Bohemian Rhapsody – un nuovo tributo (dai Queen) ai Queen

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“Bohemian Rhapsody”. Non solo un classico della musica rock entrato nella storia per la sua unicità e ricercata commistione di generi, ma il brano del XX secolo più riprodotto in streaming di sempre, superando 1,6 miliardi di riproduzioni sia audio che video. L’opera dei Queen raggiunge un nuovo record di ascolti, dopo più di 40 anni dalla pubblicazione, a seguito del recente successo, più di pubblico che di critica, dell’omonimo film sulla band e sul suo frontman Freddie Mercury, nelle sale dal 29 novembre e ancora in testa al box office italiano.

Un progetto complicato e rischioso, in cantiere da diversi anni, con cambi nella scelta del cast e nella regia, e con la pregnante collaborazione dei due restanti componenti della band Brian May e Roger Taylor in qualità di produttori.

Allineandosi ai moderni biopic, la pellicola segue l’evoluzione della band a cominciare dalle origini, soprattutto dal percorso del carismatico leader Freddie Mercury (ancora l’ambizioso, solitario e insoddisfatto ragazzo di nome Farrokh Bulsara) e incentrandosi quasi del tutto sulla prova attoriale imitativa, perfettamente superata, di Rami Malek (a tutti noto per la serie Mr. Robot); poi l’arrivo del successo, la genesi produttiva di alcuni dei brani più celebri, le difficoltà personali e la consacrazione finale con il Live Aid del 1985. Quindici anni della storia della band, condensando in lasso temporale ristretto, un po’ per aumentare il pathos e la drammaticità della narrazione, un po’ forse per rivestire ulteriormente di patina la figura di Mercury e di tutta la band, alcuni eventi, quali la scoperta e rivelazione della malattia di Freddie, l’arrivo di un nuovo compagno di vita, la ripresa dei concerti dopo una pausa.

Hanno fatto storcere il naso ai critici e ai fan più puntigliosi le modifiche di date di tour e di pubblicazione di pezzi come “We Will Rock You”, posticipata agli anni ’80, le omissioni o le aggiunte di altri dettagli alterati o non corrispondenti alla realtà storica. “Is this the real life? Is this just fantasy?”

C’è chi dice che Freddie meritava di meglio, che questa riproduzione non può incarnare pienamente quello che lui è stato ed è ancora, il mito, la leggenda, che questo modo di impostare i film biografici perde in originalità e serve solo per garantire Oscar e altri premi. Ma le sale colme e gli oltre 600 milioni di dollari di incassi (di cui 150 solo negli USA) parlano chiaro. Dopotutto, se un film riesce ad emozionare, a riprodurre fedelmente tanti aspetti (persino il palco e l’area backstage del concerto del Live Aid a Wembley) a far avvicinare strati di pubblico più giovane a canzoni che magari si conoscevano solo di sfuggita o perché ritrovate in vari contesti, poco importano gli adattamenti e le dissertazioni sulla riproducibilità o meno dell’aura di un performer e divo.   

Si parla persino di un possibile sequel chiamato The Show Must Go On, dove si mostrino gli anni successivi, con la morte di Mercury e il resto del lavoro della band. Comunque vada, la figura iconica continuerà a rivivere nell’immaginario anche solo per aver dedicati progetti così ambiziosi.

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Aurora Vannella

Studentessa di Scienze e Lingue per la Comunicazione all'Università di Catania. Appassionata di scrittura, cinema, musica, teatro e impegnata in diversi progetti in questi ambiti e nel Social Media Management.