniera indipendente piuttosto che uniformarmi al gregge di artisti che, adesso, ci sono.

Perché in alcune tue canzoni scegli di cantare in dialetto catanese?

Ho iniziato a rappare in dialetto con la canzone “Sangue catanese” non avendo in mente di farne una cosa commerciale, anche perché la base di quella canzone, a quel punto, sarebbe stata mia. Invece, la base l’ho scaricata da Youtube, quindi zero commerciale, però non avrei mai immaginato che avrei fatto le scintille. Quando ho scritto questa canzone, era un periodo di transizione per me, era una fase critica, ho deciso di scommettere con me stesso, ho lasciato il lavoro che facevo e mi sono dedicato anima e corpo a ciò che mi piaceva davvero e sulla mia musica, per cercare di capire quanto valessi e farlo vedere anche agli altri. Non avrei mai immaginato il successo di quella canzone. C’era una stella fortunata in cielo e può essere che fosse la mia. Ho usato il dialetto come prova personale, perché lo utilizzo in determinate situazioni, per vedere quanto potesse essere apprezzato dalle persone che mi ascoltavano, ed effettivamente ho avuto molta fortuna, per questo ho continuato.

Infatti, dopo l’epoca di “Sangue catanese” a Catania sono usciti nuovi ragazzini che hanno rappato in dialetto, mi hanno preso come modello, se così possiamo dire.

Pensi mai al futuro, a quello che vorresti diventare, a quello che ti piacerebbe fare ancora in ambito musicale?

Quando penso al mio futuro musicale, non mi vedo in una linea “commerciale” anzi, per me questa parola neanche esiste quando compongo i testi. Spero che quello che adesso sto costruendo possa un domani darmi ancora più soddisfazioni di quanto me ne dà già ora, il mio obiettivo è diventare sempre meglio di quello che siamo, quindi “futuro” per me ha questo valore.

Spero di spaccare con la musica.

Quando hai iniziato a rappare la tua famiglia cosa ne pensava?

La mia famiglia inizialmente ha pensato che stessi perdendo tempo. I miei genitori hanno sempre avuto pensieri ben più importanti rispetto a che vedermi un rapper, associavano la cosa che mi piacesse il mondo underground e hip hop come ulteriore conferma del fatto che ero nel mio mondo, lontano dagli obiettivi della maggior parte delle persone. Non avrebbero mai pensato che sarei diventato quello che sono diventato, anche a livello di soldi che guadagno, facendo quello che mi piace, per certi aspetti sono ancora rimasto bambino ma con un’idea più sicura di quello che sono.

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Giulia Giardina

Nata a Catania, il 23/09/1998 si é diplomata presso il Liceo Classico statale "M. Cutelli". Studentessa di Lettere presso L'università degli studi di Catania.