L’importanza della radio nell’era digitale

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“La Radio è il teatro della mente” diceva Steve Allen, noto musicista statunitense. Ma in un’epoca in cui la musica è facilmente a portata di “clic”, cosa rende ancora così importante la radio?

In Italia il fenomeno della radiofonia cominciò a diffondersi perlopiù negli anni 50′. Passata la seconda guerra mondiale vengono ricostruiti gli impianti di diffusione, e la radio che nel 1949 assume il nome di RAI (Radio Audizioni Italiane) inizia il suo periodo d’oro. Il successo era dovuto principalmente all’invenzione dell’autoradio che permetteva l’ascolto ovunque. La radio così cominciò ad essere una vera e propria compagna di vita nelle avventure degli italiani. Da quegli anni ormai tutto è cambiato, principalmente grazie alla nascita negli anni 70′ delle prime radio libere. Esse si svilupparono con intenti diversi: trasmettere musica indipendente e dediche, notiziari locali, programmi demenziali, idee politiche. Comincia quindi ad essere un’alternativa al monopolio della Rai, e le emittenti radiofoniche divennero migliaia.

Ad oggi però quell’importanza che la radio aveva negli anni 70′ sembra essersi persa. L’era digitale infatti ha rivoluzionato diversi settori, compreso quello della radiofonia. Tra emittenti online e servizi digitali (Spotify, Itunes o Amazon Music tra i tanti) che permettono a qualsiasi utente il libero ascolto di ogni brano, la radio non detiene più quell’importanza preminente che l’ha portata al successo. Nonostante tutto però, gli ascolti e il seguito continuano ad esserci, e per spiegarne il motivo siamo riusciti ad ottenere un incontro con Antonella Insabella, conduttrice radiofonica di “Radio Studio Centrale“, e Romano Mascali, direttore artistico della suddetta radio.


Intervista ad Antonella Insabella

Antonella, hai cominciato a far radio circa 25 anni fa, sei ormai una veterana di questo settore. Quali sono secondo te i principali motivi che portano gli ascoltatori ad optare per la radio piuttosto che per i nuovi servizi musicali digitali?

Sicuramente non è più la musica, perché il fatto che essa ormai sia fruibile in qualunque momento e su qualsiasi piattaforma, non è il valore aggiunto della radio. Questa cosa mi rammarica molto perché il motivo per cui ho iniziato questo lavoro non era il microfono, ma l’amore per la musica. Purtroppo per quanto riguarda i miei coetanei nell’ambito della conduzione, la maggior parte di loro sceglie di fare radio solo per una forma di vanità, e non per un desiderio di comunicazione reale, nel mio caso comunicazione musicale. Ad oggi uno dei principali motivi per cui si sceglie la radio sono i contenuti, che siano di intrattenimento, approfondimento o di altro. In base ai temi che vengono trattati infatti le più ascoltate sono, o quelle in cui vi è una forte personalizzazione nella conduzione, oppure quelle “targettizzate”, come radio Freccia, che risponde ad un’esigenza musicale che non può essere soddisfatta in una radio generalista. In buona sostanza oggi si può suonare qualsiasi tipo di musica, ma per me è un paradosso, visto che questo meccanismo l’ho voluto piegare alle mie esigenze. Dal momento che oggi io suono quello che suonano tutti, cerco di mettere nel mio programma qualcosa di diverso, proprio in senso musicale. Questo comporta per esempio lanciare cantanti meno famosi, perché se il conduttore ha credibilità in ciò che fa, è in grado di proporre qualcosa di musicalmente diverso, che è l’unico modo per differenziarsi.

La radio ormai punta perlopiù al rapporto che si viene a creare tra lo speaker e l’ascoltatore, com’è possibile riuscire a crearlo? Che requisiti deve possedere uno speaker per riuscirci?

L’empatia è un requisito fondamentale, anche se a mio avviso non è sufficiente. A me dispiace molto che la nuova generazione di conduttori radiofonici non abbia preparazione musicale, e spesso non abbia neanche preparazione tecnica nel modo di stare davanti al microfono. Quest’ultimo è una responsabilità, attraverso esso si ha un potere di influenza che bisogna utilizzare responsabilmente nel trasmettere la propria opinione.

