Accettare o rifiutare un aiuto?

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Nello scorso articolo ho anticipato come sia di fondamentale importanza, per garantire la riuscita del percorso riabilitativo, che sia il paziente stesso a chiedere aiuto allo psicologo. Bisogna tenere bene a mente che in questa professione questo punto non è solo il più importante ma è proprio la “conditio sine qua non” per poter raggiungere dei risultati. Il punto dal quale partire. 

Perché è importante? La maggior parte di noi sarà sicuramente stato educato e cresciuto con il concetto di fare del bene agli altri, di tendere la mano al prossimo quando lo si vede in difficoltà, di fare il massimo quasi l’impossibile per poter restituire a quel qualcuno il sorriso, specialmente se nostro amico. Questo è sicuramente un valore autentico che bisogna tenersi stretto però, alle volte, l’insistere nel voler aiutare gli altri crea, da parte nostra, un dispendio di energia così elevata che si finisce con l’ammalarsi distruggendo paradossalmente il proprio equilibrio psicologico.

L’insistere nel voler fare un qualcosa per qualcuno che non vuole non diviene solo inutile ma anche controproducente, andando a peggiorare possibilmente una situazione già compromessa di per sé. Come? È sottilissimo il confine tra “supporto” ed “invadenza”, perseverare in casi come questi porterà ad una indisposizione generale del paziente che si sentirà non rispettato e violato nella sua privacy, non avendo avuto il tempo necessario per metabolizzare il trauma, interiorizzarlo e quindi accettarlo. È consequenziale dunque che dal paziente non venga apprezzato e riconosciuto lo sforzo, il tempo e l’impegno speso da parte dello psicologo non riconoscendogli in ciò che fa un aiuto. 

Spesso si sente dire “questione di tempo” oppure “il tempo è la medicina di tutto”, questa ne è la conferma. Per quanto sia apparentemente superfluo vedere il tempo passare davanti a sé, è un qualcosa di fortemente utile ed importante per razionalizzare l’evento, guardare dentro di sé ed eventualmente chiedere aiuto a qualcuno (amico o professionista) se è questa la consapevolezza alla quale si arriva da soli.

Molti di voi si starano chiedendo: sarebbe meglio quindi mollare la presa lasciando il soggetto soffrire poiché non pronto ad essere aiutato? Assolutamente no. Ciò che si vuole comunicare è che il nostro aiuto ha dei limiti, limiti spesso posti da qualcun altro e che nonostante i molteplici consigli il soggetto non migliorerà prima o più velocemente perché apprenderà solo ciò che è disposto ad apprendere in quel momento. L’essere respinti non è certamente gratificante o appagante ma sarà sicuramente stimolante per tentare un nuovo approccio, diverso da quello appena tentato che magari era andato bene con la persona precedente. 

Dopo aver chiarito questi primi concetti chiave, è altrettanto importante discuterne un ultimo. Una volta che ci si trova di fronte ad una persona non è certamente la strada giusta quella di voler imporre il proprio pensiero o metodo, divenendo presuntuosi e convinti della correttezza del proprio modo di agire o pensare a sfavore di quello dell’altra persona. Nonostante venga fatto a fin di bene, spinti dal timore che chi si ha di fronte possa sbagliare, è giusto che quest’ultimo eventualmente sbagli così da poter imparare in maniera costruttiva dall’esperienza stessa. Come ci si dovrebbe porre, invece, è disponibili e aperti alla comunicazione e allo scambio di idee, non impedendo ad altri di sviluppare una propria capacità di problem solving. Ogni individuo in quanto singolare ed unico ha una propria sensibilità, emotività e modo di reagire alle situazioni, positive o negative che siano, pertanto non è da considerarsi strano se ad uno stesso problema due persone diverse reagiscono in maniera perfino apposta. Non esiste un modo universale secondo il quale sarebbe giusto o sbagliato agire bensì ve ne sono tanti, ognuno dei quali ha un suo perché. 

Come è possibile immaginare lo psicologo, massimamente esposto a rischio di influenza, è tenuto a vedere tante persone quante problematiche, motivo per il quale risulta necessario il mantenimento del distacco emotivo da chi si ha di fronte facendo in modo di non essere trascinati in quel vortice di emozioni negative che non gli appartiene.

Quanto detto sopra serve a comprendere che aiutare ed essere aiutati è quanto di più soddisfacente e appagante ci sia ma la delicatezza, il tatto, l’empatia, il rispetto di ciò che vuole l’altro e il mettersi nei suoi panni, senza far prendere piede al nostro ego, è il primo passo per raggiungere questo scopo.    

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Simona Vasta

Nata a Catania il 12/08/97. Diplomata al liceo classico Nicola Spedalieri.
Frequento il terzo anno di scienze e tecniche psicologiche, presso l’Università di Catania. Amo il mondo della psicologia e della danza, mia grande passione, e tutto ciò che a queste due realtà possa essere attinente.
Faccio parte della ONLUS “Atlas” e sono organizzatrice di un’attività all’interno di quest’ultima: “Un bambino per amico"