Un paese di musichette, mentre fuori c’è la morte

Il PD di nuovo "nella stanza dei bottoni"

5' di lettura

Se proprio si deve dire qualcosa sul nuovo governo pd-5s, è superfluo ricapitolare, spiegare ciò che i giornalisti (in piena estasi, un vero orgasmo di dirette, talk, maratone: quando ricapita più una crisi ad agosto?) hanno pornograficamente narrato per più di un mese.

E’ invece interessante un fatto minore, che getta una luce sui fatti di questi giorni: un’intervista a Massimo D’Alema sul Corriere della Sera di mercoledì 4 settembre. Le parole dell’ex leader dei ds sono infatti illuminanti per rendersi conto di cosa la Sinistra sia diventata, e di come ci siamo arrivati.

D’Alema innanzitutto rivendica che già l’anno scorso auspicava un’alleanza fra i grillini e il pd.
Una strada naturale fin dall’inizio: il 50% degli operai e degli impiegati iscritti al sindacato, un pezzo del nostro mondo, votano per il M5S“. Prosegue col dire – giustamente- che non c’è niente di “innaturale nel tentare di riannodare quel filo che, per colpa del centrosinistra, si era spezzato“. Fin qui tutto giusto. Se infatti diamo una breve occhiata ai dati delle elezioni politiche dal 1994 ad oggi ci accorgiamo di cose notevoli: i voti del centrodestra (passato per cambi di nome e personaggi) sono sempre gli stessi. Variano sempre tra i 18 e i 12 milioni (escluso il 2013: il centrodestra prese circa 9 milioni di voti ma si potrebbe spiegare l’ammanco con la discesa in campo di Monti, il cui partito raggranellò il 10%). Il centrosinistra dai (grossomodo) 13 milioni del ’94, ’96 e 2001 alla coalizione del 2006 che fruttò 19 milioni di voti, fino ai 13 milioni del 2013 rimane stabile.
Con la discesa in campo dei 5S inizia la flessione
. Questi ottengono nel 2013 8,6 milioni di voti, il pd 10 milioni. Nel 2018 i grillini fanno il botto con 10 milioni, il pd e LeU ne ottengono insieme 7 milioni e spicci. Quest’ultimo dato, da solo, basta a smontare la retorica di Renzi per
cui le elezioni il pd le avrebbe perso a causa dei dissidi interni, per “le guerre contro di me”. Il (fu) leader Massimo addirittura sembra abbozzare un’autocritica che l’attuale gruppo dirigente del pd (e di LeU) ha accuratamente evitato in questi anni di sconfitte: “la sinistra
deve ritrovare le coordinate che aveva perso, rimettersi in contatto con quel popolo che aveva smarrito. E questo vuol dire saper tenere insieme l’Europa e la giustizia sociale, un’equa ridistribuzione dello sviluppo. La sinistra non ha saputo prendersi carico, forse addirittura vedere, il disagio sociale
“.
Ma il nodo di tutto balza fuori poche righe dopo.

D’Alema è infatti convinto che questa alleanza coi 5S sia “l’occasione per ritrovare questa strada” e che oggi si apre ” un processo politico difficile“, ma doveroso.

Ecco: in queste parole c’è -persistente e tenace- lo spettro di 25 anni di errori della sinistra italiana. e D’Alema li incarna in pieno, e molti guasti,
responsabilità gravi, pesano su di lui.

Quando nell’ottobre del 1998 D’Alema scalza Prodi dalla presidenza del consiglio assistevamo ad una dinamica molto simile all’oggi. Allora (ed oggi) le motivazioni con cui si evitarono le urne furono che “nuove elezioni avrebbero impedito l’approvazione della legge finanziaria e determinato il ricorso all’esercizio provvisorio ” (sempre D’Alema). E allora come oggi “la sinistra rinuncia alla battaglia politica, alla battaglia delle idee e
alla ricerca del consenso necessario al cambiamento, ma ottiene la conquista di un’altura strategica.

Palazzo Chigi diventa un sentiero alternativo per aggirare l’ostacolo della
politica”
(il virgolettato è di Andrea Romano). Cioè: oggi, il gruppo dirigente del pd (e di LeU) è (anche) figlio suo, di D’Alema: lo stesso Renzi è arrivato al governo defenestrando Letta con modalità non molto differenti da D’Alema (i due si odiano tanto perché si somigliano?). Sono in perfetta continuità.

