Game of Thrones 8, recensione quinto episodio: “The bells”.

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“Fuoco e sangue”: il motto di casa Targaryen si fa emblema della svolta narrativa accorsa in questa penultima puntata di Game of Thrones, la più cruenta e sanguinosa di sempre.

Il primo personaggio a lasciarci è il ragno tessitore, Lord Varys, vero deus ex machina del “gioco del trono” fino alla quarta stagione dello show. Le prime sequenze di quest’episodio non fanno altro che confermare ciò che si era intuito nella puntata precedente; Daenerys non gode più della fiducia e della stima di chi le sta vicino, come dimostra la rischiosa (e fatale) scelta dell’eunuco di orchestrare in tutta fretta un complotto che miri a detronizzare l’ascesa al trono della Regina dei draghi. Ad essere tradito è invece lo stesso Varys, i cui piani giungono alla orecchie della Regina per il tramite di Tyrion, il quale si convince che agendo in tal modo possa porre un freno all’ira di Daenerys, nonchè alla sfiducia che questa inizia a nutrire verso chiunque le è accanto. La mossa del folletto non sortisce gli effetti sperati. Varys, consapevole delle reali motivazioni che si nascondono dietro al gesto del suo vecchio amico, va incontro alla morte con compostezza e dignità, conscio di aver fatto tutto ciò che era in suo potere per evitare l’immane catastrofe che sta per abbattersi sulla capitale.

Nell’accampamento degli Immacolati Tyrion riesce a liberare il fratello Jaime, catturato dalle truppe lealiste di Daenerys mentre tentava di raggiungere Approdo del Re.

Probabilmente qui assistiamo alla scena emotivamente più intesa della puntata. L’abbraccio finale tra i due fratelli è emozionante, impreziosito dalla dichiarazione d’affetto che Tyrion dedica al fratello, l’unico essere umano che lo ha sempre voluto bene nonostante la sua deformità. Questa scena è un chiaro rimando alla scarcerazione, a parti invertite, accorsa nel finale della quarta stagione, quando Jaime fece fuggire il fratello dalle segrete della Fortezza Rossa.

Prima di congedarsi, il folletto affida al fratello un’ultima missione, far suonare le campane di Approdo del Re,  segno di resa, nel momento in cui la città non fosse stata più difendibile, così da evitare ulteriori spargimenti di sangue per la popolazione.

Lo scenario si sposta perciò nella capitale, che si prepara all’imminente assedio. Tra la folla che si incammina verso le zone limitrofe alla Fortezza Rossa, ritenute più sicure, compaiono Il Mastino ed Arya, nuovamente uno affianco all’altro (esplicito il richiamo alla loro storyline delle stagioni tre e quattro). Lo scopo dei due infiltrati è quello di realizzare finalmente le proprie agognate vendette verso coloro che più odiano.

Nelle strade della capitale ritroviamo pure Jaime, il quale tenta invano di entrare dentro l’area della Fortezza Rossa, per l’occasione sigillata a causa della troppa gente ivi accorsa in cerca di rifugio.

Risulta evidente come Jaime cerca di raggiungere la gemella non per ucciderla (come pronosticato dai più), ma per ricongiungersi ad essa. Nel corso del dialogo che intrattiene con il fratello Tyrion, Jaime ribadisce la sua morbosa dipendenza da Cersei, da cui non riesce a staccarsi mai del tutto (nonostante abbia conosciuto l’amore più puro e onorevole di Brienne). La sceneggiatura di Jaime risente, e lo si può dire senza timori, di una forte involuzione rispetto agli eventi occorsi al personaggio. A rigor di logica, ma anche ad onor di profezia (quella della strega Maggy la rana), doveva essere proprio lui ad uccidere la gemella, o quantomeno dissociarsi per sempre da quell’amore malato. La scelta di renderlo ancora  (e per sempre) succube di Cersei lascia più che il semplice amaro in bocca.

Si giunge infine all’evento più atteso della puntata, l’assedio di Approdo del Re.

Premessa doverosa: scenograficamente la battaglia è resa magistralmente dal bravissimo regista Miguel Sapochnik, maestro in sequenze di guerra.

Ciò che lascia però attoniti in un certa misura è la sconfinata potenza che viene ora attribuita all’ultimo drago di Daenerys rimasto in vita, Drogon, suo figlio prediletto. assistiamo infatti alla furia di questo drago che, nel giro di pochi minuti, riesce a distruggere da solo l’intera flotta di Euron, le mura d’accesso alla città, svariate decine di arpioni (armi che fino alla puntata precedente erano riuscite facilmente ad uccidere l’altro drago), nonché l’intera Compagnia Doratata schierata fuori dalla città. A questo punto si aggiunge la furia di dothraki, immacolati e degli uomini del Nord/Valle, i quali iniziano a farsi strada dentro la città, trovando scarsa resistenza da parte dell’esercito difensore. Le sorti della battaglia appaiono ormai segnate, con la stessa Cersei che, nonostante un’iniziale fiducia sulla possibilità di sovvertire le sorti dello scontro, comprende infine che la guerra è ormai persa.

Suonano infine le campane, segno di resa, come sperato da Tyrion. L’esercito Lannister getta le armi a terra di fronte a Jon, Ser Davos, Verme grigio e tutto il resto dell’esercito invasore. Attimi di silenzio precludono una catastrofe imminente.

Daenerys in un impeto di sofferenza, odio e follia sceglie di ignorare la resa, ricominciando a devastare l’intera città. Tutto l’orrore si palesa nel momento in cui sceglie di bruciare vivi pure i civili, che muoiono in migliaia tra le fiamme di Drogon. 

