Da mondo astratto a concreta realtà

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Una volta intrapreso l’ultimo anno di liceo, intuendo che si è ormai giunti alla fine della fase adolescenziale e quindi prossimi ad una decisione fondamentale per un altro capitolo della nostra vita, l’indirizzo universitario, si viene a creare una confusione talmente fitta che si finisce, puntualmente, con il rimandare quella decisione ad un altro momento. Quando quest’ultima ricade, nel caso specifico, sulla psicologia gli interrogativi che ci si comincia a porre sono diversi. I più ricorrenti saranno sicuramente quelli riguardanti il trovare o meno lavoro, i pregiudizi sulla figura professionale dello psicologo, l’aver paura nel cimentarsi in un mondo non poi ancora così evoluto e il non saper se riuscire ad andare o meno avanti in una realtà così poco definita.

Si comincerà a studiare e a sentir parlare di emozioni, personalità, patologie, ritardi, memoria, teorie. Ma cosa sono? Concettualmente lo sappiamo tutti ma fattivamente di cosa stiamo parlando? Difficile capirlo da dietro un libro da dove, inizialmente, tutto risulta tremendamente astratto. Per restituire, dunque, un po’ di concretezza a quanto si studia di fondamentale importanza sarà l’esperienza del tirocinio. 

Le ore di tirocinio, previste dall’UNICT, nel corso di laurea di scienze e tecniche psicologiche vengono divise in interno ed esterno. Il primo consta di 100 ore e prevede la partecipazione a conferenze ed incontri nei quali si trattano diverse tematiche e argomenti; il secondo, invece, viene svolto presso enti esterni (cliniche, ospedali, comunità, uffici, palestre) che ognuno può decidere in base alle proprie preferenze, e prevede 150 ore al secondo anno e 200 al terzo. Con il tirocinio, cominciando l’iniziazione pratica alla professione, si potrà entrare nel vivo di quest’ultima riuscendo così a rendersi conto della realtà con cui si è deciso di avere a che fare.

 Le ore di tirocinio svolte, nel mio caso all’interno di una clinica riabilitativa, sono risultate fondamentali per la mia preparazione. Ho osservato e assistito a diversi colloqui e somministrazione di test, per molteplici e svariate problematiche e patologie.

 Avere a che fare con le persone non è mai semplice, mai nessuno è uguale all’altro, non tutti si presentano nella stessa maniera, non sai mai quale sia il giusto approccio e purtroppo non esiste un unico metodo che vada bene per tutti. Ci si trova davanti soggetti che non si conoscono ma che si raccontano e si cominciano a fidare non in veste di amici, con i quali ci si può sentire liberi di parlare come si vuole, ma con persone con le quali è importante pesare le parole, paragonate ad armi, e che si aspettano tu le capisca fornendogli la soluzione al loro problema. Spesso, è questo l’errore che si fa: rivestire lo psicologo di un potere che non ha. Quest’ultimo, non è un mago e non è onnisciente. Non può sapere ciò che di se stesso non sa nemmeno il paziente. A questo punto, molte persone, si domanderanno quale sia lo scopo di questa figura. L’obiettivo è quello di guidare la persona, attraverso le sue stesse parole e il suo racconto, a tirar fuori ciò che lo tormenta, ciò che, come spiegato nell’articolo precedente, è stato represso e non risolto: la sua verità. Verità che non sempre viene accettata e che, spesso, può diventare essa stessa motivo di trauma o danni psichici se non posta e detta nel momento e modo giusto.  

Con questa esperienza si ha dunque la possibilità di svolgere realisticamente la professione accorgendosi, allo stesso tempo, di tutti i suoi aspetti positivi e negativi. Aiuta a capire cosa significa non demordere alla prima difficoltà, non abbandonare una persona poiché magari inizialmente scorbutica e diffidente; insegna cosa vuol dire avvicinarsi a qualcuno, non facendo il passo più lungo della gamba, tenendo a mente, allo stesso tempo, che non si può aiutare chi non vuole essere aiutato. Si comprende che ogni persona ha i suoi tempi e che questi devono sempre essere rispettati perché , alle volte, limitarsi serve più che eccedere. Nasce e si sviluppa la così detta “empatia”, chiave d’accesso in qualunque relazione interpersonale, capendo gli stati d’animo e la situazione nella quale si trova chi si ha davanti, scavando quanto più in fondo si può per ottenere, ogni qualvolta si incontra un paziente, un elemento in più rispetto all’incontro precedente per cominciare insieme il percorso di guarigione. Instaurando così, di volta in volta, un rapporto di fiducia.

Rilevante motivazione per chi intraprende questo percorso di studi è la gratificazione nel riuscire, sin da subito, a creare una via di comunicazione con il paziente rendendo così più semplice il raggiungimento del nucleo del problema e la partecipazione attiva del soggetto. Quest’ultima è quella che ci permetterà di realizzare l’obietto preposto facendo, allo stesso tempo, ricredere l’ipotetico paziente scettico sulla figura professionale dello psicologo.

 Ci si può inoltre rendere conto di quante opportunità lavorative possa offrire questo campo dando la possibilità di poter scegliere: come lavorare (se in equipe, in comunità, a singolo); in quali strutture (se, come dicevo prima, in scuole, cliniche, carceri, ospedali, palestre, comunità, uffici) e con chi (se con coppie, famiglie, gruppi, detenuti, bambini o anziani). Come si può notare la psicologia non è, come nel comune pensiero, solo il setting: dottore-lettino-paziente ma tantissimo altro in più.

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Simona Vasta

Nata a Catania il 12/08/97. Diplomata al liceo classico Nicola Spedalieri.
Frequento il terzo anno di scienze e tecniche psicologiche, presso l’Università di Catania. Amo il mondo della psicologia e della danza, mia grande passione, e tutto ciò che a queste due realtà possa essere attinente.
Faccio parte della ONLUS “Atlas” e sono organizzatrice di un’attività all’interno di quest’ultima: “Un bambino per amico"