Certo, gli orizzonti si sono ristretti, i problemi e le mancanze della sinistra si sono incancreniti.
D’Alema doveva traghettare i post-comunisti ne nuovo secolo, trasformare il comunismo italiano in un “moderno riformismo di stampo europeo”: adesso sappiamo che ha fallito, ma i temi erano
alti, un mondo, un popolo era in fermento. Oggi la scena è più lugubre, rabberciata: ” il pd è ormai un potere di nomenklatura – l’analisi, impietosa, è di Giorgetti- senza alcun radicamento popolare, il cui unico scopo è andare al governo a qualsiasi costo”.

Il pd deve governare, perché si è venuta a formare una classe dirigente che sa fare solo questo, che, solo, sa stare nei posti di comando (senza grandi risultati), spartirsi il potere. Ne è la prova vivente Franceschini -“maestro degli accordi”, lo definisce la sempre prona Repubblica– un democristiano antico, un professionista degli accordi di potere, di manovre di palazzo.
Franceschini sarà, appunto, “capo delegazione del pd nel governo”. Il nuovo che avanza.
D’Alema non poteva che dirsi soddisfatto di questa alleanza, perché è lui stesso ad aver dato la stura alle più spinte pulsioni governiste della sinistra.
Pulsioni antiche, se già Lanaro notava -a proposito dell’ingresso al governo dei socialisti con la dc nel 1963- che “a sinistra è diffusissima la convinzione che governare sia sinonimo di riformare: sempre, comunque, ad ogni costo”.

Non è un caso allora se in questi giorni solo in pochi a sinistra si siano mostrati perplessi all’accordo coi 5S. L’Annunziata, Folli, l’anziano Macaluso. Se i primi due individuano in questo governo “il crepuscolo del pd, l’esaurirsi di un partito” (Folli), e una scelta da “fine impero” (Annunziata), Macaluso è ancora più severo. “Un partito deve tendere a governare un paese, altrimenti non è un partito. Ma se questo obiettivo diventa il tutto, e finisce come è finito in questi anni ogni rapporto con la società, diventa un errore. E questo dimostra che anche il Pd sta dentro la crisi, ammalato di governismo. È incapace di concepire se stesso fuori dal governo. Anziché guardare a cosa avveniva nella società, quali problemi maturavano nel profondo, quali rabbie, quali aspettative, ha teso ad andare al governo attraverso manovre politiche e parlamentari”. E – Cassandra inascoltata- invitava a sfidare la Lega alle urne: “non abbiate paura di combattere, ma chi l’ha detto che l’Italia sceglierà Salvini?” Un Salvini che questa estate si è dimostrato politicamente inetto, strategicamente inadeguato.

Zingaretti avrebbe potuto raccogliere la sfida, andare alle lezioni, sfidarlo nella società, tra le persone. E invece no: si va al governo, con la duplice conseguenza di alimentare la propaganda di Salvini (o di qualcuno ancora più a destra) e di segnare un altro decisivo scollamento, una disaffezione ormai cronica verso la politica. La politica ha le sue regole,
immutabili: la tanto invocata “discontinuità” non è evidentemente nelle cose. E’ più che un accordo, è un accrocchio, una tregua armata.

Il pd ha accettato Conte come premier, che per 15 mesi è stato il notaio di un patto tra i grillini e la Lega (“abbiamo lavorato insieme positivamente”). Lo stesso Di Maio – oltre a vedersi confermato ministro, e con i suoi fedelissimi ancora in ruoli di governo apicali- ripete di “non rinnegare niente di ciò che si è fatto con Salvini”. Difficile (ma possibile) che questo governo duri fino alla fine della legislatura, poco probabile che raggiunga qualche traguardo importante, che rappresenti – come afferma Zingaretti- “una svolta”, “una speranza per l’Italia”.
Nel pd è tutto un gran palare: “preoccupazione per il Paese”, “senso di responsabilità”, “urgenza di sconfiggere il Sovranismo”.
Ma c’è altro, la verità sembra che, in fondo, la sinistra non creda al popolo, che lo disprezzi, lo ritenga sempre immaturo, mai pronto ad una svolta culturale, ad una battaglia politica. La sinistra il popolo, lo odia.

La sinistra è un male, solo l’esistenza della destra rende questo male sopportabile“.

E’ un flusso di coscienza: è D’Alema, nel 2003. Sembra oggi, domani.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •  
Marcello Fisichella

Nato a Napoli nel '98, dagli anni del liceo, classico, mi sono trasferito a Catania. Frequento il primo anno di lettere moderne qui a Catania.