“Di ciò che posso essere io per me, non solo non potete sapere nulla voi, ma neppure io stesso”

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Lo scorso 10 dicembre è ricorso l’anniversario di morte di uno dei drammaturghi più noti e chiacchierati del primo Novecento.

Luigi Pirandello ha fatto parlare di sé fin dagli esordi: ancorato prima ad un modello verista, ben presto naufraga verso il suo personale lido (o forse, più correttamente, “nido”) che non abbandonerà fino alla morte.

Ma perché questo scrittore affascina ancora così tanto? È indubitabilmente vero che l’argomento delle “maschere” attira inevitabilmente il lettore a scoprire cosa possa esserci dietro quel velo che tutti indossano; ma a ben pensarci, Pirandello non fa altro che riportare a galla un tema che è sempre stato latente nelle opere e drammaturgie precedenti. Cosa cambia allora questa volta?

Per capirlo, basta analizzare “La carriola”, una delle novelle tratte da “Novelle per un anno”:

la sinossi è semplice e si impernia tutta attorno alla figura del protagonista, un avvocato ben affermato oberato dagli impegni lavorativi. Non ha un attimo per pensare a sé, e forse non gli interessa farlo, finché un giorno, in uno dei rari momenti di stallo di cui può godere, si rende conto di non riconoscersi più, di aver trasformato la sua vita in un’opera diversa da quella che aveva sognato. Questa consapevolezza lo investe come un secchio d’acqua gelida, la sua crisi di identità lo porta infatti ad inveire contro la famiglia, come se loro potessero essere la panacea al suo dolore.

L’uomo, forse per riscoprire se stesso, compie un atto del tutto insolito: prende per le zampe posteriori la cagnetta, per farle fare la “carriola”. Ben presto, notando lo sguardo terrorizzato della vittima dei suoi giochi, desiste, ripiombando nella sconsolazione di non poter essere qualcuno di diverso da quello che è.

La grandezza dello scrittore risiede tutta qui: in modo semplice è riuscito a dipingere ciò che l’uomo esattamente è… una maschera? No – o almeno, non solo – un vigliacco.

Un piccolo particolare può aiutare a motivare questa risposta; è vero che l’avvocato cerca di riscoprire se stesso tramite l’espediente della carriola, ma lo fa solo una volta, accertatosi che nessuno potesse vederlo. Sorge spontaneo chiedersi perché egli abbia bisogno di nascondere questa parte di sé al mondo, a chi lo conosce, a chi può giudicarlo. Sta tutto lì il problema, nel giudizio, nella paura di essere sottoposti alla gogna di chi non è poi così diverso.

Eccola di nuovo la magnificenza di Pirandello: lo scrittore non si preoccupa di mascherare lo squallore di ciò che narra, non lascia tanto spazio ad un anelito di speranza che qualcosa possa cambiare; semplicemente, descrive e accetta l’uomo per quello che è.

Un uomo che in realtà sguazza nella bellezza di non sapere chi è, si crogiola nell’incertezza; rifugge dalla propria identità forse per diletto o probabilmente per paura di scoprire di essere qualcuno di troppo diverso, sbagliato.

Eccola la contemporaneità di Pirandello. A più di settant’anni dalla sua scomparsa, nulla è cambiato, ci si continua a ricamare maschere addosso, finendo per scordare di averle indossate e lasciandole impigliate nell’anima.

In barba alla filosofia parmenidea, quindi, l’uomo è “uno, nessuno e centomila!”.

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Andreamaria Santoro

Nata a Catania il 29/12/1998.
Diplomata al Liceo Classico “Gorgia” di Lentini.
Studentessa della facoltà di Giurisprudenza presso L’Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura greca e giapponese.
Anima gattopardiana.