Game of thrones 8, recensione ultimo episodio: “The Iron Throne”

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Un finale che lascia tanti snodi narrativi irrisolti, caratterizzato da un’eccessiva (e necessaria) fretta di concludere il tutto. Non sono l’emozioni a caratterizzare il finale televisivo più atteso dell’ultimo decennio, bensì la necessità impellente di trovare una fine più o meno logica ad una storia che, soprattutto a partire dalle ultime tre puntate, ha avuto modo di palesare intrinseche debolezze strutturali nella sceneggiatura.

L’episodio si apre con Tyrion, Jon e Ser Davos che si addentrano tra le macerie di Approdo del Re. Qui assistiamo alla celebrazione di Daenerys da  parte del suo esercito, in contrapposizione allo sdegno e sbigottimento impresso sui volti degli altri personaggi. Ad emergere in queste prime sequenze è il talento di Peter Dinklage, interprete di Tyrion, il quale si abbandona ad un pianto disperato dinnanzi ai resti di Jaime e Cersei. Probabilmente questa è la scena meglio riuscita dell’intera puntata, emozionante e ricca di drammaticità, il giusto commiato per due grandi personaggi che ci hanno abbandonato nella puntata precedente.

La restante prima parte di puntata viene dedicata alla conclusione della storyline di Daenerys, personaggio in preda a deliri di onnipotenza e capace, nonostante tutto, di pontificare sulla bontà delle proprie azioni, arrivando ad autodefinirsi come “liberatrice di Approdo del Re” pur avendo massacrato migliaia di innocenti. La sua prima azione da Regina dei Sette Regni è quella di far arrestare il  primo cavaliere Tyrion, colpevole di essere stato l’unico ad avergli manifestato tutto il proprio disappunto e disprezzo per le azioni atroci perpetrate da questa ai danni della popolazione della capitale.

Un rassegnato Jon Snow si reca a far visita al folletto in catene. Qui il dialogo tra i due mostra la sostanziale divergenza di visione dei due personaggi, con il primo che tenta ancora una volta, nonostante tutto, di giustificare le azioni della sua regina. L’unica cosa interessante e sensata pronunciata da Jon è la citazione di una frase appartenente ad un altro Targaryen, il defunto maestro Aemon, che tempo addietro gli disse come “l’amore è la morte del dovere”.

Dopo di ciò Jon si reca dalla sua regina. Si intuisce sin da subito come la storyline di Daenerys stia per giungere ad un drammatico capolinea, ed infatti ciò avviene proprio per mano del nipote/amante, il quale la pugnala dopo averle dichiarato fedeltà un’ ultima volta.

La morte della Targaryen viene percepita da Drogon, il quale decide di scatenare la propria ira e sofferenza non sull’omicida della “madre, ma sul Trono di spade stesso, vero “assassino” di Daenerys, che viene così distrutto (così come era stato creato) dal fuoco di un drago.

Se da un lato risulta ben poco emozionante la scena dell’assassinio di Daenerys, soprattutto a cause di scelte tecniche discutibili, ben più struggente risulta  la sofferenza dell’ultimo drago, il quale si fa carico del cadavere della “madre” prima di spiccare il volo verso terre lontane (Valyria?). Ad uscire brillantemente da questa prima metà di puntata è proprio Drogon, il quale manifesta un’intelligenza di gran lunga superiore a quella degli esseri umani, destinati a perdere il senno dinnanzi al potere ed i suoi simboli.

L’inizio del disastro:

Conclusasi questa prima parte di puntata ci ritroviamo sbalzati (senza preavviso) in un periodo postumo alla morte di Daenerys, probabilmente qualche settimana o mese dopo. Non ci viene spiegata la reazione degli immacolati e dei dothraki all’assassinio della loro condottiera, così come non ci viene spiegato alcunché sugli eventi occorsi in quel lasso di tempo oscuro a noi spettatori.

Ritroviamo Tyrion che, scortato da Verme Grigio e gli immacolati, si reca a Fossa del Drago. Qui troviamo allestito una sorta di concilio presieduto dai nobili delle famiglie più importanti di Westeros, nonchè dal resto dei protagonisti sopravvissuti (Jon escluso). Tyrion propone ai nobili di eleggere un sovrano, qualcuno che possa guidare con saggezza le sorti di Westeros. All’imbarazzante candidatura di Edmure Tully, sbeffeggiato senza troppi complimenti da Sansa, succede la proposta di Tyrion, il quale pesca dal cilindro il nome più insospettabile, quello del giovane Bran Stark di Grande Inverno. Quest’ultimo accetta con serenità (e senza alcuna resistenza) il volere del folletto e del resto del concilio, schieratosi unanimemente a favore della sua elezione. L’assurdità di tale sequenza risiede nella sua intrinseca incongruenza rispetto a ciò che era stato mostrato negli episodi precedenti. Bran Stark è stato rappresentato, almeno a partire dalla settima stagione, come un essere insensibile alle dinamiche umane, disinteressato a governare e non propenso ad occuparsi di questioni “terrene”. A maggior ragione questa appare a tutti gli effetti una scelta narrativa forzata, un plot twist mal architettato e ancor peggio realizzato.

