Il Primo Re: tra realtà e leggenda

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Quanti film abbiamo visto ambientati nell’antichità? Quante epoche sono state passate in rassegna dalle pellicole internazionali, quasi sempre con estrema spettacolarizzazione, effetti strabilianti e fumettistici, soprattutto nel caso di combattimenti, e divi dal fisico statuario e fin troppo “puliti” e belli?

In particolare la mitologia greca o romana ha ispirato numerosi film, ma nessuno è rappresentato come Il Primo Re, che si discosta dalla tradizione di film storici e in costume italiani e non (come il “Romolo e Remo” di Corbucci degli anni ’60, unico precedente italiano). Sono presenti indiscutibili riferimenti ai noti Revenant, Apocalypto, La Guerra del Fuoco, ma ciò che il regista Matteo Rovere decide di mostrare e il modo in cui lo fa è del tutto inedito e di forte impatto.

La vicenda narrata è quella alla base della fondazione di Roma con i due fratelli Romolo e Remo e il percorso che porterà uno di loro ad essere re della nascitura città, con l’aggregazione del primo nucleo di popolazioni dell’area del Tevere, sotto forma di un esiguo gruppo di sopravvissuti.

I due fratelli sono interpretati da Alessandro Borghi (noto per Suburra e Sulla mia pelle, film Netflix su Stefano Cucchi) e Alessio Lapice (esordio in Gomorra), rispettivamente Remo e Romolo. Fin dalla locandina è evidente che il punto di vista adottato è quello di Remo, che infatti è per gran parte della trama la figura preponderante, il protagonista. Il regista motiva questa scelta con l’interesse e la curiosità per il <<raccontare dal punto di vista dello sconfitto, di chi porta dentro il racconto mitico una visione contemporanea, atea […] più disillusa rispetto al rapporto col dio…>>, visione opposta a quella del fratello, che mantiene la sua spiritualità e riesce ad accettare e assecondare il volere degli dèi, veicolato dalla sacerdotessa vestale. Remo inoltre è irruento, più possente fisicamente, impulsivo e sempre più violento ed autoritario verso tutti, in parte costretto dalla necessità di sopravvivenza (che accomuna entrambi), ma soprattutto per l’ebbrezza del potere e la tracotanza, la hybris (il peccato che segna molti eroi della letteratura classica). Il senso del tragico non manca.

Queste caratteristiche sono in contrasto con quelle di Romolo: giudizioso, empatico, sensibile, più aperto alla comunità e alla futura politica, rispettoso degli altri e delle tradizioni.

I due sono molto legati, sono come un’unica persona, la duplicità è ricorrente ma torna a fondersi in una sintesi finale che si conserverà nella nuova direzione data da Romolo all’aggregato di persone e di villaggi che diverrà Roma.

Un film che si presta a letture diverse, ricco di avventura e intrattenimento dato dall’azione bellica, ma anche dramma e significato politico, con temi importanti quali comunità e individuo, convivenza pacifica, gestione del potere, supremazia del leader, sopravvivenza, visioni diverse del divino e ruolo del destino.

Quanto al look dei personaggi, dimenticate la cura, le acconciature dei canonici film di genere, per vedere finalmente il realismo dato dai capelli arruffati e imbrattati di fango, così come i corpi, le cui ferite in seguito ai cruenti combattimenti sono mostrate in tutta la loro crudezza. Il disagio degli attori dovuto alle riprese in condizioni anche estreme quali freddo, pioggia, nei boschi, in mezzo al fango e in acqua, seminudi o poco più, si percepisce e conferisce ancora più veridicità. 

Altro elemento chiave in questo senso è la lingua protolatina in cui è recitato tutto il film, ovviamente con sottotitoli italiani, scelta ormai non inconsueta o limitante data l’attitudine moderna a guardare prodotti in lingua originale sottotitolati. Per ottenere questo idioma, presumibilmente usato da tutte le diverse popolazioni dell’area del Tevere per comprendersi,  sono stati fatti studi con filologi e semiologi dell’Università di Roma (Etruscologia e Antichità dei Popoli Italici dell’Università Tor Vergata) integrando l’indoeuropeo ove non reperibili fonti per il latino arcaico.

Stupore, paura, inquietudine, meraviglia per la natura incontaminata, tensione e trepidazione per i combattimenti. Queste sono alcune emozioni che la visione suscita, veicolate dall’immersione totale nell’ambientazione, grazie anche alla efficace fotografia di Daniele Ciprì. Ciprì e Rovere hanno sfruttato la luce naturale e lenti anamorfiche per inquadrare la realtà selvaggia, mistica e primordiale con i paesaggi incontaminati degli splendidi parchi naturali del Lazio o la ricostruzione del villaggio di capanne nella palude e il tempio di Albalonga come potevano essere nel 753 a.C.

La vestale (Tania Garribba) sul luogo dei sacrifici con gli “uomini di Alba”.

La produzione è tutta italiana (Rai Cinema, Groenlandia, Roman Citizen) a eccezione del contributo belga di Gapbusters, e gli effetti, i costumi, il trucco prostetico, le coreografie dei combattimenti e gli stunt provengono tutti dalle nostre maestranze, che finalmente hanno modo di mostrare la bravura in un film all’altezza delle grosse produzioni hollywoodiane.

Dopo il meritato successo dall’uscita in sala il 31 gennaio, si parla persino di una serie tv che continui la storia: Romulus, prodotta da Groenlandia e Cattleya, il cui cast è ancora ignoto. Staremo a vedere.

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Aurora Vannella

Studentessa di Scienze e Lingue per la Comunicazione all'Università di Catania. Appassionata di scrittura, cinema, musica e impegnata in diversi progetti in questi ambiti e nel Social Media Management.