Questione Venezuelana: sviluppi ed analisi nel post 23enero.

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Il 23 gennaio le strade e le piazze del Venezuela, dalle Ande alla Guiana da Falcón, all’Amazonia, sono state invase da folle oceaniche per chiedere la fine della dittatura e nuove elezioni.

Così, nel 61esimo anniversario della cacciata del dittatore Marcos Perez Himenez, a Caracas, circondati e protetti dai manifestanti, i membri dell’Assemblea Nacional hanno assistito al giuramento di Juan Guaidó, Presidente dell’organo sopracitato, che, attenzione, non si è autoproclamato come molti sostengono.

Infatti secondo gli art. 231 e 233 della Costituzione venezuelana è il legittimo presidente ad interim della repubblica con il mandato di condurre il Paese a nuove elezioni regolari il prima possibile. Pochi giorni prima, il 10 gennaio, scadeva il mandato costituzionale di Maduro, il quale, con l’intenzione di far valere il risultato delle elezioni del maggio 2018, si è fatto “reincoronare” a Miraflores dai suoi fedelissimi ma in modo assolutamente illegittimo: alle presidenziali del 2018 (anticipate senza apparenti giustificazioni) non furono ammessi i principali partiti d’opposizione, messi al bando mentre i principali leader erano stati fatti imprigionare, senza poi dimenticare che le elezioni si svolsero senza aver permesso l’ingresso agli osservatori internazionali nel Paese.

Come se non bastasse, la società “Smartmatic” incaricata dallo stesso Governo di occuparsi delle operazioni di voto, ha denunciato una differenza di un milione di preferenze nelle cifre fornite dal Governo di Caracas. L’interpretazione data dall’opinione pubblica italiana per lo più da quella orfana delle vecchie formazioni di sinistra, è spesso ideologica e caratterizzata dalla visione legata alle dinamiche della Guerra Fredda. Tale lettura è fuorviante: per capire gli schieramenti è necessario analizzare l’intera vicenda con un occhio prettamente geopolitico.

Il filo conduttore che lega i Paesi sostenitori a Maduro è il denaro: Cina e Russia hanno concesso, negli anni, decine di miliardi di prestiti ai governi chavisti in cambio dello sfruttamento delle immense risorse del Paese, basti pensare ai giacimenti di Coltan che il “Dragone di Pechino” si è assicurato o allo sfruttamento dell’arco minerario dell’Orinoco. Per gli alleati regionali invece il sostegno alla dittatura di Maduro è una questione di necessità, infatti, è difficile immaginare una sopravvivenza dei regimi in Nicaragua e a Cuba senza il petrolio fornito dal Venezuela.

Per comprendere, d’altra parte degli schieramenti, le ragioni dei Paesi del gruppo di Lima (tutti i Paesi del Sud America eccetto Bolivia e Uruguay) è sufficiente fare riferimento alle conseguenze dell’ecatombe umanitaria che ha condotto oltre 3 Mln di venezuelani a fuggire nelle Nazioni limitrofe pesando sulle economie e sui tessuti sociali di questi Stati, va inoltre presa in considerazione la crisi economica dovuta agli scambi commerciali venuti meno dall’inizio del collasso dell’economia venezuelana.

Per quanto riguarda le motivazioni che spingono gli Usa ad appoggiare il legittimo presidente, in aggiunta agli ovvi vantaggi di geopolitica nella caduta di un regime che ospita numerose cellule di Hezbollah e agli interessi elettorali di Donald Trump in corsa per la rielezione, è bene chiarire che gli Usa non nutrono interesse ad “appropriarsi” del petrolio venezuelano ed è chiaramente un falsa argomentazione della propaganda chavista quella di aver condotto il Venezuela alla crisi tramite l’imposizione di sanzioni direttamente da Washington poiché queste sono state inflitte al Paese solo dopo le manifestazioni del 23 gennaio, data fino alla quale gli USA erano i principali importatori del greggio Venezuelano, mentre le sanzioni prima colpivano solo i conti all’estero dei leader indagati per violazioni dei diritti umani.

