Alla ricerca del cambiamento: riflessioni sull’evoluzione della forma

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Cento anni prima del celebre Charles Darwin, G.Buffon aveva cominciato a contestare le teorie dei grandi filosofi greci secondo le quali le forme, “morfè”, di animali e vegetali rimanevano fisse nella loro funzione; lo scienziato affermava, al contrario, che, se si tiene conto di una forma più evoluta, migliorata, la precedente versione scompare.

Dopo Buffon anche lo scienziato francese Lamarck disse la sua circa il cambiamento negli esseri viventi: l’evoluzione protende alla perfezione e alla complessità (Ehy Lamarck, per la complessità non avrei nulla da contestare, ma in questo momento della nostra vita ti sembriamo perfetti?). Inoltre, i caratteri, cioè determinati aspetti fisici, si manifestano secondo il principio dell’uso e del disuso.

Lamarck con l’esempio del collo delle giraffe che “si adatta” all’altezza degli alberi, “allungandosi” per permettere il raggiungimento delle foglie più tenere, dimostra come l’ambiente abbia un ruolo determinante nell’affermazione di alcuni caratteri (ebbene sì, prima delle giraffe “a collo lungo” esistevano giraffe “a collo corto”). 

Charles Darwin condivide con lo studioso francese Lamarck la teoria secondo la quale l’ambiente espleta un ruolo chiave nell’affermazione di specifiche caratteristiche sugli individui di una popolazione. Per Darwin l’ambiente passa a setaccio determinati cambiamenti, agendo direttamente sulla forma manifesta degli esseri umani, il cosiddetto fenotipo, ed indirettamente sul genotipo, il codice genetico.

Quindi le differenze, che per Darwin corrispondo alla mutazione dei geni, sono ereditabili?

Cosa abbiamo in eredità nel nostro codice genetico che ci rende diversi l’uno dall’altro?

Sembra quasi un paradosso, ai nostri giorni, l’apprezzamento e la celebrazione della diversità, dal momento che – e Lamarck mi voglia scusare per questo uso improprio del termine– la continua ricerca della “perfezione” porta i nostri fenotipi a manifestare caratteristiche esteriori sempre più uniformate, al punto tale che verrebbe da pensare che “l’ambiente” non abbia agito nel più corretto dei modi. Come si può parlare di evoluzione, evoluzione sociale se nella nostra idea di perfezione rimaniamo ancorati a teorie fissiste di secoli fa?

Aristotele credeva nella gerarchizzazione, in una vera e propria scala di classificazione delle specie viventi : “Scala Naturae” e lo ringraziamo per aver cominciato ad iniziare con la tassonomia eppure oggi sappiamo bene che gerarchicamente parlando non esistono limiti, confini netti, giacchè nell’ambiente animali, piante ed umani rappresentano un unico bioma.

A maggior ragione tra la specie umana  “homo Sapiens” ,che senso avrebbe costruire delle scale tra una popolazione ed un’altra, se noi tutti umani condividiamo il 99 percento del genoma? L’1 percento è quello che ci differenzia, e forse dovremmo sfruttare questa occasione biologica per pensare meno alla perfezione.

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Erina Nicolosi

Classe 1998, dopo la maturità classica presso il liceo C. Marchesi di Mascalucia, si iscrive alla facoltà di Scienze biologiche di Catania. E' iscritta all'Istituto Musicale V.Bellini di Catania. Adora la musica i libri e le belle parole