Game of Thrones 8, recensione terzo episodio: “La lunga notte”.

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Dopo nove anni d’attesa la lunga notte è infine giunta. Fuoco e sangue, tenebre e morte ci accompagnano dal primo all’ultimo istante di questo episodio, il più lungo della serie, ottantadue minuti di sgomento e angoscia concepiti per uno scopo:

trasformare un fantasy in survival- horror (così come dichiarato dal regista stesso della puntata, Miguel Sapochnik, celebre per la Battaglia dei Bastardi).

L’episodio si apre mostrandoci l’esercito dei vivi schierato fuori e dentro le mura della fortezza di Grande Inverno. E’ il silenzio il protagonista di questi primi minuti, efficaci nel trasmetterci tutto il terrore e l’ansia che attanaglia gli uomini ignari, ad eccezione di pochi, dell’orrore che stanno per affrontare.

Lo scontro viene aperto dalla carica della cavalleria Dothraki, per l’occasione armata di lame fiammeggianti a seguito dell’intercessione di Melisandre al Signore della Luce, che per pochi istanti ci illude sulla remota possibilità di una vittoria contro l’armata dei non morti. Suggestiva è la scena in cui, assistendo dalla prospettiva panoramica sopraelevata di Denerys e Jhon (con rispettivi draghi), contempliamo il progressivo spegnersi delle fiamme dothraki, le quali sanciscono la prima sconfitta dell’esercito dei vivi.

Il prosieguo della battaglia vede tutto il resto delle truppe impegnate a contrastare l’inarrestabile carica dei non morti, i quali si palesano in tutta la loro violenza e ferocia. Da questo momento in poi (e per tutto il resto della puntata) la luminosità delle scene viene limitata davvero al minimo, soprattutto a causa della scelta stilistica di abolire quasi totalmente l’illuminazione artificiale. Se ciò da un lato contribuisce perfettamente a rendere ancora più tetra, caotica e drammatica la battaglia, è altresì vero che tale estetica della fotografia limita fortemente la corretta visione e comprensione di ciò che accade nel teatro di battaglia, dove non di rado accade che non si riesca a comprendere appieno se i nostri protagonisti stiano soccombendo sotto i colpi dei non morti.

Il primo personaggio a morire è il comandante dei Guardiani della notte, Eddison Tollet (meglio conosciuto come Edd l’addolorato), il quale si sacrifica per salvare la vita al confratello e amico Sam Tarly.

Fallita la resistenza fuori le mura, lo scontro si sposta dapprima sui bastioni della fortezza, successivamente all’interno dell’immenso cortile della fortezza quando il cancello principale cede sotto la violenza dei non morti. Qui perde la vita, in una sequenza altamente drammatica, la giovane ed eroica lady Lyanna Mormont, non prima di uccidere, con un gesto di disperato orgoglio, il gigante non morto che aveva seminato il panico tra l’armata dei vivi.

I mostri riescono infine ad entrare dentro alle sale del Palazzo di Grande Inverno. Qui il focus viene spostato su un’altra grande donna, Arya, la quale rischia la vita diverse volte lungo claustrofobici corridoi e tetre stanze invase di morte e paura. A salvarla intervengono due sue vecchie conoscenze, il Mastino e Berick Dondarrion. E’ grazie al sacrificio di quest’ultimo che i due riescono a salvarsi dalla morte, la quale riesce infine a prendersi colui che per più volte gli è stato sottratto. L’importanza immensa di tale sacrificio la si comprende solo a fine puntata, quando diverrà chiaro il motivo per cui il Dio della Luce ha resuscitato il suo servitore più volte.

Ma è battaglia anche nel cielo sopra Grande Inverno, dove si svolge l’attesa “danza dei draghi”, lo scontro fratricida che vede Drogon e Rhaegal, cavalcati rispettivamente da Daenerys e Jon, affrontarsi contro Viserion, guidato dal Re della notte in persona. Lo scontro regala sequenze tecnicamente complesse, con chiare aspirazioni virtuosistiche, a partire dalla costante della poca illuminazione che, almeno in questo caso, ha però l’evidente neo di rendere poco nitide e comprensibili tali sequenze, eccezion fatta per chi dispone di televisori di ultimissima generazione (Tale problematica è stata evidenziata maggiormente dagli utenti che hanno seguito la diretta nelle piattaforme streaming).

