Fino all’alba – guerra di uomini

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“Ma che Terra è la terra che si macchia del suo stesso colore?!”

“Che Terre sono l’Egitto, la Siria, la Turchia… Israele?!”

“Perché una terra rossa si tinge del suo stesso rosso?”

Sarebbe bello da poter spiegare… ma le parole per farlo, forse come la volontà, non si hanno.

Forse si dovrebbe iniziare dallo scorso millennio; ma ci vorrebbe un altro millennio per spiegare perché ancora continua.

Una vita intera per raccontare quante volte, al telegiornale,  abbiamo visto le stesse foto e ascoltato in silenzio, per un attimo, atroci notizie per poi riprendere le nostre vite da occidentali. Rimasti impassibili il tempo di capire, ma senza mai darci il tempo di comprendere.

Con la paura che, per noi, comprendere voglia anche dire immedesimarsi: l’immedesimazione, è un rischio troppo grande da correre. Si rischierebbe di essere umani. 

Eppure in quegli stessi occhi da bambino, le cui foto fanno il giro del mondo, rimbalzando fra un “like” ed un “love”, io rivedo quelli di mia sorella nella culla, di mio cugino quando il giocattolo si rompe, del vicino quando la macchina scoppia il suo pallone: capisco che sono uguali, e comprendo che non c’è alcuna differenza. E allora, forse allora, un attimo ci ripenso.

Ripenso a quelle famiglie, a quel padre la cui anima è mossa solo dalla sua religione che gli ha dato il dono della vita, quella stessa religione che ora, paradossalmente, diventa la causa della sua morte. Quella stessa religione che è il perché del suo essere, del suo posto nel mondo. 

E per un attimo lo immagino che guarda fuori dalla finestra con gli occhi lucidi, contando le non contabili volte in cui ha sperato di vedere quello stesso panorama per tutta la vita: per conoscerne i dettagli, vederne mutare il cielo, riconoscerne lo stesso colore anche con gli occhi di un anziano. 

Ma non è cosi, non è mai cosi: quel panorama cambia sempre, e quel cielo è sempre un po’ grigio, e non per il tempo.  

Come quando, da piccolo, suo padre gli diceva che il suono delle bombe non l’avrebbe sentito per sempre e che quella era la sua casa. Ma, anche questa, era una bugia: non si può chiamare “casa” un posto in cui non ti riconoscono, non ti riconosci. 

E allora penso sempre a quel padre che, munito di più coraggio di quanto ne avesse il suo per continuare e di meno paura di quanta ce ne voglia per dire una bugia, ha deciso di non stare fermo.

Perché le favole ai figli si raccontano solo quando si conosce il lieto fine. E cosi, ha deciso di partire.

 E io lo invidio, perché la sua vita è migliore della mia, anche se chiunque mi direbbe il contrario. 

Lo invidio perché io vivo per vivere, ma lui vive per la vita: per non restare fermo a guardare che la terra, in cui camminava e in cui cresceva, brucia. C’è da fare come hanno fatto milioni e milioni: prendere tutto, che poi è niente, e andar via. Perché qualsiasi cosa ci possa essere da migliorare, anche se piccola, bisogna avere il coraggio di migliorarla: anche quando è la vita stessa. E se ci sarà da camminare, camminerà, fino a quando non gli faranno male le gambe, la sete sarà più forte della fame e la fame più forte della sete, ma fino a quando non sarà lui stesso a volersi fermare, non si fermerà. E non lo fa per sé, ma per quello che si chiama “ uno scopo più grande”:  vuole che i suoi figli crescano in un posto da chiamare “casa”,  che non si sveglino per le bombe, che possano riconoscere in un passante un amico e non un nemico, che possano smettere di esistere e possano vivere. 

Cammina e continuerà a camminare fino a che una vita di tramonti non diventi di albe.

E non arriverà nel divano dove sei rilassato, sulla sedia in cui sei seduto, nel  letto sopra il quale sei sdraiato: non arriverà dove tu ora stai leggendo questo articolo.  Arriverà nella sua nuova vita, e avrà tutto da ricominciare.

E penserà a suo padre, che aveva camminato per lui e a lui, che ha camminato per i suoi figli; e penserà che sarebbe bello se, un giorno, suo nipote smettesse di camminare.

Perché questa non è una guerra di religione, di regimi, di popoli così come questo non è un articolo che la racconta: è una guerra di uomini, e di uomini si parla. 

Sarebbe bello se un giorno, tu COMPRENDESSI tutto questo come l’ho compreso io guardando quella foto, e non perché io, l’ho scritto qui.

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Costanza Agnello

Agnello Costanza Maria, nata in provincia di Catania il 09/04/97.
Diplomata al liceo scientifico di Scordia e ad oggi studentessa di giurisprudenza presso la facoltà di Catania.
Vivo di associazionismo, osservo la realtà e rifletto cautamente.