Analizzando gli schieramenti interni, vediamo da un lato il 10-15 % della popolazione costituito dallo zoccolo duro dei chavisti e le alte sfere delle forze armate che, eccetto limitate defezioni, sono ancora fedeli a Maduro poiché inclusi nel governo e beneficiari delle entrate della vendita del petrolio e dei metalli preziosi. Inoltre, i generali vicini al governo che siedono nel consiglio di amministrazione dell’azienda petrolifera di Stato la PDVSA, gestiscono il monopolio di beni alimentari oltre a essere inseriti nella lista delle organizzazioni internazionali del narcotraffico (per maggiori informazioni rimandiamo a delle ricerche più appfondite su “Cartel de los Solés).

Ricordiamo, inoltre, che molti tra fli ufficiali e tra chi occupa posizioni chiave nell’esercito è di nazionalità cubana così da poter garantire la massima fedeltà al regime, non essendo tra l’altro coinvolti in prima persona nella crisi umanitaria ne affetri dai danni da essa provocati. Dall’altra parte, in contrapposizione agli stretti fedeli di Maduro vi sono le forze democratiche costituite dal Parlamento e supportate dalla stragrande maggioranza della popolazione (80% secondo le rilevazioni dell’ente di ricerca “Meganalisis”).

A fronte di ciò che è stato precedentemente analizzato, soffermandoci per lo più sull’UE, vediamo come 26 Paesi siano schierati con Guaidò riconsocendolo come il legittimo presidente. L’Italia? Inizialmente, essa si è discostata parecchio dalla linea europea, addirittura, bloccandone il riconoscimento formale a Bucarest nonostante gli altri Paesi si siano schierati apertamente con il legittimo presidente. “Il possibile riconoscimento di Guaidó è un’ingerenza di Paesi terzi al Venezuela” sostiene Di Stefano (M5s) sottosegretario agli esteri. (Plaude Ponzio Pilato) oltre al fatto che 6 deputati del PD si siano astenuti insieme al M5s e agli esponenti della Lega in merito alla questione. “Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui chi fece per viltade il gran rifiuto” avrebbe detto Dante se avesse vissuto ai nostri giorni.

La situazione in Italia è poco chiara. Il Primo Ministro Conte sembrava voler seguire la linea europea ma in un secondo momento non pare poi così convinto, volendosi quasi giustificare: “Quando ci sono delle crisi del genere non è opportuno precipitarsi a dare delle investiture ma ciò non vuol dire che appoggiamo Maduro (..) la Comunità internazionale non deve precipitarsi a dare appoggio a uno dei due contendenti” conclude. Le parole riportate dal TPI sembrano quelle di chi vuole prendere posizione non prendendola: schierandosi né a favore né contro. Così da evitare di essere coinvolti in qualcosa che non ci riguarda, utilizzando il principio di non ingerenza come uno scudo di difesa e una barriera protettiva di fronte a qualsiasi sollecitazione a intervenire e a uscire, poi, dal girone infernale riservato agli ignavi.

Questa vicenda ci riguarda eccome: secondo le parole di Mauro Bafile gli italiani rappresentano la più grande comunità di Caracas, gli italiani che vivono in Venezuela sono 500 mila secondo il direttore di “La voce d’Italia”, giornale fondato cinquant’anni fa in Venezuela per la comunità italiana. Continua dicendo che proprio gli italiani si aspettano una risposta chiara dal loro governo, da cui ora si sentono abbandonati. Si, perché gli italiani sono assolutamente integrati in Venezuela e vivono le stesse sofferenze quotidiane che patiscono i venezuelani. Effettivamente, però, qualcosa sembra essere cambiato: il 12 febbraio al Palazzo Chigi si è tenuta la seduta parlamentare in presenza della delegazione parlamentare venezuelana inviata da Guaidò. M5s e Lega si impegnano a “sostenere gli sforzi diplomatici al fine di ottenere la convocazione di nuove elezioni presidenziali libere e credibili” (fonte Repubblica). L’UE ha mostrato grande solidarietà e coinvolgimento in merito alla questione e sembra condividere l’ambizioso obiettivo ma saranno proprio queste settimane a decidere il destino del Venezuela: o l’autoritarismo e il narcotraffico o il popolo e la libertà. Restiamo in aggiornamento con un rimando particolare al 23Febbraio, data per cui è fissato l’ingresso degli aiuti umanitari osteggiato dal regime.

In collaborazione con Ruben De Francesco

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Carla Marino

Sono una studentessa universitaria di 20 anni. Sono di Catania e frequento il primo anno di Scienze Politiche indirizzo " Storia,Politica e Relazioni Internazionali". Mi interessano i grandi temi d'attualità e faccio parte della ONLUS "Comunità di Sant'Egidio".