Nobel per la pace: da Greta Thunberg ad Abiy Ahme

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Il premio Nobel per la pace è stato istituito dal testamento di Alfred Nobel del 1895 ed è stato assegnato per la prima volta nel 1901. A differenza degli altri, quello per la pace viene assegnato in Norvegia, e non in Svezia. La cerimonia di consegna si tiene infatti ad Oslo. Il vincitore del premio viene scelto dal Comitato per il Nobel norvegese, composto da cinque persone selezionate dal Parlamento norvegese. L’annuncio della decisione viene effettuato a metà ottobre e la consegna del premio avviene presso il municipio di Oslo. È anche l’unico premio Nobel che può essere assegnato non solo a singole persone, ma anche ad intere organizzazioni. Quest’anno il dibattito su chi dovesse ricevere il tanto ambito premio è stato piuttosto acceso ed ha visto contrapporsi due figure molto note, le cui azioni hanno sicuramente contribuito ad un potenziale cambiamento e miglioramento della società globale. Andiamo subito a conoscerle.

E’ il 2018 quando una ragazzina di quindici anni decide di non andare a scuola e si piazza davanti al parlamento svedese. Ha un viso pieno di angoscia e due treccine biondo rame che le cadono morbide sulle spalle. E’ gracile, tiene lo zainetto viola accanto a sé e un cartello con su scritto Skolstrejk för klimatet” , ovvero ”sciopero della scuola per il clima”. Greta fa una semplice richiesta al governo: ridurre le emissioni di carbonio. 

La bambina non passa inosservata: ben presto si troverà catapultata sotto i riflettori e sulle televisioni di tutto il mondo. Ma perché una ragazzina di quindici anni dovrebbe marinare la scuola per andare a protestare contro i cambiamenti climatici? A differenza (evidentemente) di tanti esperti in materia, Greta vide la Svezia affrontare enormi problemi dovuti al cambiamento climatico mai verificatisi prima dell’estate scorsa. Le sue manifestazioni non terminano dopo le elezioni, bensì continuano fino a coinvolgere milioni di studenti provenienti da tutto il mondo per l’ormai noto ”Friday for future”. 

La ragazzina, ormai simbolo della lotta al cambiamento climatico, partecipa per la prima volta ad un incontro tenutosi alle Nazioni Unite, avente come oggetto i cambiamenti climatici. Il suo discorso lascia tutti impietriti di fronte a tanta amarezza nelle sue parole. Greta si vede voltate le spalle dai ”potenti” della Terra più e più volte ma, dentro migliaia di giovani, si accende la voglia di unirsi insieme per un bene comune: salvare il nostro mondo dall’autodistruzione, perché è l’unico che possediamo. I Fridays for future continuano ed i vari governi non potranno restare indifferenti ancora a lungo. 

Nel 2019, Greta, è candidata al Premio Nobel per la pace. La richiesta di candidatura è stata avanzata da Freddy André Øvstegård, membro del Parlamento della Norvegia, e da due suoi colleghi di partito. 

Questa ragazzina, diventata la paladina di moltissimi giovani e non in tutto il mondo sembra la candidata perfetta. 

Torniamo al  17 agosto 1976 a Beshasha. Da padre musulmano e madre cristiana nasce Abiy, che in aramaico significa ”rivoluzione”.  Il suo gruppo etnico, quello degli oromo, rappresenta il 32% della popolazione etiopica, ma si è sempre sentito discriminato. Sua madre invece è un’amhara, il gruppo etnico dominante. Fedele al suo nome, Abiy entra nella lotta armata, unendosi a un gruppo vicino al rivoluzionario Meles Zenawi, che è sul punto di rovesciare il regime marxista-leninista di Menghistu.
Quattro anni dopo, viene mandato in Rwanda come casco blu dell’Unamir, la forza di peacekeeping delle Nazioni Unite. A soli 19 anni tocca con mano gli effetti dell’odio etnico che ha provocato il peggior genocidio dopo l’Olocausto: il Genocidio in Rwanda, una delle pagine più nere della nostra storia. Si laurea in informatica, poi prende un master in Leadership trasformazionale e uno in Business administration e per finire un dottorato. Nel frattempo si è sposato con Zinash Tayachew. Due anni dopo lascia le forze armate con il grado di tenente colonnello e si candida alle elezioni con l’Oromo Democratic Party. Nel 2015 diventa ministro della Scienza e della tecnologia, nel 2017 capo del Segretariato del partito. Nel 2018, il premier Hailemariam Desalegn rassegna le dimissioni. 

E’ il 2 aprile 2018 quando Abiy Ahmed presta giuramento come primo ministro dell’Etiopia.
Libera migliaia di detenuti politici, revoca lo stato d’emergenza, firma con il presidente eritreo Isaias Afwerki una dichiarazione che pone fine allo stato di guerra fra i due Paesi. Riapre le frontiere con l’Eritrea, affida alla guida di una donna metà dei ministeri, nomina un ex leader dell’opposizione capo della Commissione elettorale. E’ un frenetico riformista e, soprattutto, un pacifista. Un uomo che ha combattuto sfoderando i denti contro ogni forma di discriminazione.

E’ l’11 ottobre del 2019, a Oslo. Greta e Abiy sono entrambi candidati. Abiy Ahmed ottiene il Nobel. ”E’ un premio per l’Africa”, dice. Quell’Africa rimasta sempre ai margini, quella di cui nessuno si preoccupa mai troppo. L’Africa che pian piano si sta risollevando nonostante le pressioni di tutti gli altri continenti. L’Africa in cui la vita è nata ma che è già da troppo tempo in uno stato di collasso. 

Entrambi i candidati meritavano di essere vincitori.

Occorre precisare che quella di Greta non è una sconfitta. La sua vittoria sta negli occhi dei migliaia di ragazzi che continueranno a seguirla nella sua impresa ormai iniziata da più di un anno. La vittoria di Greta arriverà quando tutti riusciranno a capire quello per cui lei e molti altri combattono.

La vittoria di Abiy rappresenta in parte una rivoluzione per l’Africa: dai margini dell’emisfero, vediamo il continente emergere sempre di più e non si potrà rimanere a guardare ancora per molto, né continuare a voltare le spalle. 

“Se vuoi andare veloce, vai da solo. Ma se vuoi andare lontano, vai insieme agli altri.”

– Abiy Ahmed Ali.

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