Reddito di cittadinanza: i navigator non esistono, ma la nave salpa lo stesso

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È terminata il 31 marzo la prima tranche di domande del reddito di cittadinanza: lo hanno richiesto in 330.000 famiglie; le domande sono state presentate in parte alle Poste e in parte ai CAF. Un approccio timido ad una misura che secondo le previsioni avrebbe dovuto essere presa d’assalto. 

La popolazione questa volta si è mostrata molto più organizzata del previsto, le domande infatti non si sono accavallate nelle giornate iniziali e molti cittadini hanno optato per il canale online che – almeno per ora – sembra essere un ottimo sostituto ai moduli cartacei.

Quella del reddito di cittadinanza si è presentata come una procedura lineare e semplice ma, nella prassi – sai la novità – richiedere questo “aiuto” è più difficile del previsto, di seguito un’immagine esplicativa di questo intricato processo.


Sarà forse per questo che le domande non sono state così elevate come ci si aspettava? Ma andiamo con ordine.

Nonostante ci si aspettasse più affluenza al Sud, i dati Istat hanno mostrato che le richieste più numerose provengono un po’ da tutta Italia: prima Regione con maggior numero di richiedenti è stata la Campania (15.094 domande), segue (con uno scarto di appena 162 domande) la Lombardia; un dato sorprendente che potrebbe far crollare alcune credenze circa il benessere del Nord. La Sicilia si “classifica” terza con 13.099 domande, concentrando nuovamente l’attenzione al Sud, ma ci si sposta immediatamente perché ad essa segue il Lazio con 11.015 domande.

Indifferenti a tale manovra sono stati invece Trentino Alto Adige e Veneto in cui si registra un’affluenza media del 2,1%.

Le donne – come previsto – hanno costituito in media il 53% delle domande, mentre gli uomini, il 47%. 

Tra i giovani pochissimi richiedenti (appena l’8%). Si registra così una cospicua percentuale di richiedenti inclusa tra i 30 e i 67 anni. Il 9% delle domande arriva poi da cittadini stranieri, la cui percentuale è stata abbassata dalla clausola circa i dieci anni di residenza.

Secondo il disegno generale del reddito di cittadinanza il soggetto che fa domanda riceve via mail o sms l’esito (a partire dal 26 aprile). Se la domanda è stata accettata, il cittadino la cui povertà è stata finalmente debellata si dirige alle Poste a ritirare la tessera sulla quale verranno erogati i soldi. Sempre secondo il disegno generale, questi soldi dovrebbero essere erogati a partire da maggio, così che possa avere inizio quel percorso di accompagnamento al lavoro che dovrebbe essere la ratio della misura stessa: incontri assidui con i navigator per tracciare il profilo del lavoratore e trovare la collocazione più giusta; corsi di formazione che impegnino talmente tanto il beneficiario da non permettergli di dedicarsi ad occupazioni in nero; incidentalmente, le tre proposte di lavoro. Il navigator è figura centrale di questo percorso, una guida, il De Falco dei lavoratori disoccupati. Ma non esiste. Il navigator non esiste.

Basta fare un giro su internet per scoprire infatti che i bandi per la selezione dei navigator non sono ancora stati pubblicati. Quand’anche venissero pubblicati domani, comunque non ci sarebbe il tempo di formarli per renderli dei perfetti conoscitori del mondo del lavoro e dei meccanismi della domanda e dell’offerta. Allora una osservazione sorge spontanea, probabilmente nel lettore, ma certamente in chi scrive: nel periodo che trascorrerà tra la prima erogazione del denaro (maggio) e l’uscita in campo dei navigator, cosa sarà il reddito di cittadinanza? Non certo una misura di accompagnamento al lavoro, dato che in assenza di queste fondamentali figure, la ricerca del lavoro non verrà compiuta. I più maliziosi (mea culpa!) penseranno allora che si tratterà di un sussidio a fondo perduto che è, sostanzialmente, tutto quello che non avrebbe dovuto essere: una mancia a chi, colpevolmente o meno, non lavora.

In altre parole, io, beneficiario del RdC inizio a percepire il denaro a partire da maggio; il mio navigator, se tutto va bene, entra in servizio in data da destinarsi; non appena entra in servizio deve tracciare il mio profilo delle competenze, indirizzarmi ai corsi di formazione (Quali? Chi li tiene? Dove si tengono? Qual è il loro oggetto?), trovare le proposte di lavoro più consone per me, per le mie competenze, per le mie esigenze familiari; ma io sono uno sfaticato, uno che la mattina si alza alla decima sveglia: rifiuto la prima proposta, rifiuto la seconda, rifiuto la terza. È ovvio, perdo il reddito di cittadinanza. Ma per quanti mesi l’ho percepito senza fare assolutamente nulla? Tanti, troppi.

Forse a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

ANDREAMARIA SANTORO

MICHELE TARANTELLO

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Andreamaria Santoro

Nata a Catania il 29/12/1998.
Diplomata al Liceo Classico “Gorgia” di Lentini.
Studentessa della facoltà di Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura greca e giapponese.
Anima gattopardiana.