Il profilo psicologico dello stupratore

3' di lettura

Argomento quanto più attuale è diventato quello dello stupro. Quanti di questi casi si sentono al mese, alla settimana e perfino al giorno? Solo nel nostro Paese, secondo studi fatti dall’Istat non troppi anni fa (2007), si arriva a toccare il milione.

Spesso le domande che arriviamo a porci, instaurando un rapporto empatico con la vittima, sono come si può sentire quest’ultima durante l’atto e le conseguenze psicologiche che essa stessa potrebbe averne. Chi non se lo chiede e quanto ci sarebbe da parlare? La domanda, però, che ci porremo oggi è un’altra, spostando il focus sul carnefice:

Quali sono i meccanismi che si attivano nella mente dello stupratore per condurlo a compiere determinati atti?

Quando si parla di stupratori, autori di violenza sessuale, è difficile generalizzare e dare risposte univoche. Ci si trova davanti profili psicologici diversi, complessi, distorti. Si parla di persone definite vittime dei loro istinti, dei loro impulsi, delle loro fantasie dovute a frustrazione, rabbia, insicurezza che li portano ad atti terribili fino, spesso, all’uccisione di un altro essere umano, divenuto fonte di sfogo di una aggressività ingiustificabile.

Sono diversi e numerosi i professionisti che hanno portato avanti studi di ricerca con lo scopo di risalire alle cause evidenziando i fattori influenti della condotta e del comportamento antisociale e immorale dello stupratore. Questi fattori ricadono nella famiglia o nella scuola, ipotetici modelli di identificazione positiva del soggetto, nell’ambiente e nelle condizioni sociali ed economiche disastrose in cui questo, spesso, si ritrova costretto a vivere. Da non sottovalutare sono anche le possibili violenze e i possibili traumi vissuti, durante l’infanzia o l’adolescenza, dallo stupratore stesso, che così coltiva un desiderio di vendetta, passando da vittima a carnefice, che diventano causa di proiezione su altri e minimizzazione dell’atto. Perché si minimizza?

Angelo Zappalà, psicologo e criminologo clinico, specialista in Psicoterapia Cognitiva Comportamentale parla di “distorsioni cognitive”. Afferma che sono proprio queste distorsioni che portano il soggetto ad autogiustificarsi rispetto ad un atto così tremendo e a distorcere la realtà, quasi inconsciamente e inconsapevolmente, facendo in modo che quest’ultima sia a loro favore. Ribadisce l’importanza fondamentale dell’ambiente in cui si vive, dei principi che, all’interno di quest’ultimo, vengono trasmessi e di come un ambiente familiare deprivato possa divenire disastroso per la formazione della personalità e, quindi, del controllo dei propri istinti sessuali. È proprio l’assenza del controllo all’impulso che dimostra la poca stabilità psichica di questi soggetti che si differenziano da altri che invece, come è normale che sia, riescono a gestire l’impulso automaticamente con razionalità e stabilità psichica.

Le qualità che, in caso di famiglia conflittuale e violenta, verrebbero sicuramente a mancare sono la socializzazione insieme all’empatia, il rispetto e il confronto dell’altro, fattore fondamentale per la comprensione del benessere dell’individuo. Tutte caratteristiche che ogni essere umano dovrebbe fare proprie ma che necessitano di essere coltivate, vissute e maturate.

E’ giusto dire, dunque, così come già affermato dal professionista, che vivere a stretto contatto con la violenza non può che portare ad essere violenti per sopravvivere e che, allo stesso tempo, la solitudine emotiva aumenta la frustrazione che, a sua volta, porta all’aggressività sfociando poi in atti tremendi di questo genere e tipo.

La mancata comprensione, come detto prima, dell’atto che si compie porta consequenzialmente all’assenza di pentimento di quest’ultimi e, spesso, pure alla negazione di quanto fatto. Tutto questo avviene probabilmente a causa di attivazione di meccanismi di difesa ma anche, indubbiamente, a causa delle difficoltà che questi soggetti hanno non solo di comprendere questa loro violenza, la stessa di cui magari sono state vittime e della quale non si fanno capaci, ma anche di confrontarsi con questo lato perverso della loro persona.

Ed è per questo che seppur di fronte all’evidenza, alle prove di quanto fatto e ai segnali crudi della realtà, il responsabile, il più delle volte, dirà di non aver commesso l’atto, di essere innocente addossando la colpa ai complici e alle vittime stesse o, ancora peggio, come già spiegato, si arriva ad ammettere quanto fatto sostenendo, però, di non aver commesso niente di così grave.

E’ da ribadire –dunque- come ci si trovi davanti a personalità narcisistiche e sado-masochiste. Quest’ultime sono probabilmente le più pericolose poiché spinte dal bisogno incontrollabile di esercitare il controllo sulla vittima attraverso lo stupro, con il solo obiettivo di provare piacere schiavizzando l’essere umano che si ha davanti, distruggendolo. Questo bisogno sarà accompagnato, inoltre, dal desiderio di onnipotenza, di Sé grandioso e di mancanza di empatia, caratteristiche del narcisismo.

Lo stupro non avrà mai niente a che fare con la passione e la sessualità.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •  
Simona Vasta

Nata a Catania il 12/08/97. Diplomata al liceo classico Nicola Spedalieri.
Frequento il terzo anno di scienze e tecniche psicologiche, presso l’Università di Catania. Amo il mondo della psicologia e della danza, mia grande passione, e tutto ciò che a queste due realtà possa essere attinente.
Faccio parte della ONLUS “Atlas” e sono organizzatrice di un’attività all’interno di quest’ultima: “Un bambino per amico"