Il velo dell’innocenza

Il caso di Asia Bibi e la blasfemia usata come vendetta

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Pakistan. 14 giugno 2009.

E’ proprio in quell’estate che si è consumato l’episodio determinante che ha condotto Asia Bibi verso una vicenda tormentata e quasi infinita. La donna stava lavorando i campi quando, con le altre donne che lavorano con lei, scoppia un diverbio. Loro musulmane, lei cristiana. Asia, assetata, va a prendere dell’acqua in un pozzo vicino e dopo averla presa la offre alle donne. Queste rifiutarono e, per di più, l’accusarono asserendo che, in quanto cristiana quindi infedele, avesse infettato la fonte. La donna rispose, sostenendo e dimostrando tutto l’amore e la gratitudine che provava nei confronti del suo Dio e, inoltre, si pensa che durante il diverbio abbia utilizzato parole che potessero offendere Maometto. Fu, quindi, accusata e denunciata per blasfemia dalle altre donne.

La reazione fu immediata: Asia fu picchiata, chiusa in uno stanzino, stuprata e arrestata solo pochi giorni dopo la denuncia. A più di un anno dall’arresto, la donna venne condannata a morte per blasfemia dal giudice Naveed Iqbal, il quale ha escluso “totalmente” la possibilità che l’“imputata” fosse accusata ingiustamente. Portata in carcere, le sue condizioni igieniche e di salute erano pessime. Nel 2013 fu trasferita dal carcere di Sheikhupura a quello femminile di Multan dove ha vissuto per anni in isolamento in una cella piccola e buia ricevendo, inoltre, continue minacce di morte da parte degli integralisti islamici. Il carcere, quello di Sheikhupura, è stato esattamente il luogo in cui lo stesso uomo che ha deciso di condannarla a morte senza alcuna prova fondata, l’onorevole Iqbal, si presentò offrendole la revoca della sentenza se e solo se la donna si fosse convertita all’Islam.

Una storia agghiacciante, piena di ricatti e ingiustizie alla quale però, Asia non si piegò. Forte della sua fede decise di non accettare la proposta sostenendo di preferire la morte come cristiana anziché la salvezza da musulmana, mostrandosi orgogliosa di sacrificare la sua vita per il suo credo. La contraddistingue una forte e grande fede che, come lei stessa racconta, le ha permesso di perdonare chi l’ha accusata.

Accuse fondate e concretizzate, fino alla condanna, dal più profondo nulla: dai soli pregiudizi e da motivazioni che hanno poco a che fare con la giustizia cioè quelle di non aderire al credo prevalente in Pakistan: l’islam. C’è di più, uno degli avvocati di Asia Bibi ha esposto, nel 2014, una serie di irregolarità nel processo come quando all’interno del tribunale, il cancelliere ha puntato una pistola alla testa dell’avvocato difensore.

C’è poi un altro particolare, che di questa caratteristica ha davvero poco, essenziale per comprendere ancor di più l’infondatezza della prova: l’imam Salim, nel 2009, ha deciso di inscenare la denuncia come d’accordo con le altre donne, chiaro esempio di quanto le minoranze come quella cristiana sia profondamente discriminata.

Dopo anni di dolore, soprusi e ingiustizie, il 31 ottobre 2018 la Corte Suprema pakistana ha dichiarato innocente Asia Bibi che ne ha ordinato la scarcerazione immediata. I problemi, però, non erano ancora finiti: quello stesso giorno coloro che manifestavano, degli integralisti favoreggiati dal partito sunnita contro l’assoluzione della donna, furono arrestati. Si parla di proteste che hanno avuto fine solo dopo un accordo tra il governo pakistano di Khan e i maggiori leader dei gruppi islamisti, che sanciva il divieto di Asia Bibi a lasciare il Paese, fondamentale per chi come lei è stata assolta e potrebbe essere,in seguito, oggetto di agguati da parte degli estremisti. L’incubo sembrava non avere mai fine quando, finalmente, la donna fu condotta all’aeroporto militare di Rawalpindi pronta a partire, insieme alla sua famiglia, per l’Olanda dopo aver ottenuto un visto dall’U.E.

