Baby, secondo capitolo della vita dei ragazzi dei Parioli

E' davvero una realtà così lontana come pensiamo?

3' di lettura

Approda sugli schermi, il 18 ottobre 2019, la seconda stagione di Baby, la serie Netflix che tratta delle prostitute adolescenti dei Parioli, in grado di cogliere il segno più della prima, perché ci restituisce una realtà maggiormente plausibile e spaventosa.

Ci troviamo di nuovo ad assistere alla vita delle due ragazze, Chiara e Ludo, la cui esistenza è ormai costruita sulle bugie.

Ma torniamo al 2013. «È iniziato come un gioco. No, non è un bel gioco. Sì, lo so non è normale». Così durante un interrogatorio una delle due squillo raccontava quello che succedeva in via Parioli 190, in un hotel e a casa di un cliente in piazza Fiume. 

Siamo alla fine del 2013, ad Ottobre era esploso il caso delle baby squillo dei Parioli: un giro di prostituzione minorile che vede coinvolte due ragazzine della Roma benestante, che si concedevano a uomini d’affari, i quali in alcuni casi le compensavano in cocaina. 

La storia vera che ha visto coinvolto anche Mauro Floriani, il marito di Alessandra Mussolini, è diventata lo spunto per “Baby”. La trama ricalca in parte quella della vicenda reale e giudiziaria, ma si concentra soprattutto sui drammi esistenziali e sulla doppia vita delle ragazzine annoiate dell’immaginario Liceo Collodi dei Parioli che, un po’ per noia e un po’ per amore dei soldi, decidono di iniziare a prostituirsi. Come nella storia vera, è la ricerca del denaro a spingere le due ragazze appena quindicenni (interpretate da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani) a vendere il proprio corpo.

Per Ludo (Alice Pagani) è sicuramente una necessità economica: la madre in una situazione difficile, il padre assente ed il bisogno di vivere una vita che sia di più di quella che si ha.

Per Chiara (Benedetta Porcaroli), invece, è diverso. Chiara cerca qualcosa di più, un’emozione che non riesce a provare, l’ebbrezza di lanciarsi in qualcosa di nuovo: un campo inesplorato che, per una ragazza che vive nelle sue condizioni, è difficile trovare.

Tutto, per le ragazze, comincia come un gioco. Un gioco dal quale non riescono poi più ad uscire. Ad intrecciarsi con la vita di Chiara e Ludo ci sono poi quelle dei loro amici. La serie, infatti, tocca temi molto importanti e attuali. Vediamo Damiano (Riccardo Mandolini) cercare in ogni modo di uscire dal circolo dello spaccio di droga, dopo avere sconfitto, in un’impresa che sembrava a lui irraggiungibile, la sua dipendenza. Assistiamo all’incertezza di Brando (Mirko Trovato), che comprende di essere omosessuale ma, dati gli arretrati valori della sua famiglia, non può accettarlo. Ci troviamo davanti una realtà non molto lontana dalla nostra. Una realtà con la quale potremmo dover fare i conti.

È una realtà agghiacciante, nella quale ognuno di noi, con un po’ di incoscienza, potrebbe essere catapultato.

Uno spettacolo che atterrisce, ma che chiama in causa. E nella chiamata in causa che risuona in questa serie, per intenzione degli autori o solo per il congiungersi della raffigurazione con qualcosa che conosciamo, s’intravede anche l’errore: abbiamo lasciato che una società, o buona parte di essa, legittimasse una graduatoria di valori folle e, con essa, una percezione distorta del giusto e dello sbagliato, del vincente e del perdente. Del bello e del brutto. La perenne strumentalizzazione di un corpo. Perfino un telefilm denuncia facilmente il disastro. E induce cupe riflessioni, che poi scanseremo, spegnendo lo smartphone e tornando alle impellenti missioni che ci attendono. Una denuncia alla superficialità della quale siamo in balìa, costantemente annoiati da ciò che ci circonda. Come se niente ci bastasse e cercassimo sempre di più. Rischiando di entrare in dei tunnel dai quali potremmo anche non uscire indenni.

“Per noi la vita è semplice. Vogliamo sentirci onnipotenti,divertirci e fare cazzate. E se non riusciamo a farlo alla luce del giorno, ci rifugiamo in qualcosa che è solo nostro. La cosa bella non è una vita segreta. È che non sai mai cosa ti aspetta.”

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