Il primo atto del nuovo Re è proclamare Tyrion suo primo cavaliere, nonostante le scialbe proteste di Verme Grigio, il quale si vede costretto a mettere da parte, almeno per il momento, la propria sete di vendetta. Come secondo atto concede l’indipendenza al Nord, come da volere della sorella Sansa. Il terzo atto del suo mandato, nonché il più controverso, è il risarcimento che elargisce  a Verme Grigio ed i suoi immacolati per l’assassinio di Daenerys. L’eunuco richiede infatti la testa del regicida Jon, ma un compromesso viene trovato con la decisione del nuovo Re di esiliare il fratello alla barriera (la quale, va sottolineato, non dovrebbe servire più a nulla data l’estinzione degli estranei ed i rapporti pacifici che intercorrono con bruti). Il capo degli immacolati accetta l’offerta, scegliendo infine di salpare con i suoi uomini verso l’isola di Naath, per liberare il popolo della compianta Missandei.

L’ultima reunion degli Stark avviene proprio negli attimi che precedono la partenza di Jon verso la barriera. Qui assistiamo al commosso addio tra i fratelli, con Arya (soprattutto) e Sansa che esprimono la propria sofferenza a Jon per il destino ingiusto riservatogli, consce del fatto che quest’ultimo non meritasse una fine così ingloriosa dopo aver lottato da sempre per i più deboli ed i bisognosi. Jon accetta con dignità e senza rancore il verdetto del fratello/Re Bran, il quale mostra ancora una volta totale distacco da ogni forma di empatia umana, limitandosi ad osservare apaticamente il fratello esiliato. Decisamente commovente risulta l’ultimo abbraccio di Jon ad Arya, con quest’ultima che rivela ai fratelli la sua intenzione di partire alla ricerca di continenti sconosciuti, manifestando per l’ennesima volta il proprio disinteresse per la vita da nobile.

Le scene conclusive ci mostrano la vita che ritorna a scorrere nella capitale. Il nuovo governo presieduto da Bran prende vita. Nelle sale della Fortezza Rossa si torna a parlare di politica, affari, bordelli e puttane (più che un semplice rimando alle scorse stagioni). Una sequela di chiacchiere da bar tentano di farci percepire come i sopravvissuti di queste otto stagioni riescano ora a governare con armonia i Sei Regni. L’unica scena che emoziona davvero (in mezzo a siparietti di dubbio gusto)  è quella che vede Ser Brienne, ora a capo delle guardie reali, riempire le pagine vuote della biografia della Guardia reale Ser Jaime Lannister, “Morto per difendere la sua regina.” La scena in questione, semplice ed efficace, riesce meglio di tante altre nel trasmettere allo spettatore un profondo senso di malinconia per una storia che sta per giungere alla sua fine.

Le ultime sequenze ci mostrano l’incoronazione di Sansa a Regina del Nord, il viaggio via mare di Arya e l’arrivo di Jon al Castello Nero. Qui l’ultimo dei Targaryen si ricongiunge all’amico Tormund, nonché al fido metalupo Spettro, a cui concede infine la tanto attesa carezza. La sequenza finale di Game of Thrones mostra i tre personaggi, accompagnati dal resto del popolo libero, tornare nelle terre libere, lontani da quel nuovo mondo che si sta creando a sud della barriera.

Considerazioni finali: Il finale di questa serie è agrodolce, come preannunciato da anni, ma non nel modo previsto. Ciò che ha lasciato l’amaro in bocca ai numerosissimi fan della serie non è tanto il finale riservato ai protagonisti, ma la fretta e l’approssimazione con cui si è giunti al loro epilogo. Diverse scene sono apparse piatte, emotivamente poco coinvolgenti e realizzate con una certa approssimazione e scarsa attenzione per la cura dei dettagli e dei dialoghi. La pecca più grande di questo finale, che infondo ha caratterizzato quasi tutte le puntate di questa ultima stagione, è l’aver accelerato oltremodo la narrazione degli eventi, spesso a discapito della coerenza e organicità narrativa, vero punto di forza di questa immensa serie televisiva.

Nonostante ciò, Game of Thrones rimarrà per sempre nella storia delle serie televisive, rappresentando un modello di riferimento e confronto per chiunque voglia spendersi su questo genere televisivo. La domanda che sorge spontanea è la seguente: verrà mai realizzata una serie fantasy che surclasserà il successo del Trono di spade?

Ai posteri l’ardua sentenza.

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Simone Curcuruto

21/09/1994
Studente presso il corso di Laurea in Beni Culturali dell'Università degli Studi di Catania.

Appassionato di Storia, cultura ed arte bizantina, innamorato della Letteratura del Novecento italiana ed europea.