La tormentata vicenda ha avuto una fine con, in più, il ringraziamento della figlia di Asia, Elshan, la quale ha mostrato la sua gratitudine per il coraggio dei giudici e dei componenti del sistema giudiziario pakistano grazie ai quali, la madre è libera. Ma i ringraziamenti vanno anche a tutti i governi, tra cui quello italiano, e, in particolare, alla Chiesa Italiana per aver mostrato grande solidarietà di fronte all’accaduto. I ringraziamenti sono stati volti tramite un video-messaggio mostrato anche a Venezia, città che, in questi giorni, sta illuminando di rosso i monumenti più rappresentativi in segno di vicinanza, come Roma aveva fatto con il Colosseo qualche tempo prima.

Dopo aver fatto luce sulla vicenda a lieto fine, è importante considerare le conseguenze che ciò comporterà soprattutto in Pakistan. Si parla di forze dell’ordine che, proprio in Pakistan, stanno tenendo sotto controllo i movimenti dei ranghi più estremisti tra i musulmani che hanno percepito l’espatrio della donna come una vera e propria “Congiura dell’ Occidente” per delegittimare l’Islam. I corpi di polizia invitano a mantenere l’ordine e la massima allerta a fronte di possibili attacchi terroristici collegati al caso Bibi. Si richiede particolare attenzione e vigilanza anche e, soprattutto, per i cristiani date le imminenti feste natalizie che, da sempre, sono foriere di possibili attacchi da parte degli integralisti ma quest’ anno ancor di più.

Dando uno sguardo al contesto storico- sociale, la legge sulla Blasfemia o “Legge Nera” è da sempre stata un vincolo alla libertà religiosa delle minoranze ma anche una legge significativa per i musulmani. Si contano circa 1000 persone, tra le minoranze, incriminate in Pakistan, una terra dove l’Islam è profondamente radicato e sentito che ha, addirittura, causato molteplici conversioni forzate per chi non aderisce al credo. Ciò aggravato dal forte immobilismo che cede libero terreno ai fanatici.

Introdotta nel 1986, questa legge prevede ergastoli o, nei casi più gravi, la pena capitale per chi offende Maometto. Ciò che rende ancor più amara la pillola, è il fatto che, la maggior parte delle accuse mosse contro i “colpevoli” non siano minimamente fondate su prove attendibili ma la Legge in questione è solo abusata e usata in modo strumentale per compiere vendette personali o per ragioni economiche: gli accusati sono, infatti, costretti a lasciare le loro terre che, addirittura, posso essere anche sequestrate. Vi sono casi di discriminazione molto marcata in Pakistan dove, in alcune zone, i ristoratori domandano quale sia l’appartenenza religiosa dei clienti prima di servirli, offrendo servizi diversi in base a tale appartenenza.

Inoltre, ritornando al caso Bibi, il suo avvocato è dovuto fuggire poiché la sua vita era in grave pericolo solo per aver difeso, da musulmano, una non musulmana. Di fronte a questa terribile legge, molte sono state le voci dirette a modificala, rivederla e usare misure più appropriate. Vediamo, allora, come il Pakistan e la cultura islamica così ricca di sapere, dalle affascinanti prospettive sia così gretta e suddita a una religione che rifiuta l’altro adottando leggi e comportamenti che stonano con la maestosità del suo essere.

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Carla Marino

Sono una studentessa universitaria di 20 anni. Sono di Catania e frequento il primo anno di Scienze Politiche indirizzo " Storia,Politica e Relazioni Internazionali". Mi interessano i grandi temi d'attualità e faccio parte della ONLUS "Comunità di Sant'Egidio".