La battaglia su terra si manifesta in tutta la sua drammaticità:

le sequenze emotivamente più coinvolgenti di queste ultime fasi dello scontro ci mostrano la resistenza estenuante e disperata di personaggi come Jaime e Brienne, i quali lottano l’uno accanto all’altro fino alla fine. 

La regia indugia nel sottolineare anche sentimenti meno nobili, come la rassegnazione, di cui si fa testimone Sam, che nel mezzo di questa bolgia infernale si abbandona ad un pianto incontrollato mentre giace stremato su una pila di cadaveri.

Una menzione merita il personaggio di Verme grigio, addestrato sin dall’infanzia a non provare dolore e paura, ma le cui smorfie d’orrore impresse sul volto fanno trapelare la paura di chi si aggrappa alla vita con tutte le forze residue, un istinto di sopravvivenza che lo rende ora più umano.

Il tanto atteso scontro tra Jon ed il Re della notte non avviene. Quest’ultimo, in modo strategico (e beffardo) evita il confronto diretto con la sua nemesi, resuscitando invece tutti i morti e lasciando a questi il compito di eliminare il principe Targaryen.

Come previsto dalla visione di Bran, la conclusione di questo scontro epico tra vivi e non morti avviene al Parco degli Dei. Qui, dopo una strenua resistenza degli uomini di ferro guidati da Theon, si compie l’atto finale. Quest’ultimo, dopo aver lottato eroicamente e senza riserve per proteggere colui che in passato aveva derubato della sua casa, riceve da questi l’assoluzione definitiva: “Theon, you’re good man”. Ormai conscio di essersi riscattato di tutto il male compiuto, l’Uomo di ferro (ed anche del Nord) si scaglia eroicamente e tragicamente incontro alla morte, che avviene per mano del Re della notte in persona. Questa scena verrà ricordata come un delle più commoventi della storia della serie, soprattutto grazie al talento recitativo di Alfie Allen, il cui volto commosso e disperato rimarrà a lungo impresso anche nei cuori di chi non ha mai amato il suo personaggio (come il sottoscritto).

Tutto sembra ormai perduto, il capo degli estranei sta per estrarre la spada destinata a cancellare la memoria del mondo, ma improvvisamente sopraggiunge Arya, la quale si scaglia contro il Re, riuscendo infine ad eliminarlo pugnalandolo con la daga in acciaio di valyria cedutagli da suo fratello Bran (proprio la stessa daga da cui hanno avuto inizio tutte le vicissitudini degli Stark e conseguentemente dei sette regni).

C’è ancora spazio per piangere la dipartita di un grandissimo personaggio, il leale e valoroso Jorah Mormont, che si spegne tra le braccia della sua regina e l’”abbraccio” di Drogon. 

Non era immaginabile fine differente per quest’uomo, il quale ha dimostrato fino all’ultimo attaccamento e amore incondizionato per Daenerys, immolandosi come suo scudo umano.

La puntata si conclude con la sacerdotessa Melisandre che, come la visione gli aveva predetto, può ora accingersi ad uscire per sempre di scena.

Questa sequenza finale, tra le più suggestive della puntata, segue il lento e solitario cammino della sacerdotessa fuori delle macerie di una Grande Inverno rischiarata dalle prime luci del mattino. Gettata via la collana magica, la vediamo in lontananza invecchiare, arrancare ed infine abbandonarsi esanime sulla coltre bianca di quella terra straniera in cui era destinata a morire.

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Simone Curcuruto

21/09/1994
Studente presso il corso di Laurea in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Catania.

Appassionato di Storia, cultura ed arte bizantina, innamorato della Letteratura del Novecento italiana ed europea.