Sotto gli occhi sconvolti di Jon assistiamo all’orrore che proviene anche via terra. Verme grigio e tutto il resto dell’esercito iniziano ad emulare la Regina dei Draghi, trucidando soldati (che si erano arresi) e civili, stuprando donne e massacrando bambini. Jon Snow prova invano a fermarli, trovandosi costretto addirittura ad uccidere un suo soldato intento a violentare una giovane donna.

La tragicità della puntata si riflette proprio nella scelta di invertire i ruoli dei buoni e dei cattivi: i soldati Lannister e la loro stessa regina appaiono ora agnelli sacrificali di un odio troppo grande e scellerato, perpetrato da barbari e sanguinari uomini del nord, nonché da stranieri provenienti da un altro continente. La morale è forte e chiara; in guerra non esistono buoni e cattivi, solo bestie umane assetate di sangue e pronte a commettere ogni tipo di atrocità.

Nel frattempo ritroviamo Jaime che, seguendo le indicazioni fornitegli dal fratello, riesce a giungere ad un accesso poco conosciuto che conduce alla Fortezza Rossa. Qui ritrova Euron, scampato alla distruzione della sua flotta. L’incontro tra i due si trasforma presto (e prevedibilmente) in uno scontro. Alla fine riesce ad avere la meglio Jaime, che tuttavia rimane gravemente ferito.

Lo scontro tra i due non appare tuttavia particolarmente interessante o emozionante, limitandosi a far  uscire di scena il personaggio di Euron (villain poco convincente di questa serie, ritratto in modo eccessivamente caricaturale).

Il focus si sposta nuovamente su Arya ed il Mastino, giunti all’interno della Fortezza Rossa ormai in rovina. Sandor Clegane in un impeto di umanità sprona la giovane Stark a fuggire via da quel luogo che sta implodendo su se stesso. Le ricorda che la vendetta come unica ragione di vita la porterebbe a diventare uguale a lui, non donandole infondo alcuna felicità. Arya fugge via, ringraziando il Mastino di tutto ciò che ha fatto per lei.

La scena oltre che essere emozionante rende finalmente giustizia al rapporto tra i due personaggi. Almeno in questo caso è stato rispettato l’arco evolutivo del personaggio del Mastino, il quale porta a termine il suo personale percorso di redenzione.

Si giunge così al tanto atteso “CleganeBowl”. La Montagna- zombie riconosce il fratello nonostante la sua quasi totale assenza di sentimenti umani. Disobbedendo agli ordini di Cersei e di Qyburn (quest’ultimo ucciso proprio dalla sua “invenzione”), la Montagna decide di abbandonare i suoi doveri di guardia della regina per andare ad uccidere l’odiato fratello. Lo scontro è cruento e senza esclusione di colpi, proprio grazie a un colpo di Sandor riusciamo finalmente a vedere il vero volto di Ser Gregor Clegane senza elmo. Lo scontro si risolve solo grazie all’estremo sacrificio del Mastino il quale, resosi conto dell’eccessiva resistenza fisica dell’inumano fratello, sceglie di gettarsi insieme ad esso tra le fiamme che divampano sotto la fortezza, portando a termine la sua vendetta.

La morte tra le fiamme della fortezza Rossa si presta a metafora perfetta per la fine di due personaggi i cui caratteri sono stati segnati proprio dal fuoco sin dalle origini.

L’ultimo evento importante della puntata è la dipartita dei gemelli Lannister, i quali muoiono sepolti vivi sotto le macerie della fortezza.

Non risulta eccessivo dire che la morte riservata a questi due personaggi è stata sotto ogni aspettativa. Farli morire assieme era certamente la scelta più  coerente, ciò che non ha convinto è stato il come. Non basta il lungo abbraccio tra i due a rendere davvero drammatica e sofferta la sequenza (troppo breve), che necessitava di una sceneggiatura decisamente meglio studiata per due dei personaggi più complessi dell’intera saga. Recentemente lo stesso  Nikolaj Coster-Waldau  si è dichiarato deluso per la morte antieroica riservata al suo personaggio, non in linea con l’arco narrativo di redenzione che ha caratterizzato Jaime Lannister nel corso delle stagioni.

Le ultime sequenze ci mostrano Arya che, sopravvissuta a innumerevoli crolli, cerca di fuggire dall’inferno di un Approdo del Re in totale rovina. La puntata si conclude nel momento in cui la nostra eroina incontra, come in una visione mistica, un bellissimo cavallo bianco in mezzo alle macerie.  Bisogna ricordare che nei testi biblici, tra le pagine dell’Apocalisse c’è un passaggio che allude ad un cavallo bianco cavalcato dalla Morte. Con questa bellissima immagine si conclude la penultima puntata di Game of Thrones.

In conclusione, la puntata per tutto ciò che concerne regia, effetti speciali ed ogni altro aspetto tecnico è davvero impeccabile, un vero e proprio colossal cinematografico più che un prodotto destinato al piccolo schermo. Di contro va evidenziato come, per l’ennesima volta, questa puntata (come quasi tutta l’ottava stagione) pecchi di una sceneggiatura pigra e poco curata, forzata e contraddittoria nei riguardi dei percorsi evolutivi che hanno caratterizzato i diversi personaggi nel corso degli anni. 

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Simone Curcuruto

21/09/1994
Studente presso il corso di Laurea in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Catania.

Appassionato di Storia, cultura ed arte bizantina, innamorato della Letteratura del Novecento italiana ed europea.