Da volontariato a impresa rischiosa: la storia di Silvia Romano

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Ad un anno dalla scomparsa, ancora solo uno straziante silenzio, e tante incertezze. Silvia Romano, attivista milanese di 24 anni, scomparsa durante una missione umanitaria in Kenya, non è ancora tornata a casa. Il 20 Novembre 2018, mentre la ragazza si trovava a Chakama, in Kenya, per proseguire la propria attività di volontariato con la onlus “Africa Milele”, è stata rapita da un gruppo armato composto da otto persone che, dopo aver fatto irruzione nel suo ufficio, sparando indistintamente contro i presenti, hanno picchiato e legato la ragazza e l’hanno portata in una zona boschiva. 

Comincia quindi una spietata caccia all’uomo da parte della polizia kenyota, che tenta di risalire ai rapitori arrestando tutti coloro che in qualche modo potessero avere dei contatti con questi. Il 26 Novembre le forze armate affermano di essere sulle tracce di Silvia e due giorni dopo di aver accerchiato la banda. Purtroppo però, con il passare dei giorni, la ragazza non viene ritrovata e la vicenda sembra non avere soluzione fin quando, da un vertice tra le autorità giudiziarie italiane e kenyote, viene diffusa la notizia che Silvia è ancora viva, confermata poi dalle confessioni di due ragazzi, arrestati in quanto effettivi operatori del rapimento. Il 26 Dicembre 2018 si scopre dunque che la ragazza è viva ed è stata ceduta ad un’altra banda di jihadisti che l’hanno trasferita in Somalia;da quel momento in poi, nulla. Nessuna notizia né dalle autorità kenyote né da quelle italiane, nessuna dichiarazione, nulla che potesse infondere alcun tipo di speranza sul ritrovamento di Silvia. 

All’improvviso, lo scorso Settembre, “Il Giornale” decide di rompere il silenzio e rivela delle informazioni che però vengono presto smentite dagli inquirenti. L’unica cosa che si viene a sapere è una conferma, e cioè la conferma del fatto che la ragazza è viva e si trova in Somalia. Cinque dei rapitori sono ancora ricercati, mentre tre sono stati arrestati, il terzo a seguito di una sua confessione spontanea. Le indagini proseguono, ma ancora non si è giunti a nessuna conclusione. La vicenda di Silvia sembra essere stata dimenticata e vengono a galla solo nuove incertezze: “perché attaccare una giovane ragazza che voleva solo fare del bene?”, “ci sono state altre comunicazioni da parte dei rapitori?”, “la nuova banda somala, cosa sta chiedendo?”. 

Ancora niente di certo, solo una lunghissima attesa e un gran bisogno di risposte che, si spera, arrivino il prima possibile. Come Silvia, tantissimi altri ragazzi rischiano la vita nell’intento di salvare quella di qualcun altro, e non vengono sufficientemente protetti. Bisognerebbe aprire lo sguardo verso questo tipo di fenomeno che, se attenzionato maggiormente, permetterebbe a tutti coloro che sono spinti a fare ciò da un forte sentimento di solidarietà, di essere al sicuro e poter portare a termine la propria missione.

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