Il programma che conduci, “Il Salotto” di Radio Studio Centrale, ha un nome abbastanza particolare. Perché proprio l’immagine del salotto?

Perché vuole ricreare le condizioni che si creano in un salotto tra amici. L’obiettivo è quello di creare una sorta di “Comfort zone” nel quale ci si ritrova in maniera virtuale, e il fine è quello della condivisione, non social, ma di emozioni o di storie. Un hashtag che utilizzo spesso durante la conduzione del mio programma è #Bellestorie. In “Salotto” dopo un intera giornata, considerando anche la fascia oraria 17-20, la gente si ritrova tra amici chiacchierando, confrontandosi e raccontandosi delle “belle storie”. Tutto questo perché io credo ci sia un bisogno di edificazione da parte della gente, cioè, ognuno di noi sente il bisogno di avere dei contenuti costruttivi e quindi per me la missione è quella di proporre quotidianamente una storia diversa interessante a suo modo.

Oltre alla passione per la musica, cosa ti ha portato ad intraprendere questa carriera da conduttrice radiofonica?

Il desiderio di condividere le emozioni che la musica suscitava in me. Oggi con questo desiderio nessuno fa radio, ma io ho cominciato per questo motivo.
Non è difficile dato che tutti ascoltano la musica perché si emozionano, solo che ciascuno di noi prova qualcosa di diverso. C’è chi si diverte, ma il divertimento stesso è un’emozione, c’è chi piange, ma anche questo lo è, il motivo principale che mi ha portato ad intraprendere questa carriera è il condividere i diversi stati d’animo che suscita la musica in ognuno di noi.

In 25 anni di carriera radiofonica hai assistito in prima persona ai tanti cambiamenti che la radio ha subito ad oggi. Volevo chiederti se c’è qualche valore che è andato perso per via di questi cambiamenti, e soprattutto su cosa dovrebbe migliorare la radio in futuro.

Io mi permetto di dire che la radio oggi dovrebbe avere più coraggio e autostima. A confermarlo sono i dati relativi alla raccolta pubblicitaria di tutti i media, visto che nel 2016 l’unico in positivo era la radio. Con questo voglio dire, che se la pubblicità funziona nelle radio ci sono due motivazioni: innanzitutto la mobilità, il fatto che passiamo molto tempo in macchina è determinante nella fruizione della radio; la seconda è data dal fatto che la radio è l’unico mezzo definibile “caldo”, perché riesce a creare con l’ascoltatore un rapporto diretto. Il “gap” con i servizi digitali potrebbe essere colmato con una maggiore libertà e spirito d’iniziativa anche in senso musicale, e con un’implementazione dei servizi digitali nella propria radio, intersecando il web e la radio con competenza.


Intervista a Romano Mascali

Cominciamo con una domanda molto soft, ad oggi cosa significa essere il direttore artistico di una radio?

I compiti di un direttore artistico sono quelli di organizzare la vita di una radio, programmare quindi tutto quello che si ascolta. Dietro quello che è il risultato finale c’è un lavoro che non si vede, dalla programmazione artistica, ossia la scelta di chi condurrà le trasmissioni, ai brani che verranno trasmessi. Ad oggi anche la musica rende una radio identificabile rispetto ad un’altra, anche se non ha più la stessa importanza. Oltre questo, un direttore si occupa anche dell’insieme delle persone che compongono il cast artistico di una stazione radiofonica.

La radio nel corso degli anni si è evoluta, basta pensare al servizio offerto su internet, o la ricerca continua di programmi che possano intrattenere gli ascoltatori. Qual è ad oggi il fattore principale che porta l’ascoltatore a preferire la radio ai servizi musicali digitali?

La radio potrà sempre risponderti, non va avanti con un clic ma con un’interazione che il servizio digitale può solamente sognare. Il principale motivo sta nella possibilità di parlare con l’ascoltatore, di entrare anche in empatia con il pubblico, diventare quindi un amico, un confidente oppure anche un giullare, qualcuno che alle 7 del mattino mentre sei intrappolato nel traffico con una risata ti cambia completamente la giornata.

