“Roma”: il Messico da Oscar

Il nuovo film di Cuarón che non delude le aspettative.

4' di lettura

Dopo “Gravity” Alfonso Cuarón non smette di stupire presentando nel suo nuovo film uno scenario carico di simboli e un velo nostalgico capace di riportarlo indietro di qualche anno, precisamente alla sua infanzia.

Roma” è un quartiere borghese della Città del Messico dove il regista è cresciuto. Luogo che nei primi anni ’70 fronteggia un periodo di grande instabilità politica e economica, intervallato da proteste studentesche non poco violente: Cuarón le descrive scegliendo di utilizzare una scena emblematica in cui, durante una protesta, due ragazzi inseguiti dalle forze dell’ordine si rifugiano in un vicino negozio ma, sfortunatamente, uno dei due ne rimane ucciso colpito dalla pistola di un’agente. Possiamo di certo affermare, però, che queste proteste rappresentano un contorno alla realtà di quel periodo che Cuarón vuole mettere in luce attraverso la pellicola.

La scena è dominata dalle donne: Cleo, la protagonista tuttofare mixteca (popolo indigeno mesoamericano) di una famiglia agiata, che attraverso i suoi occhi, speranze e frustrazioni, la vicenda prende forma. Chiaro è il riferimento al consistente divario sociale che caratterizza il Messico di quegli anni, in cui, le tuttofare ricoprono difficilmente solo questo ruolo, fin troppo riduttivo. Cleo è paziente, pacata e forte mostrandosi amorevole nei confronti della famiglia per cui lavora a cui è caldamente affezionata, composta da un ricco medico Antonio e sua moglie Sofia, una casalinga, quattro bambini e la nonna. Il rapporto che intercorre tra Cleo e la famiglia non si avvicina a quello di una semplice subordinata al proprio datore di lavoro ma è piuttosto quello di una ragazza che, con grande dedizione e pazienza, si prende cura non solo della casa ma anche dei bambini rappresentando, per loro, un saldo punto di riferimento riservando loro le necessarie attenzioni senza dimenticare le coccole e le carezze che rivelano tutto il suo affetto. Un’immagine che fa spesso capolino nella nostra mente, leggendo queste parole, è quella di una “tata” che quasi si sostituisce al ruolo di una madre, attenta e presente nella vita dei propri figli che, però, si trova spesso distante e parecchio esclusa dalla famiglia e dai genitori dei figli che accudisce. Non è questo il caso che sfata e riduce a niente il luogo comune della tata servizievole ma poco rispettata, Cleo è amata e protetta dalla famiglia per la quale lavora.

Analizziamo, ora, un’altra figura femminile connotata da una certa importanza: Sofia moglie e madre casalinga benestante che è mossa da un grande e profondo rispetto e amore per il marito, spesso assente da casa per via del lavoro. Provenienti da due classi sociali differenti, le due donne sembrano non aver nulla da condividere, ricalcando e rafforzando il classico rapporto di subordinazione tra la donna agiata e la tuttofare. Ribadisco ancora che non si tratta di questo, facendo sì che la pellicola sia qualcosa di inconsueto, più profondo e reale rispetto a un luogo comune per mezzo del quale, frequentemente, questa tipologia di film ne trae il suo punto di forza. Sofia è una buona madre che cresce i figli all’insegna dell’educazione e del rispetto, considerando la “famiglia” un vero e proprio valore portante. Sostiene Cleo nei momenti più difficili della sua vita, comprendendola. Entrambe abbandonate dai propri uomini in modo poco dignitoso, Antonio infedele e Fermìn il compagno di Cleo che la abbandona senza preoccuparsi della sua condizione fisica.

La pesantezza di questi sentimenti di sconforto e disillusione da entrambe provati e vissuti, riescono a spezzare qualsiasi barriera sociale, erosa dal dolore e da una momentanea rassegnazione. Le avversità da essi causati e la debolezza trovano il loro culmine in una scena-simbolo in cui Cleo, Sofia e i suoi figli si lasciano ad un profondo abbraccio vicino al mare, all’acqua che nasconde un suo significato: la fluidità di una vicenda in continua trasformazione resa concreta attraverso gli occhi dei personaggi e le loro vicissitudini. E’ proprio lì, su una spiaggia, che avviene l’abbraccio, simbolo di unione e solidità di fronte all’incertezza e alla malinconia.

Ci troviamo nel Messico puntellato da violenze, tensioni sociali in cui prevale forte e chiara, fra tutti, la coesistenza tra un’ostentata ricchezza delle classi agiate a scapito di quelle più povere. Anche questa condizione è rappresentata da un simbolo corrente nel film: Antonio e Sofia che con la loro costosa Ford Galaxy pestano gli escrementi del loro cane sul cortiletto vicino al garage ogni volta che rientrano a casa. Il regista ha deciso di realizzare la pellicola in bianco e nero, scelta che, da qualcuno, è stata ardentemente criticata, accostando il bianco e nero al vecchio, al noioso. Invece, bianco e nero perché è un film di ricordi, che riporta Cuarón ad una grande nostalgia. Bianco e nero non equivale a vecchio poiché si tratta di un bianco e nero digitale così da assicurare una certa qualità d’immagine.

Il regista ha cercato di ricreare un’atmosfera verosimile utilizzando i mobili di quando era bambino. Ha inoltre cercato di cogliere la spontaneità degli attori informandoli solo giornalmente delle scene da girare, lasciando loro una certa libertà d’interpretazione: strategia che si è rivelata vincente. Il “film d’autore” poiché è stato scritto, diretto e co-prodotto da Cuarón stesso, occupatosi anche della fotografia, ha già vinto il “Leone d’Oro” al Festival di Venezia, raggiunto tre nomination ai Golden Globe e la nomina all’Oscar riuscendo quasi certamente a ottenere anche il premio come miglior film straniero: si parla di una pellicola non inglese per di più con un cast non professionista.

E’stato proiettato nei cinema e dal 14 dicembre 2018 è disponibile su Netflix ricordando che è stato distribuito esclusivamente in lingua originale. L’ingresso di Roma su una piattaforma da qualcuno definita “insolita” come Netflix, è stato mira di molte critiche poiché molti sostengono che questo tipo di film vada proiettato solo nelle sale e non in streaming, quasi a volerne sminuire il contenuto.

Dall’altra parte, c’è chi lo considera un “passo avanti” che permette al film d’ottenere maggiore diffusione, film al quale tutti possono accedere. Tra opinioni contrastanti e spoglie di mezzi termini, Roma è una rivelazione e il suo ingresso a Netflix non sia considerato forzatamente un errore da rimpiangere ma anzi,  ciò ne facilita la diffusione, mostrando come anche questi film impegnati e impegnativi, possano raggiungere platee più ampie e inaspettate.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •  
Carla Marino

Sono una studentessa universitaria di 20 anni. Sono di Catania e frequento il primo anno di Scienze Politiche indirizzo " Storia,Politica e Relazioni Internazionali". Mi interessano i grandi temi d'attualità e faccio parte della ONLUS "Comunità di Sant'Egidio".