Un divario senza fine: sarà il 2020 a segnare il cambiamento?

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“Le difficoltà del Mezzogiorno sono ancora coriacee, riescono in maniera tuttora notevole ad opporsi al nuovo, lo insidiano, lo circuiscono, lo stemperano, lo assorbono. Un grave pericolo per il Mezzogiorno è quello di smarrire la propria identità culturale. Il rischio, appunto, è che, per effetto della “rivoluzione comoda“, il Sud, sradicato dal suo “humus” contadino, che in passato produsse valori umanistici ragguardevoli ed energie sia pure solitarie ma vigorose, perda la sua originalità. Man mano che il mondo contadino scade d’importanza e di peso, i ceti medi e la classe operaia, soprattutto nelle grandi città, vanno uniformandosi agli standard culturali che vengono dalle grandi centrali del Nord. La scarsezza di quadri culturali, anche per la eterna fuga dei giovani, porta al pericolo d’una massificazione. Come una bottiglia vuota, il Mezzogiorno rischia di riempirsi di un liquido che non è il suo, di sapore coloniale”. 

Così parlava Vittore Fiore, giornalista e scrittore italiano, nel 1972, in merito ad uno dei problemi che, dal momento della sua unità, investe lo scenario italiano: il divario socio-economico tra nord e sud.

Il 13 Settembre dello stesso anno, il professore universitario Pasquale Saraceno, scrivendo per il quotidiano “Il Corriere della Sera”, avanzò l’ipotesi secondo cui l’anno 2020 sarebbe stato decisivo per il conseguimento di un’unità nazionale, e non solo sul piano formale. Trascorsi pochi giorni dall’inizio di questo nuovo anno, possiamo dargli ragione o torto? 

Sulla base del rapporto Svimez 2019, il Sud sarebbe ancora“lo spettro della recessione”, per via della lenta crescita annuale del PIL rispetto al resto d’Italia e all’UE, del ristagno dei consumi, del calo della spesa pubblica, del gap occupazionale con il centro-nord, del deficit di infrastrutture sociali, e a causa dei flussi migratori verso l’estero sempre più affluenti. 

Il Sud sembra non aver ancora superato i livelli pre crisi, con una crescita del PIL dell’appena +0,6% nel 2018, dell’1% nel 2017 e di meno di zero nel più recente 2019. Nel decennio 2008-2018 la contrazione dei consumi meridionali risulta pari al -8,6% a confronto con la crescita dell’+1,4% del Centro-Nord. Gli investimenti delle imprese in macchinari e attrezzature sono diminuiti a dismisura: nel corso del decennio sopracitato si è assistito ad un calo del -27,6%, con una lieve, ma quasi insignificante, ripresa nell’ultimo triennio. Sul piano occupazionale, il Meridione ha visto complessivamente nell’ultimo biennio 107 mila unità in meno di occupati; cifra da brivido, a paragone con le 48 mila unità in più del resto d’Italia. Si conta, dunque, un gap occupazionale di 2 milioni 914 mila persone nel corso dell’anno 2018. Per quanto concerne i flussi migratori, tra il 2002 e il 2017 sono stati registrate oltre 2 milioni di persone emigrate al nord Italia o all’estero, di cui 132.187 mila solo nell’ultimo anno, sintomo di una crisi sociale che non è destinata a risolversi. 

Sul piano socio-assistenziale il divario diventa macroscopicamente più ampio, soprattutto nei servizi riservati agli anziani; infatti, per ogni 10.000 utenti anziani con più di 65 

anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord; 42 al Centro; appena 18 nel Mezzogiorno. Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia scolastica, testimoni del fatto che ragguardevoli carenze strutturali del sistema scolastico meridionale, insieme all’assenza di politiche di supporto alle fasce più deboli della popolazione, hanno determinato dal 2016, per la prima volta nella storia repubblicana, un 

peggioramento dei dati sull’abbandono scolastico, che ha registrato, nello stesso anno, un tasso di dispersione al 18% solo al Meridione. 

Sulla base dei dati registrati fino ad oggi, sembra impossibile porre rimedio, in un futuro prossimo, alla storica “questione meridionale”, i cui problemi in ambito risolutorio sono sempre derivati da un approccio indiretto e disinteressato avente come unico scopo quello di mettere a tacere le masse in rivolta. Così esordiscono Edmondo Capocelatro e Antonio Carlo, nel loro libro “La questione meridionale – Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia” nel controverso 1972: “Le cause del sottosviluppo del Sud e della Sicilia che, al momento dell’Unità, non era inferiore al Nord sono da individuare nell’azione dello Stato unitario dominato dalla borghesia settentrionale, attraverso il soffocamento della nascente industria meridionale, la legge sul corso forzoso e il protezionismo che si concluse con la definitiva subordinazione e la integrazione dell’economia meridionale nello sviluppo capitalistico del triangolo industriale del nuovo stato unitario”.

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.