Soffermandoci sulla parte tecnica, quali sono le principali doti che deve avere un direttore artistico?

Secondo me è fondamentale seguire una serie di step, il ruolo di speaker o di Deejay all’interno di una radio è obbligatorio, anche perché così si possono capire quali sono le esigenze di un emittente radiofonica. Svolgendo questi ruoli avverrà uno scambio con il proprio direttore, lui ti darà la sua esperienza e tu potrai portare delle nuove idee, a quel punto diventerà quasi un passaggio naturale.

Lei molte volte ha parlato della radio come un suo grande amore, quali sono i fattori che l’hanno portata ad innamorarsi?

Posso risponderti con una delle mie frasi preferite: esistono tante radio, quanti sono gli ascoltatori che la seguono in quel momento. Essa è diversa per ogni ascoltatore, perché il timbro della voce o qualunque tipo di difetto o di pregio da parte del conduttore, crea un’idea della persona che potrebbe essere completamente diversa da quella di un’altra. Tutto questo può dipendere anche dalle condizioni in cui avviene l’ascolto, esse possono portarti a creare un immagine anche in base al proprio stato d’animo, del resto la mente dell’uomo è enorme e ognuno si fa una propria idea di quello che ascolta.

Chiudiamo con una domanda sul futuro, quali sono secondo lei i punti su cui la radio può ancora migliorarsi?

Innanzitutto riuscire a capire in che modo si dovrà operare nel futuro è veramente difficile, diciamo che intanto è più importante essere a passo con il presente. Una radio forte è sicuramente quella che riesce a diversificare la propria offerta, Radio Studio Centrale lo fa sul web, attraverso la creazione di varie radio tematiche che sono complementari alla nostra e possono essere ascoltate soltanto tramite Internet.
Sicuramente un altro punto su cui migliorare sono le interazioni sui social, ed il nostro numero di seguaci è elevatissimo per una radio locale. Bisogna stare attenti a quello che accade, però credo che la parte principale della radio deve essere sempre quella di avere qualcuno che ti faccia sentire il calore umano.

 

Dopo esserci soffermati sul lato tecnico e artistico, credo sia doveroso passare al lato personale. Credo di aver vissuto la radio come pochi, ci sono cresciuto ed è come se ne facessi parte da prima che nascessi. Purtroppo molte volte si tende a pensare che la sua unica funzione sia quella di trasmettere brani, ma non è così. La radio è emozione, è creare uno spazio in cui gli ascoltatori possono dire la propria, è un mezzo di comunicazione diretto in cui il conduttore crea un vero e proprio rapporto con colui che l’ascolta. Essa è la colonna sonora della nostra vita, è fedele, ed è uno strumento che non può essere sostituito da dei semplici servizi musicali digitali.
La radio è “Il teatro della mente”, uno spettacolo a cui tutti possono accedere, e che continuerà ad affascinare chiunque avrà una “bella storia” da condividere.


“L’altro giorno guardavo la radio. La ascoltavo e la guardavo… la manopola, le luci… che figata! Quante emozioni può suscitare una scatola nera, apparentemente insignificante. ‘Sta cosa mi affascina, mi stimola il pensiero: quando ascolto ciò che esce da quella scatola immagino ciò che mi stanno dicendo, la faccia di quello che sta parlando, la sua espressione. Tornerò in radio, perché è un’espressione di totale libertà. In tutti i sensi. Io ho fatto programmi radiofonici senza pantaloncini, in mutande, e nessuno ha potuto dirmi niente. In radio puoi lavorare di fantasia e soprattutto far lavorare di fantasia chi ti ascolta.”

– Fiorello

Intervista integrale ad Antonella Insabella:

 

Intervista integrale a Romano Mascali:

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Leonardo Mascali

Leonardo Mascali. Nato a Catania il 03/10/1998, diplomato al liceo scientifico Concetto Marchesi di Mascalucia, oggi studente presso il dipartimento di Giurisprudenza di Catania.
Scrivo per passione: molte volte tramite la scrittura di certe avventure si trasmettono emozioni che vale la pena ricordare.

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