Non ci resta che il crimine

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Il panorama cinematografico del 2018 è stato caratterizzato da un forte “ritorno” degli anni ‘80. Pregnanti in Ready Player One di Steven Spielberg, nostalgici in Bumblebee, gli anni ’80 ci hanno fatto compagnia in sala durante quest’ultima annata cinematografica. E, a differenza di ciò che si potrebbe pensare, non sono rimasti, stavolta, una prerogativa del cinema americano. Perché proprio gli anni ’80 sono al centro della simpatica commedia dai toni “fantascientici” di Massimiliano Bruno, Non ci resta che il crimine, con protagonisti tre “poracci”, Sebastiano (Alessandro Gassman), Moreno (Marco Giallini) e Giuseppe (Gianmarco Tognazzi) che, casualmente, si ritrovano nel 1982.

Per parlare di questo film si potrebbe partire dalla fine. Dalla sensazione, cioè, che ti lascia una volta uscito dalla sala; quella di aver visto qualcosa di parecchio figo (passatemi il termine) ma comunque strano. E il perché è presto detto: non essendo, infatti, abituati a vedere pellicole italiane di questo tipo si rimane leggermente straniti quando i titoli di coda iniziano a scorrere e le luci si riaccendono. Ma, riflettendoci un attimo, questo genere di sensazione non è affatto negativa; perché se avessimo visto un qualunque film americano, basato sulla stessa storia e con i classici attori americani, ce lo saremmo goduto dall’inizio alla fine senza porci troppe domande.

E a volte il problema del cinema italiano è proprio questo, quello cioè di avere un pubblico talmente abituato, a livello “nazionale”, alle classiche “commedie all’italiana” da essere capace storcere il naso davanti a ciò che, magari, se non fosse, per l’appunto, un prodotto italiano, accoglierebbe a cuore aperto.

Perché questa premessa? Perché quando si guarda Non ci resta che il crimine ci si trova davanti a quello che potrebbe essere il classico prodotto americano che diverte ed intrattiene senza impegnare troppo. Con questo non sto assolutamente dicendo che la pellicola di Massimiliano Bruno riproponga in qualche maniera i prodotti di oltreoceano “italianizzandoli”, anzi, Non ci resta che il crimine ha una sua personalissima struttura ed una sua autonomia. Ovviamente non mancano le citazioni di vario tipo ma ciò che intendo dire è che le sensazioni che suscita sono le medesime che ci arrivano da quei film “stranieri” che tanto ci piace vedere al cinema per passare un paio d’ore in allegria.

Nello specifico, questo film, ci fa capire che il cinema di genere, in Italia, può esistere perfettamente. Perché ciò che fa Non ci resta che il crimine è prendere le distanze dalla classica “Commedia all’italiana”, fuggendo dai tipici topos di quest’ultima, per creare qualcosa che abbia un respiro leggermente più ampio. Tanto per fare un esempio, riferendoci sempre ai tre “poracci” di cui sopra, i protagonisti di questo film emergono durante tutta la durata della pellicola. Lo spettatore non sa praticamente niente di loro, se non che sono amici e che di punto in bianco si ritrovano catapultati nel passato. Il resto viene snoccialato nel corso di tutta la narrazione, fornendo, fortunatamente in maniera non ridondante, il giusto backgroung per permettere allo spettatore di comprendere cosa si celi dietro le scelte, le azioni e il comportamento dei vari personaggi. Personaggi che, tra l’altro, pur potendo far riferimento a determinate “categorie tipo”, non sono eccessivamente stereotipati.

Una nota di merito la si deve fare sicuramente al cast, in particolar modo ad Edoardo Leo, passato dall’essere il capo della “Banda dei ricercatori” in “Smetto quando voglio”, all’interpretare Renatino, spietato capo della Banda della Magliana. È sempre a capo di una banda, sì, ma vi posso assicurare che Pietro Zinni e Renatino hanno molto poco in comune. Lo sguardo, i modi, la parlata, elementi questi che rendono l’interpretazione di Leo davvero credibile e, a tratti, temibile. E un altro aspetto interessante del film è proprio la spietatezza del boss Renatino, e di tutta la banda in sé, che si scontra inevitabilmente con i “toni da commedia”, riuscendo sapientemente a spiazzare lo spettatore in alcuni momenti.

È una pellicola godibilissima, quella confezionata da Massimiliano Bruno, una pellicola che diverte, che intrattiene e che soprattutto sorprende nel finale; un finale da classico film americano, si potrebbe dire. E anche se vi sembrerà che in alcuni momenti la logica (se mai di logica si può parlare) venga meno, soprassedete. Finché qualcuno non viaggerà realmente attraverso il tempo non potremo mai sapere ciò che si nasconde dietro gli effetti di quest’affascinante topos sul quale chiunque di noi avrà più e più volte fantasticato.

Vito Damigella – 25/01/2029

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Vito Damigella

Vito Damigella, 22 anni. Sognatore di professione, personal trainer, filmaker indipendente e amante della settima arte.

Diplomato presso il Liceo Classico "C. Marchesi", porta avanti la sua passione per il cinema sul suo canale youtube "VStudios" in qualità di regista, attore, doppiatore e sceneggiatore; mentre, nel tempo libero, prosegue gli studi in ambito universitario.