Essere donne in Turchia è davvero possibile?

Quando il velo non copre il volto, ma la verità

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Al grido “fine delle impunità” delle duemila manifestanti nella città di Istanbul, in occasione della giornata internazionale contro la violenza di genere indetta dall’Onu, il governo risponde con gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Ci si trova, per l’ennesima volta, difronte ad un popolo che chiede giustizia per la condanna di crimini che cagionano ogni anno centinaia e centinaia di morti, e al quale lo Stato guarda con indifferenza. Ne è prova il fatto che nel corso del 2016 una media di 358 donne al giorno si è rivolta agli ufficiali di polizia dopo aver subito violenze, dinanzi alle quali il Governo ha deciso di non intervenire, rimanendo conseguentemente inerme nei riguardi delle 397 donne uccise durante lo stesso anno e le 413 dell’anno precedente. Circoscrivendo il caso alla sola Turchia, è bene ricordare che il numero di donne uccise per mano di un uomo dal 2012 al 2018, secondo quanto riportato dall’Ong “We’ll stop femicide”, è cresciuto esponenzialmente del 75%, raggiungendo nel 2018 la cifra di 440 vittime in confronto alle 210 del 2012, e che nel corrente 2019 si è già arrivati a 347 morti.

Ma la legge da che parte sta?

Per quanto concerne l’aspetto legale, sulla carta, l’articolo 10 della costituzione turca vieta qualsiasi discriminazione di genere, statale o privata, con un impegno formale e sostanziale da parte dello Stato, richiamando anche l’art. 42 che pone l’uguaglianza dei coniugi in ambito familiare e la parità dei diritti sui beni acquistati durante il matrimonio. Ancora, si dispone che l’età minima per il matrimonio sia di 18 anni e che in caso di matrimonio forzato le donne abbiano il diritto di chiederne l’annullamento nel corso dei primi 5 anni. Nel 2005, a seguito di una revisione del codice penale, è stato introdotto il crimine di “stupro coniugale” e sono state intensificate le pene per i condannati per il delitto d’onore, eliminando la possibilità, a differenza del passato, che queste venissero alleviate in caso di “provocazione”. 

E nella pratica?

I dati precedentemente citati dimostrano come le leggi di cui sopra non trovino una corrispondenza nella pratica. In linea generale, distinguiamo 5 situazioni comuni in cui le donne trovano la morte: violenza domestica, violenza causata dalla scelta dell’abbigliamento, stupro, delitto d’onore e traffico di esseri umani.

Per quanto concerne la violenza domestica, nel 2018 più del 25% delle donne turche ha dichiarato di aver contratto matrimonio prima dell’età prevista dalla legge; nel 2017, il 37% delle donne ha dichiarato di aver subito violenza fisica o sessuale o entrambe in ambito domestico. La soluzione adottata dalla polizia turca è stata quella di far riconciliare le donne con i mariti, anziché proteggerle.

Il 29 Luglio 2017 centinaia di donne hanno marciato tra le vie della capitale per protestare contro la violenza e l’aggressività che sono costrette a subire dagli uomini, i quali pretendono che vestano abiti tradizionali. Le manifestanti hanno dichiarato che nel corso degli ultimi anni si è registrato un aumento significativo del numero di attacchi verbali e fisici contro le donne per la loro scelta del codice di abbigliamento.

Lo stupro, stando ai risultati di uno studio universitario del 2013, è ritenuto giustificato dal 33% degli agenti di polizia, mentre il 66% dei poliziotti suggerisce che il comportamento e l’apparenza fisica delle donne provochino gli uomini alla violenza. Nel 2016 era stata avanzata, e successivamente respinta, una proposta di legge che avrebbe escluso lo stupro nei confronti di un minore dalla categoria dei reati, se a questo fosse seguito il matrimonio. 

Oggi è quasi impossibile fare un calcolo delle donne vittime di questo tipo di violenza, perché risulta essere ancora un tabù all’interno della società turca e i media, il più delle volte, preferiscono tacere.

Inoltre, risulta essere ancora nella giurisdizione turca il delitto d’onore, che legittimerebbe i casi di omicidio con la salvaguardia  della reputazione soggettiva di chi li commette, in relazione a determinati ambiti come quello dei rapporti sessuali o matrimoniali. Ogni anno, nel mondo, si contano circa 13mila vittime. 

L’ultima delle categorie in analisi è quella del traffico di esseri umani. Ogni anno, migliaia di donne vengono letteralmente vendute al mercato del sesso gestito dalla mafia internazionale. 

E noi? 

Nel 2011 è stata redatta ad Istanbul la convenzione del consiglio d’Europa, dedicata alla prevenzione e alla lotta contro la violenza nei confronti delle donne, cui hanno aderito 5 Stati (Turchia, Albania, Portogallo, Montenegro, Italia). 

Campagne di sensibilizzazione, eventi nazionali e internazionali, circolazione delle notizie sono elementi fondamentali nella lotta di ogni giorno, ma non sono sufficienti a smantellare l’impostazione patriarcale e maschilista che domina ancora oggi la nostra quotidianità, se si limitano alla loro applicazione teorica. Bisogna educare uomini e donne ad un’uguaglianza che non sia solo formale e ad una diversità, come quella di genere, che sia libera di manifestarsi nella sua bellezza.

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.