La casa di Jack – The House that Jack Built

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Lars Von Trier torna con il suo ultimo ambizioso film sulla storia di un serial killer macchiatosi di innumerevoli efferati delitti tra gli anni 70 e 80 negli Stati Uniti. A interpretare il protagonista, Jack, è Matt Dillon, insieme a una voce fuori campo per gran parte della durata del film, appartenente al grande Bruno Ganz (scomparso lo scorso 15 febbraio). Quest’ultimo personaggio, amichevolmente chiamato Verge, intervista Jack in quello che può sembrare un interrogatorio o una seduta psicanalitica, facendogli raccontare e commentando la sua “carriera” da omicida seriale, soffermandosi su “5 Incidenti”, eventi chiave, che scandiscono la classica struttura della narrazione in capitoli.

La pellicola, proiettata fuori concorso all’ultimo festival di Cannes, è stata accolta in modo controverso a causa della sua innegabile natura disturbante, e della crudezza di alcune scene violente, e in particolare una verso donne e bambini: infatti pare che un centinaio di spettatori abbia lasciato la sala durante la visione, cosa che in realtà era auspicata e attesa dal regista, mentre la fetta di pubblico rimasta in sala ha fatto a fine proiezione una standing ovation. E’ logico che un’opera di questo tipo possa incontrare reazioni svariate ed essere difficile da leggere e apprezzare soprattutto a prima visione.

Jack (Matt Dillon) e Verge (Bruno Ganz)

In Italia il film è stato distribuito da Videa in due versioni vietate ai minori di 18 anni: una doppiata in italiano e ridotta, “censurando” le scene più forti, e una in lingua originale senza tagli. Guardando quest’ultima, The House that Jack Built, si possono apprezzare le voci originali degli attori e notare l’analogia tra il nome del protagonista e il cric, il “jack” che diventa improvvisamente arma del delitto della vittima a cui l’oggetto stesso appartiene. Questo primo casuale e repentino omicidio è in un certo senso innescato dalla vittima, una elegante e fastidiosa donna logorroica (Uma Thurman in insolite vesti) che provoca Jack insinuando inizialmente che egli sia un serial killer e poi negandolo sminuendo la sua persona. La sua insistente voce sembra provenire anche dalla mente dello stesso Jack, dalla sua inquieta e disturbata coscienza che trova improvvisamente sfogo in un atto deliberato e brutale.

In una possibile analogia con Jack lo Squartatore, l’uomo sceglierà prevalentemente donne ingenue e sprovvedute come vittime, considerate meramente dei mezzi per esprimere la sua arte, in una logica abbastanza misogina e narcisista, oltre che sadica. A fine delitto ha l’abitudine di fotografare il/ i cadavere/i in varie posizioni, analizzando poi attentamente i negativi delle foto, e immagazzinare le salme in una cella frigorifero in una macabra collezione. Architetto e artista fallito, dedito all’ingegneria, è perseguitato dall’idea di costruire una casa a modo suo, che non sa bene come realizzare, trovando alla fine, forse solo nella sua immaginazione, un espediente che lascia attoniti ma che ben si adatta alla sua storia.

L’attore Matt Dillon ha dichiarato che non sono state effettuate prove prima delle riprese e questa si è rivelata una cosa positiva, in quanto “Ti costringe a rinunciare alle tue idee intellettuali […] a stare nel momento presente. Allo stesso tempo la libertà di sbagliare ci permetteva di costruire cose nuove e sempre più belle.”

Senza dubbio un ruolo pesante da costruire, e Dillon è riuscito bene a rappresentare un personaggio sadico fin dall’infanzia, egoista, solitario, privo di empatia, inizialmente schiavo di un disturbo ossessivo compulsivo di lavaggio e pulizia cui gradualmente resiste, diventando più disattento fino all’imprudenza. Emblematica la scena grottesca e se vogliamo divertente, in cui l’ossessione lo costringe a tornare ripetutamente sulla scena di un delitto per setacciare e ripulire pavimenti e superfici, rischiando concretamente di essere scoperto. A tal proposito, aspetto assurdo della vicenda è l’assoluta incompetenza, impotenza e noncuranza delle forze dell’ordine: poliziotti poco adatti al mestiere che ingenuamente si fanno sfuggire il criminale in più di un’occasione, in una voluta rappresentazione dell’assenza della giustizia. Inoltre c’è sempre una forza interveniente, che può essere il caso, destino o Dio, a salvare puntualmente Jack dalla cattura, anche quando crede di essere spacciato, restando invece sfacciatamente impunito.

«Alcuni affermano che le atrocità che commettiamo nella nostra immaginazione sono desideri nascosti che non possiamo realizzare nella nostra società civilizzata, quindi li esprimiamo attraverso la nostra arte. Non sono d’accordo. Io credo che l’inferno e il paradiso siano la stessa cosa. L’anima appartiene al paradiso e il corpo all’inferno» – Jack

Ciò dà un senso di sconfitta dei valori positivi, di ciò che chiamiamo “bene”, del senso del rispetto ed empatia verso il prossimo, il cui aiuto in situazioni di pericolo è incredibilmente (o forse non troppo) e tragicamente assente.

Questi sono alcuni dei messaggi che Von Trier intende veicolare anche attraverso la narrazione a stampo didascalico (come nella precedente duologia Nymphomaniac) intervallata da numerosi incisi più o meno lunghi, esemplificativi su vari argomenti e in varie forme. Tra questi, l’architettura e i materiali da costruzione, la caccia al cervo, le tecniche vinicole di decomposizione dei grappoli d’uva, con immagini da documentario in split screen, citazioni letterarie (William Blake, The Lamb and The Tyger), nonché quadri e immagini/filmati di repertorio (il pianista Glenn Gould i cui brani fanno da colonna sonora, oppure campi di concentramento e aerei Stuka nazisti) e rapidi flash della filmografia di Lars Von Trier. Il tutto è funzionale alla comprensione di concetti epressi dai ragionamenti di Jack/dello stesso regista. Tutti questi aspetti diventano appunto metafore del pensiero di una mente contorta, che la voce di Verge aiuta a spiegare e contrastare con la ragione o la morale.

Interessante il parallelismo tra le luci-ombre generate dal passaggio di una figura sotto un lampione (che vediamo in illustrazioni animate) e il ciclo di piacere-dolore derivato dalla pulsione e azione omicida prima e dopo ogni delitto.

Nel finale, dopo questa escalation di assassinii ed experiments sempre più deplorevoli, una lenta sequenza dai tratti onirici e ispirata alla Divina Commedia dilata il film al limite della lunghezza eccessiva (155 min è il totale), che non “spoileriamo” troppo per chi fosse curioso e abbastanza coraggioso da vederlo.

In definitiva La casa di Jack, come un po’ tutti i lavori di Lars Von Trier, va visto senza fermarsi alle azioni e alla storia di base, ma riflettendo e considerando i temi e gli svariati aspetti della condizione umana, processo spontaneo nelle ore e giorni dopo la visione.

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Aurora Vannella

Studentessa di Scienze e Lingue per la Comunicazione all'Università di Catania. Appassionata di scrittura, cinema, musica, teatro e impegnata in diversi progetti in questi ambiti e nel Social Media Management.