Game of Thrones 8, recensione quarto episodio: “The last of the starks”.

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Risulta davvero difficile recensire in modo professionale e imparziale questo quarto episodio di Got. 78 minuti di sceneggiatura di livello infimo, espedienti narrativi di dubbio gusto ed una trattazione generale della storia davvero superficiale e per nulla emozionante.

Premessa: parliamo sempre e comunque della serie fantasy più popolare e premiata di ogni tempo, un fenomeno mondiale d’indiscusso successo (tutto meritatissimo), ma che non può essere esente da critiche, come in questo caso.

I primi venti minuti della puntata ci proiettano in un universo narrativo dell’assurdo; vengono dedicati solo pochi secondi ai caduti della battaglia di Grande Inverno, senza alcun momento davvero toccante, senza un discorso ben costruito o un briciolo di emozione che trapela dai volti dei sopravvissuti. I restanti 19 minuti sono un susseguirsi di brindisi e gag dello sconsolato Tormund (forse la cosa migliore della puntata, il che la dice lunga), che si vede soffiare la sua amata donnona, Brienne, dal Lannister dalla mano d’oro. Appare più che una forzatura la scena d’amore tra i due, il cui rapporto speciale, instauratosi nel corso di più stagioni, era basato sulla stima e la fiducia reciproca, sulla capacità che aveva l’uno di far emergere il meglio dell’altro. Ridurre i due a improbabili amanti ha snaturalizzato uno degli espedienti narrativi più riusciti di Got; l’amore non carnale tra un uomo e una donna, fatto di stima umana e non di passionalità. 

Come se non bastasse, nessuno pare sorpreso dal fatto che Arya abbia ucciso addirittura il Re della notte. Tale evento, già di per sé epocale, passa quasi in sordina, citato brevemente dalla sola Daenerys. Alla giovane Stark non viene tributato alcun onore particolare nel corso dei festeggiamenti,  a dispetto di Jon Snow, acclamato da tutti come l’eroe della guerra contro i non morti.

Daenerys è il personaggio che, forse più degli altri, subisce la peggiore involuzione caratteriale nel corso della puntata. La Regina dei draghi appare ormai destinata a raccogliere l’eredità del padre, ovvero la sua celebre pazzia, marchio di fabbrica di molti Targaryen. Osare tanto è una scelta che può piacere o meno, ma ciò che non può essere tollerato sono le tempistiche adottate per un mutamento così drastico. Se da un lato è vero che già dalla stagione precedente, la settima, era emerso qualche indizio che potesse far presagire uno sviluppo del genere, dall’altro è innegabile che la Regina dei Draghi abbia scelto di sacrificare gran parte del proprio esercito, un drago e il suo fidato Jorah Mormont per aiutare Il Nord e tutta Westeros nella lotta contro la minaccia dei non morti, anteponendo la salvezza di tanti all’ambizione propria. Non bastano le rassicurazioni del nipote/amante Jon a tranquillizzarla, la Khaleesi appare sempre più sola, fragile ed insicura, lontana parente della donna che abbiamo imparato a conoscere ed amare nelle stagioni precedenti.

Nonostante ciò, Daenerys decide di salpare per Roccia del Drago con le poche forze residue, giusto in tempo per essere colta di sorpresa dalla flotta di Euron Greyjoy (dotato probabilmente di teletrasporto e di radar di ultima generazione), il quale riesce addirittura ad uccidere il drago Rhaegal per mezzo di un enorme balestra montata sulla prua della sua nave. La sequenza convince ben poco nella sua costruzione,  essendo infondo nulla più che un malriuscito colpo di scena, privo di qualsiasi pathos. Non viene resa la giusta enfasi per la morte di questo drago, che avrebbe meritato una fine decisamente più epica e degna di nota.

Varys, sopravvissuto insieme a Tyrion all’attacco, palesa a quest’ultimo tutte le perplessità che incomincia a nutrite sulla regina che servono, prospettandogli la possibilità di lavorare (alias complottare) affinché sul trono possa sedersi il mite ed equilibrato Jon Snow al posto della madre dei draghi. la scena in questione, seppur poco approfondita a causa di tempistiche serrate, ha sicuramente il pregio di ridare un minimo di lustro a due personaggi che, almeno dalla settima stagione, hanno sofferto di una sceneggiatura approssimativa e scadente,  ridotti il più delle volte a comparse con licenza di sciorinare (dubbi) consigli.

La puntata si conclude con Daenerys ed il suo piccolo contingente schierati dinnanzi all’ingresso di un Approdo del Re irriconoscibile (il set sembra preso in affitto da una serie televisiva di serie B). In prossimità dell’accesso alla città assistiamo all’ennesimo tentativo da parte di Tyrion di convincere la sorella ad arrendersi ed accettare una qualche forma di resa senza spargimenti di sangue. L’assurda richiesta (basti pensare che Cersei si trova in netta posizione di vantaggio militare) suscita l’ovvio diniego di quest’ultima, la quale risponde ordinando la decapitazione di Missandei, suo ostaggio, che avviene per mano della Montagna, in una sorta di citazione della ben più celebre e struggente decapitazione di Ned Stark.

La puntata si conclude con un primo piano dell’adirata Daenerys, la quale si ritrova sempre più sola e in difficoltà in questa guerra per il trono che, almeno sino ad ora, le ha riservato solo delusioni, lutti e fallimenti.

La strada sembra ormai inevitabilmente tracciata (in negativo). Leaks più o meno attendibili sulle ultime due puntate, che in queste ore stanno infestando pagine e gruppi facebook statunitensi, sembrerebbero confermare molte delle paure nutrite da coloro  che amano questa serie televisiva. Appare sempre più concreta la possibilità di assistere ad un finale della serie incoerente o insensato rispetto agli eventi delle stagioni precedenti. E’ probabile che questa quarta puntata di Got sia stata concepita proprio per spianare il terreno  ad imminenti stravolgimenti di trama, nonché ai drastici colpi di scena che ci riserveranno gli ultimi due episodi.

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Simone Curcuruto

21/09/1994
Studente presso il corso di Laurea in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Catania.

Appassionato di Storia, cultura ed arte bizantina, innamorato della Letteratura del Novecento italiana ed europea.