Catania: gli effetti concreti del Decreto Sicurezza

Conversazione con l'Avv. Viviana Cafaro e Kabba

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Si è parlato tanto del Decreto Sicurezza (d.l. 231/2018, entrato in vigore il 5 ottobre 2018), ma non degli effetti sostanziali di quest’ultimo sulle comunità presenti nel territorio catanese, né sugli esperti in materia, coinvolti in primis.

Abbiamo allora deciso di affrontare il tema, approfondendone gli aspetti più concreti, attraverso l’esperienza dell’Avv. Viviana Cafaro, unica penalista nel pool di avvocati del Centro Astalli.

Viviana inizia il suo percorso nel 2015. Il suo primo impatto con la realtà del Centro è stato forte, poichè ha dovuto sostenere le difese di Happiness, accusato di violenza sessuale nel paese di provenienza, la Nigeria, il quale le ha subito confessato, senza alcuna incertezza, la propria colpevolezza. Per tale reato, nel suo paese è comminata la pena di morte. Ma ancor prima della paura derivante dall’esito del processo, il terrore maggiore è frutto delle sicure ripercussioni da parte della famiglia della ragazza abusata.

La dott.ssa Cafaro, nell’accetazione di quel caso, si è trovata davanti non un comune cliente, bensì un ragazzo che la definisce “my friend”. La vicenda di Happiness rappresenta solo uno dei tanti episodi che in questi anni l’Avv. ha dovuto affrontare: Viviana si è dovuta confrontare con numerose storie di ragazzi, sfuggiti a persecuzioni reliogiose, guerre e riti voodoo; nonché con diverse storie di ragazze, tutte vittime di stupro, tutte schiave della violenza sessuale. Processi difficili da seguire, soprattutto date le difficoltà di interlocuzione tra l’avvocato e gli assistiti.

Per spiegare alcune differenze conseguenti all’attuazione della nuova normativa, ci racconta come si svolgeva la procedura di richiesta di protezione internazionale nel 2015, e come adesso siano cambiate alcune cose. Nel 2015, l’iter giudiziario prevedeva la preliminare audizione dei ragazzi all’interno della Commissione (cioè un ente amministrativo). Qui venivano esposte le storie personali dei singoli ragazzi. Successivamente, si decideva circa lo status da riconoscere o meno ai richiedenti asilo, il più delle volte con esiti negativi. Il diniego della Commissione, pronunciato sotto forma di provvedimento amministrativo, comportava il successivo passaggio innanzi al Tribunale Civile, dove si procedeva ad una nuova esposizione delle singole vicende personali e all’impugnazione del provvedimento stesso. 

Il Decreto Sicurezza non modifica radicalmente l’iter esposto, ma prevede che la prima audizione innanzi la Commissione debba essere videoregistrata, al fine di poter essere utilizzata come prova davanti al Tribunale. Tuttavia, non essendoci le strutture e gli strumenti necessari per raggiungere lo scopo posto dal decreto sicurezza, i giudici continuano a richiedere la semplice audizione dei ragazzi, peraltro fondamentale ai fini dello svolgimento di un giusto processo. Ciò poiché, come è logico, risulta difficile reperire prove attendibili dal loro paese d’origine. La dott.ssa sottolinea inoltre come, fino al governo Gentiloni, fosse possibile avvalersi del doppio grado di giurisdizione, con conseguente possibilità di appello e successivo ricorso in Cassazione. Adesso, invece, risulta essere ammissibile solo l’eventuale, ed improbabile, ricorso diretto in Cassazione per violazione di legge. Profilo, questo, che ha fatto nascere diversi dubbi circa la costituzionalità della modifica apportata dal Decreto.

Questo cambiamento”, nell’ottica di Viviana Cafaro, “potrebbe essere giustificato con riferimento ad una esigenza di maggiore ordine del traffico giudiziario, congestionato dal numero dei ricorsi in appello, ormai divenuto ingestibile, al punto da comportarne poi una rivalutazione in chiave meramente numerica, e non più come uno strumento di nuova analisi del caso sottoposto alla visione del giudice. Questa potrebbe dunque essere l’eventuale chiave di lettura a monte della modifica processuale, che di fatto si concretizza poi in una lesione del diritto alla difesa delle persone assistite”.

