Un lieto fine che combatte la disumanizzazione moderna.

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Quando ero piccolo, all’età di circa 4 anni, mia mamma si separò da mio padre, perché lui aveva due mogli e le amava, ma non amava mia madre. crescendo mia nonna mi spiegò che mio padre aveva un negozio di vestiti, ma quando si era separato non aveva speso nulla per me. Io non ho mai conosciuto mio padre ed ho avuto queste informazioni da mia nonna quando ebbi compiuto sette anni. Ho sempre vissuto con mia mamma che mi ha cresciuto e mi ha fatto andare a scuola nella nostra città, Farafenni in Gambia. Ad un certo punto ho dovuto interrompere gli studi perché la scuola si pagava, ma mia mamma non lavorava e quindi mi ritirai. Ho iniziato cosi ad andare in campagna per guadagnare un po’ di soldi per la mamma, in modo che la famiglia potesse andare avanti. Anche mia mamma iniziò a lavorare guadagnando qualcosa per mangiare, mangiavamo in base a ciò che avevamo come avviene in tutto il mondo, dove ognuno mangia per quello che ha.

Io ero il primo figlio di mio padre e quando compii 12 anni lui venne a parlare con mia madre per portarmi via con lui. Mia madre però non ne volle sapere e gli disse: “non devi neanche provare a portarti questo figlio che hai abbandonato da sempre”. Voleva prendermi a tutti i costi, venne anche da me un giorno a chiedermi come mi chiamassi e io gli dissi il mio nome, Salimina Hydara; ci rimase male perché avevo il cognome di mia madre ed alla richiesta sua di spiegazioni io risposi che conoscevo solo lei, mentre lui mi aveva abbandonato e non avevo un padre. Mio padre è cattolico, ma fa parte di una tribù dove si crede che il primo figlio maschio deve seguire sempre il padre e per questo veniva sempre per convincermi ad andare via con lui. A volte picchiava mia madre per farla cambiare idea, ma lei non era disposta a consegnarmi a lui e spesso piangeva perché non sapeva come risolvere il problema.

Io avrei dovuto seguire mio padre perché ero il suo primo maschio, ma nemmeno io ero d’accordo con questa storia. Un giorno mia madre mi disse che le cose stavano peggiorando e che dovevamo trovare una soluzione perché mio padre e la tribù, stavano venendo a prendermi, per loro ero troppo importante. Dovevo lasciare il paese, altrimenti non mi avrebbe mai lasciato in pace. Cosi sono andato in Senegal dove ho trovato un ricco signore che aveva un allevamento di animali, cominciai a lavorare per lui, pascolando le pecore, capre e vitelli in foresta. Pensavo che le cose si stessero sistemando, ma un giorno trovai mio padre a casa del signore che chiedeva di me. Dissi allora che tornavo nella foresta, nonostante fossi stanco, perché non sarei mai tornato a casa con mio padre.

Mio padre rimase in Senegal per convincermi, ma io decisi di tornare da mia madre ed abbandonai tutti gli animali che si persero nella foresta. Allora il signore mi cercò a casa di mia madre per farmi pagare i danni, se non avessi pagato mi avrebbe ucciso. Solo allora mia madre e mia nonna decisero di mandarmi lontano per salvarmi la vita.

Fuggii dal Gambia, attraverso il Senegal, il Mali ed il Burkina Faso, per arrivare in Niger dove sono rimasto un mese e mezzo. Dopo ho attraversato il deserto, solo sabbia e niente da bere. Eravamo in 37 in un furgone e soffrivamo tanto, ma alla fine siamo arrivati in Libia. Purtroppo, due ragazze sono morte nel viaggio. In Libia si viaggia solo di notte perché se ti scoprono ti portano in prigione. Dopo un mese, siamo arrivati in Ziltan, dove ho trovato un arabo di buon cuore che voleva adottarmi, ma non ero sicuro del suo affetto. Rimasi comunque con lui qualche settimana e mi preparai ad attraversare il mar Mediterraneo ed arrivare sulle coste italiane. Alle 4 di mattina, mi accompagnò in macchina per farmi prendere una barca, che mi avrebbe portato in Italia. Pagò tutto lui e mi lasciò nelle mani di un suo amico che gli assicurò che tutto sarebbe andato bene. Verso le 17 prendemmo il gommone sulle spalle per metterlo a mare ed io iniziai a piangere, perché pensavo a due sole possibilità: o vado in Italia o muoio.

Ad un certo punto notai che avevamo raggiunto le acque internazionali e fummo avvistati da una nave italiana. Dopo tre giorni dalla partenza, arrivai nel porto di Pozzallo ed è cominciata la mia nuova vita in Italia.

Era il 22 Agosto 2016.

Salimina è un ragazzino del Gambia del 2001, è stato iscritto presso l’I.C. Rogasi di Pozzallo, manifestando sin dai primi giorni un notevole interesse per tutte le discipline ed in particolare ha profuso impegno per la lingua italiana, che ha iniziato a padroneggiare con una certa disinvoltura dopo poche settimane.

Con una frequenza assidua e con spirito di socializzazione, ha saputo catturare l’attenzione dei compagni, diventando maturo e disponibile.  Ha iniziato a suonare la tromba ed a partecipare con successo a molti concorsi musicali.

È un lieto fine, in una vicenda drammatica, come quelle alle quali assistiamo ormai quotidianamente. Non per tutti va cosi, anzi per quasi tutti la fine è tragica, in un mondo che sembra si sia del tutto dimenticato del senso dell’umanità, dove gli uomini distruggono i propri simili, per i loro, forse troppo sporchi, interessi.

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Endrio Zanti

Mi chiamo Endrio Zanti, 29 anni, studio comunicazione e lingue a Catania, aspirante giornalista, aspirazione dovuta alla passione per l'informazione e la scrittura, relative a tematiche storiche, culturali e di attualità.