750.000 anni fa l’amore

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“E cos’altro può essere l’amore se non una segreta pazzia un opprimente amarezza e una benefica dolcezza”

L’amore, mistero e certezza da cui tutti sono stati e saranno colpiti, su cui tutti hanno speculato, dal semplice contadino al tormentato artista, al grande filosofo e poeta  fino al grande imprenditore.

Ognuno di essi esprime una visione ed un pensiero diverso di tale sentimento e stato d’animo  che, oggi più che mai, è soggetto ad un mutamento, sopratutto mediatico, che lo  degenera e svilisce, privandolo di quelle sue innate caratteristiche antropologico esistenzialiste essenziali, a favore di una rappresentazione televisiva e commerciale  che ingabbia l’indomabile sentimento in una serie di eventi e condizioni  che ne delimitano e disegnano l’esistenza stessa. Dunque la domanda che spesso sorge spontanea è da cosa nasca e da cosa sia determinata  l’incontrollabile  sensazione di disagio e inferiorità che si manifesta quando inizialmente tale sentimento si presenta, quando ancora non è condizionato da fenomeni ed eventi di natura tristemente contrattuale ed egoistica.

Per dare risposta a simile rovello si dovrebbe partire analizzando le prose ed i versi  dei grandi poeti tardo medievali come Dante o Petrarca che dell’amore si sentivano totalmente succubi, con una consapevolezza implicita dell’impossibilità di  controllare  tale sentimento. Si potrebbero passare in rassegna tutte le opere degli scrittori romantici o perfino analizzare tutte le speculazioni di Oscar Wilde e Shakespeare.

Tuttavia in queste poche righe si prenderà in considerazione un insieme di artisti che grazie alla loro unione professionale hanno dato vita ad una dei più grandi e forse irraggiungibili complessi musicali dell’era contemporanea. Tali artisti sono il virtuoso tastierista Vittorio Nocenzi, nucleo fondatore del gruppo, il cantante dall’empatica  e coinvolgente voce Francesco Di Giacomo, ed il trittico strumentale composto dai tecnici musicisti Marcello Todaro alla chitarra, Renato D’Angelo al basso e Pierluigi Calderoni alla batteria. Questo connubio di artisti  ha dato vita, alla stregua dei Pink floyd ed i King Crimson, ad uno dei più iconici progetti artistici della musica italiana degli anni 70 e oltre, “Il banco del mutuo soccorso”, tra i massimi esponenti della scena progressive internazionale che nel 1972 da alla luce il  l’album che agli occhi della critica li immetterà  in modo permanente  nella storia della musica.

“Darwin”, è un concept album uscito nel 1972 dai geni creativi già citati, che riescono a rappresentare strumentalmente qualcosa di inconcepibile a molta gente, Darwin non è un semplice album, ma un vero e proprio trattato sull’evoluzione della vita dell’uomo, sulle sue debolezze, la sua crescita culturale , il suo adattamento alle varie circostanze di sopravvivenza, le sue conquiste ed il suo rapporto primitivo, non in senso negativo, con quel sentimento chiamato amore.

Uno sforzo creativo notevole che si distacca totalmente dal resto della musica italiana del medesimo periodo, ad eccezione degli altri esponenti della medesima scena musicale come gli “Area”, la “PFM, i primi album di Franco Battiato. Darwin contiene brani molto lunghi, spesso interamente strumentali, che mescolano al classico rock progressivo anche del puro jazz, restano indelebili brani come “La conquista della posizione eretta”, o  “La danza dei grandi rettili”, ma ciò che rappresenta di  più la profondità dei temi toccati in questo album, e sopratutto che più si lega all’argomento qui trattato, è l’onirica ed iconica composizione sinfonica assemblata al poetico testo scritto da Di Giacomo, “750.000anni fa l’amore?”. 

Qualcosa di assolutamente magico ed apparentemente inconcepibile  avviene in questo brano, poiché si tenta di rappresentare  musicalmente lo stato d’animo dettato dal  primordiale sentimento d’amore, divincolato da qualsiasi altro ragionamento di egoistica convenienza sociale,  presente nell’uomo primate, alla visione  della donna da lui amata, quel sentimento che valica aldilà del sesso, che trasmigra dall’istinto di conservazione della specie,  ed è ben lontano da un autocompiacimento di adattamento sociale.  

“ Ed io tengo il respiro, se mi vedessi fuggiresti via , e pianto le unghie in terra, l’argilla rossa mi nasconde il viso, ma vorrei per un momento stringerti  a me qui sul mio petto, ma non posso, fuggiresti  via da me, io non posso possederti, io non posso, fuggiresti, possederti anche per una volta sola”

Dopo i primi versi che contengono una lode alla prime caratteristiche fisiche visibili nella donna mentre questa si appresta a bere in una fontana, l’uomo primate folgorato da cotanta bellezza, mostra immediatamente segni di disagio e di inferiorità contrapposti all’altrettanto forte desiderio di poter amare ed avere quell’essere sublime, ma la paura di essere inadeguato e conseguentemente di essere rifiutato si fa strada nel malinconico e desideroso stato d’animo del primate , che affoga in un triste pianto  che esprime la sua convinzione di non essere completamente all’altezza di un sentimento così grande, e soprattutto di chi lo incarna.

Un  sentimento così forte e dirompente  da portare il semplice ominide  a dubitare delle sue stesse capacità razionali, definendosi uno scimmione senza ragione, incapace di poter anche solo mostrarsi a quella creatura angelica senza che essa inorridisca e fugga, perdendo dunque anche la sola possibilità di contemplarla visivamente .

Il primate è colpito da così profonda  e angosciosa e  paura che  preferisce mirare da lontano  la donna, restando a lei ignoto, piuttosto che mostrarsi e rischiare di perdere anche solo l’immagine di questa, da contemplare entro se stesso e solo con se stesso. Siamo di fronte ad un sentimento cosi forte e complesso cha riesce perfino a sormontare la ricerca del benessere personale, una  difficile ma realtà sentimentale quasi del tutto scomparsa nella rappresentazione di questo sentimento nella società massmediatica contemporanea che preferisce mostrare, nei vari programmi televisivi, atteggiamenti snobisti  mirati solo all’ egoistico autocompiacimento  sessuale, sociale  o addirittura cristallizzato alla ricerca di un rapporto che possa portare all’accrescimento  dello status economico e sociale degli individui in questioni, spacciando, o meglio celando, tutto ciò  dietro la maschera del vero amore e dell’ incontrollabile desiderio che ad esso precede e seguita.

È facilmente comprensibile come un testo del genere sia quasi impossibile da concepire e soprattutto da comprendere, in particolar modo nella nostra società, nella quale gli argomenti di questo testo  apparirebbero, ad occhi comuni,  utopici, e dunque non verrebbero apprezzati se non addirittura travisati negativamente. Tuttavia è inutile prendersi in giro da soli, tutti ci rivediamo in quelle sensazioni di disagio e confusione, poiché nonostante la nostra incredibile evoluzione, ed il conseguente irrigidimento emotivo che ne deriva , siamo  una specie con molte debolezze e paure, che di fronte a certe  scelte,ansie,momenti  definitivi, spesso ci mostriamo ancora come  l’istintivo, puro e vero “scimmione senza ragione”. 

“ La poesia, la bellezza, l’amore. Queste sono le cose per cui continuiamo a vivere”

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Alberto Pantò

Nato a Bronte.
Studente di Beni Culturali - Storico Artistici presso l'Università di Catania.
Semino dubbio, raccolgo cultura, vivo di bellezza