Ulteriore aspetto fondamentale relativo alle modifiche apportate dal Decreto è sicuramente quello attinente l’eliminazione della protezione umanitaria. Prima del D.S., infatti, tale condizione poteva essere riconosciuta dal giudice in una serie amplissima di casi, poiché derivante da un profilo di vulnerabilità che veniva ravvisato nel soggetto richiedente. Di conseguenza, al giudice veniva lasciata ampia discrezionalità nel compiere tale operazione di verifica, che poteva ad esempio concretarsi nel riconoscimento del grado di integrazione sociale raggiunto da un ragazzo durante la sua permanenza in Italia, ecc. Inoltre, la protezione umanitaria garantiva un permesso di soggiorno della durata di due anni, successivamente rinnovabili in particolari situazioni.

Adesso, invece, in luogo di tale status è stata prevista una “protezione speciale”, accordata in caso di permesso di soggiorno per cure mediche, calamità naturali e valore civile, della durata di 1 anno, non più convertibile in permesso di  lavoro. Risulta dunque mantenere una qualche forma di tutela solo chi lavorava o studiava prima dell’entrata in vigore della riforma, perchè può convertire il proprio permesso di soggiorno in permesso di lavoro subordinato o in permesso conseguente all’acquisizione dello status di studente. (Per un ulteriore approfondimento, è consigliabile consultare https://www.meltingpot.org/Capiamo-il-decreto-legge-Salvini.html#.XKsEEkxuLIU)

Adesso dunque all’interno delle questure si tende ora ad assistere ad una immediata conversione della protezione umanitaria in protezione speciale, con la relativa futura conseguenza di un aumento esponenziale della clandestinità, coadiuvato da una veloce scadenza delle protezioni conferite, e dalla soppressione degli Sprar e dei Cara (centri di prima e seconda accoglienza).

Per concludere, assume rilevanza anche l’abolizione, prevista dal Decreto, dei finora esistenti percorsi di integrazione, in primis la scuola di lingua italiana.

 “La scuola d’italiano permette ai ragazzi di integrarsi nel modo migliore, di conoscere la cultura del Paese e di sentirsi parte della società”, precisa Kabba, migrante della Sierra Leone, che vive in Italia da tre anni. Kabba racconta, in particolare, la sua esperienza passata nel Cara di Mineo, e delle attività svolte dalla Comunità di Sant’Egidio, della quale fa parte come “Giovane per la Pace”: movimento vicino ai più poveri e bisognosi che si fa portavoce di valori quali la pace e l’integrazione. Kabba è sempre stato molto coinvolto nel movimento, diventando addirittura presidente del Cara, nonchè un punto di riferimento fondamentale per i ragazzi. Continua puntualizzando che proprio la lingua è uno strumento vitale per trovare più facilmente un lavoro, sfuggendo così alle trame della criminalità organizzata. A proposito di ciò, il ragazzo sottolinea come la politica stia acquisendo sempre più una tendenza negativa, chiusa ed intollerante, che comporta una progressiva classificazione dei migranti come un “problema”, additandoli come nullafacenti e soprattutto considerandoli come un ostacolo allo sviluppo del paese. “Non è vero che i ragazzi che arrivano qui non vogliono lavorare, anzi. C’è il desiderio di contribuire allo sviluppo del popolo italiano, nonché alla crescita dell’Europa nel suo complesso”, sostiene Kabba. La lingua, dunque, sembra veramente essere uno strumento importante per favorire non solo un modello efficace d’integrazione, ma anche per rendere un individuo determinante all’interno del territorio. Il decreto sicurezza sembra, però, non aver compreso appieno tale aspetto, prevedendo anzi l’eliminazione di tutti i fondi destinati ai servizi della scuola d’italiano. Il Decreto prevede che senza un’adeguata conoscenza della lingua, non si possa ottenere protezione. Un vero e proprio controsenso: come riuscire ad ottenere la protezione abolendo gli strumenti preliminari alla sua acquisizione?

Tante contraddizioni, poche risposte. Gli stessi esperti del settore non sanno come sia possibile, in questo contesto così creato, conciliare due aspetti complementari: l’integrazione sociale (lavorativa e culturale) e la sicurezza, non solo dei cittadini italiani, ma degli stessi stranieri, per preservarli da eventuali conseguenze negative. Riusciremo a trovare una misura adeguata per non tralasciare nessuno dei due aspetti?

Carla Marino

Marta Principato

Nora Nicotra

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Carla Marino

Sono una studentessa universitaria di 20 anni. Sono di Catania e frequento il primo anno di Scienze Politiche indirizzo " Storia,Politica e Relazioni Internazionali". Mi interessano i grandi temi d'attualità e faccio parte della ONLUS "Comunità di Sant'Egidio".