D’OVE stiamo andando?

Catania, gli ospedali e il futuro della partecipazione pubblica

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Catania vive un momento difficile, a causa di un progressivo impoverimento economico e una riduzione dei servizi pubblici e privati. La chiusura delle strutture ospedaliere, dal Santo Bambino all’OVE, colpisce specialmente il delicato tessuto urbano della circoscrizione Centro, dove si sovrappongono diverse eredità storiche. Perciò sembra utile ricostruire, a grandi linee, la storia di questa zona.

La ricostruzione della città etnea dopo il rovinoso terremoto del 1693 nello stesso sito impone alcune scelte. Mentre l’establishment di allora ricostruisce palazzi sfarzosi e ampie vie tra via Etnea e via Crociferi, i ceti meno abbientisi insediano in quartieri come la Civita, Antico Corso e Lumacari, dove case modeste vengono costruite senza cura nella costituzione di spazi pubblici. 

I quartieri popolari del centro raccolgono oggi più del 16% della popolazione, e si caratterizzano per una storica vocazione al commercio. Oggi, questo tessuto produttivo è tuttavia quasi scomparso, accrescendo le criticità di una zona di Catania che, con la chiusura degli ospedali, rischia di non riprendersi da fenomeni di progressivo impoverimento.

Queste strutture pubbliche erano infatti centri di attrazione economica e sociale per il quartiere, costituendo una profonda eredità storica. L’OVE, operativo dal 1880 per sopperire alla carenza degli spazi dell’antico Ospedale San Marco, si caratterizzava per la sua modernità organizzativa. Oggi, dopo la chiusura di altri ospedali nell’area, le strutture dell’OVE sono alla vigilia di una dismissione, senza idee chiare sull’uso futuro. Una storia che sembra ripetersi, alla luce delle avvenute chiusure “senza idee” del Ferrarotto e del Santo Bambino, anch’esse strutture con un rapporto profondo con la città. Ad oggi infatti non si conosce a quali utilizzi saranno adibiti gli ex ospedali.

E’ comprensibile da parte dell’Amministrazione comunale e regionale la scelta di istituire a Librino il nuovo Ospedale San Marco, ma senza un progetto serio di destinazione degli ex ospedali si corre un grave rischio: polarizzare la città attorno a un conflitto centro-periferie in materia di servizi pubblici sembra propedeutico solo a una inutile e dannosa“guerra fra poveri”. Tali decisioni hanno un impatto enorme sul tessuto sociale urbano, e dovrebbero essere oggetto di un’ampia discussione pubblica.

Invece, chi vive o lavora nei pressi delle strutture ospedaliere non è stato reso partecipe in nessun modo di un dibattito sul futuro del quartiere. I residenti che abbiamo intervistato hanno espresso le proprie riflessioni, le speranze, i dubbi, le paure. L’obiettivo di questo lavoro è di stimolare la formazione di proposte concrete per il quartiere. Un dibattito che sia di tutti, che coinvolga la città, chiamata a decidere del futuro di uno dei suoi quartieri storici, tra i più antichi e vivi di Catania.

Marisa ci parla dalla sua finestra di fronte l’OVE: “Abito qui da vent’anni. È uno schifo, hanno combinato un danno enorme”. Delusione, la sua, accentuata dalla necessità di ricorrere a cure mediche settimanali. “Una volta c’era l’ospedale, ora dove dovrei andare per le cure?”. 

Dubbi a cui fa eco Massimo, lavoratore della struttura ospedaliera: “questa scelta crea solo disservizi per la zona, ogni decisione fatta in questa città ha un motivo politico. Purtroppo non conosciamo quale”. Ma a prescindere dalle polemiche, è Marco, residente, a centrare un punto importante nella querelle: “Il campus? Il museo? Si può fare, ma ci sono delle strutture che devono rimanere. Dev’essere garantita la Sanità”. Ed è sulle proposte per il futuro riutilizzo degli spazi lasciati vuoti dalla dismissione che si concentrano i grattacapi dei residenti. Così Serena: “va bene anche un centro di accoglienza per i migranti, o un centro di ritrovo per gli anziani, purché le strutture non diventino meta di occupazione abusiva e illegalità.” Ma molti di più sono gli intervistati che evitano di esprimersi sul futuro delle strutture ospedaliere, rimbalzando tra diverse proposte politiche, dal campus universitario proposto qualche anno fa dall’ex sindaco Enzo Bianco, al Polo Museale vagheggiato dal presidente della Regione Nello Musumeci. 

Le opinioni, poi, sono divergenti: sentiamo due lavoratori delle strutture ospedaliere. Il primo esprime la sua sfiducia a 360 gradi nei confronti di residenti e istituzioni, inermi di fronte a cambiamenti socio-economici concreti: “La voce del popolo è il quartiere, ma mi pare che il quartiere se ne sta fottendo”. Dal secondo giunge una visione più ottimistica: “I cambiamenti in generale fanno paura. Mi spiace un po’ per i commercianti, dipende da come andrà. Io penso che avere un ospedale più accessibile è cosa buona e giusta, mentre qui creava solo caos. Se da una parte ci sono sempre i pro, dall’altra ci sono i contro. Per ogni cosa è così.” 

Il dilemma della priorità di attenzione pubblica tra l’intera area metropolitana e l’area del centro storico è ciò su cui poggia gran parte della questione, come abbiamo visto nel “conflitto” tra OVE e San Marco a Librino. Vi è la necessità di inquadrare il reale stato della qualità della vita e dei servizi in ogni area della città.

La principale criticità è la sfiducia e supposta incapacità dei cittadini di considerarsi soggetti degni di avere voce in capitolo: scoraggiati da anni di palude decisionale, sembrano in difficoltà nel proporre idee non derivanti da proposte politiche. Tale incapacità di visione contrasta con la grande memoria storica che i residenti ancora hanno di quest’area. Tra le idee di miglioramento, emerge la necessità di costituire centri culturali e di ritrovo per la popolazione residente, in modo da costituire alternative concrete di vita all’interno del quartiere. Inoltre, la cronica assenza di spazi pubblici suggerisce di destinare la piazza dell’OVE a una funzione pubblica piena. La realizzazione di tale area avrebbe un effetto immediato sulla qualità della vita nella zona. Attualmente le proposte di partecipazione sociale dal basso si sono limitate all’idea di fare una raccolta firme. Occorrerebbe invece rafforzare la partecipazione delle associazioni locali, cercando attività di interesse per la cittadinanza. Anche la costituzione di orti urbani nell’area permetterebbe di condividere esperienze e prodotti della terra.

Insomma, si ritiene che il Comune abbia l’opportunità storica di aprire tavole rotonde con le associazioni già presenti sul territorio, in modo da creare un ambiente più favorevole ai processi di partecipazione attiva. I cittadini possono e devono essere soggetti attivi, e non oggetti, delle politiche urbane.

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