Revenge Porn: e se capitasse a te?

3' di lettura

-Fra, ieri mi sono portato a letto F. Era tutta ubriaca, non capiva un c****!-

-Bravo fra, fammi vedere, che figata, è proprio una t****!-

-Mandamelo! Mandamelo!-

“Me lo sono meritato – pensa F- non avrei dovuto bere, me la sono cercata”.

“Se non si fosse vestita in quel modo succinto e non avesse bevuto adesso il suo video non sarebbe sugli schermi di tutti”.

“Se l’è cercata, è stata incosciente”.

“Io non mi sarei fatta riprendere, non ci si può mai fidare di nessuno!”. 

Quante volte nella nostra vita abbiamo giustificato con queste frasi situazioni del genere? Quante volte ci è capitato di condannare una persona che, fondamentalmente, aveva l’unica colpa di essersi fidata di un’altra?

Il revenge porn, definito anche come «pornografia non consensuale» o «abuso sessuale tramite immagini», è l’atto di condivisione di immagini o video intimi di una persona senza il suo consenso, attuato sia on-line che off-line.

Quella che era intimità e condivisione, alla fine di una storia sentimentale, si può trasformare in rabbia, violenza e, in alcuni casi (peraltro in aumento), anche pubblica “gogna”.

Un fenomeno, quello del revenge porn, che non conosce latitudini e non risparmia i minori. Anzi, sono proprio loro le vittime designate per eccellenza, vista anche l’ingenuità propria dell’età.

Sono, infatti, molto spesso gli ex, lasciati e non capaci di accettare la fine della relazione, a ricattare i partner.

A volte, però, soltanto per vile denaro. Capita infatti che un membro della coppia voglia vendere il file a sfondo sessuale per guadagnarci. È il caso di Belen Rodriguez, che nel 2010 presentò una denuncia nei confronti dell’ex fidanzato: l’aveva ricattata chiedendole 500mila euro,  minacciandola, in caso di mancato pagamento, di diffondere in rete un filmato hard. Il video privato, che ritraeva una giovanissima Belen, allora 17enne, durante scene di sesso con il suo ex fidanzato argentino, finì in rete e divenne uno dei più cliccati e scaricati dal web: fu persino trovato in vendita a 20 euro sulle bancarelle a Napoli.

Un’altra vittima che ben conosciamo fu Diletta Leotta, l’icona di SKy Sport, che nel novembre del 2017 trovò in rete foto e video hard rubati dal suo cellulare. La giornalista spiegò che i filmati le erano stati sottratti dal Cloud del suo telefono.

Le vittime del Revenge Porn non sono soltanto personaggi noti, ma soprattutto gente comune. Potrebbe essere una nostra amica, nostra sorella, la nostra vicina di casa. Potrebbe capitare a te, che stai leggendo. E non è soltanto una bravata. Significa distruggere la vita di una persona, e la possibilità di fidarsi nuovamente di qualcuno. 

Per questo motivo, con 461 sì e nessun voto contrario, l’Aula della Camera ha approvato all’unanimità l’emendamento al disegno di legge sul codice rosso che istituisce il reato di Revenge Porn; vale a dire, come spiegato sopra, la pratica di condividere pubblicamente immagini fotografiche o video intimi attraverso Internet, senza il consenso della, o del, protagonista dei video. Chi mette in pratica il “revenge porn”, quindi, potrà essere accusato di molestia, violazione della privacy, diffamazione. Ma anche di istigazione al suicidio, qualora dalla pubblicazione dei video o delle immagini dovessero derivare atti tragici.

E da Luglio 2019 la difesa per le vittime di Revenge Porn è finalmente legge.

Viviamo nell’era della superficialità, dove tutto può essere preso alla leggera e “una risata non guasta mai”. Bisogna pensare, però, quanto costi quella risata ad una persona. 

Ricordate quel video dove una ragazza parlava in modo sensuale al suo ragazzo in un momento di intimità? Come ben sapete, quella ragazza si chiamava Tiziana. Si suicida a Napoli a trentuno anni, il 13 settembre del 2016.

Altre esperienze del genere accadono ogni giorno. Ricordate quegli audio che abbiamo inoltrato a tutti i nostri amici? Ci ridiamo su, che sarà mai? 

Molte di queste storie nascono come scherzo. Nonostante ciò, nulla ci dice che non possano prendere una svolta tragica.

A volte, per distruggere una persona, non è sufficiente la condotta individuale dell’artefice del danno, ma un atto di superficialità collettivo può cambiare il corso delle cose. Abbiamo assistito alla morte di molte vittime di Revenge Porn, e abbiamo continuato a riversare il nostro odio immotivato su di loro anche dopo la morte. 

Fermiamoci a pensare, ogni tanto. Perché il male non nasce dall’intenzione di farlo, ma dalla superficialità di “non farci troppo caso”, di non pensare alle conseguenze. Perché, a volte, il male è banale, e corriamo sempre il rischio di inciampare e cadere nel baratro dell’incoscienza, rischiando di distruggere una persona per il semplice gusto di omologarci.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •