Prescrizione: luci e ombre del sistema giudiziario italiano

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Di recente, il dibattito sulla prescrizione in materia penale ha acceso le aule del Parlamento.

Due fazioni si oppongono nell’interpretazione di quella che dovrebbe configurarsi come un’innovazione del sistema giudiziario italiano: da un lato, chi sostiene che una riforma di questo tipo risolverebbe i problemi legati al “principio di economia” che sottende la persecuzione di reati lontani nel tempo; dall’altro, chi denuncia l’inammissibile rischio di violazione dei diritti fondamentali di chi sarebbe costretto ad attendere tempi troppo lunghi prima di pervenire ad un giudizio definitivo. Per comprendere a pieno le preoccupazioni di entrambe le parti, è necessario chiarire l’oggetto del dibattito.

Cos’è la prescrizione?

Ad oggi, con il termine “prescrizione” si fa riferimento, in materia penale, ad un istituto giuridico che “estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge” (art.157 c.p.), intendendo con “pena edittale”  il tempo di reclusione cui si può essere condannati a seconda del reato commesso. La prescrizione non agisce per i reati per cui è prevista la pena dell’ergastolo, e non avrà in ogni caso un decorso temporale inferiore a 6 anni per i delitti e a 4 per le contravvenzioni. Il tempo, il cui calcolo non è inficiato, in linea di massima, da eventuali circostanze attenuanti o aggravanti, inizia a decorrere, per l’ordinamento italiano, dal momento in cui si assume che sia stato commesso il fatto di reato. Uno degli interessi in gioco è che si eviti la commissione di abusi da parte del sistema giudiziario, per il caso in cui un processo abbia una durata eccessiva. La prescrizione non corrisponde ad una piena assoluzione, -seppur i suoi effetti siano uguali-, poiché nella sentenza il Giudice riconosce la colpevolezza dell’imputato ma non lo condanna; e ciò per il suddetto principio di economia del sistema giudiziario italiano, in cui l’istituto trova la sua ratio. Tale principio attiene all’affievolirsi dell’interesse da parte dello Stato nella persecuzione di reati lontani nel tempo, per via dell’incongruenza che si avrebbe con il carattere rieducativo della pena. È prevista, in ogni caso, la possibilità per l’imputato di rinunciare alla prescrizione del reato e di continuare il processo per dare prova della propria innocenza.

Cosa prevede la riforma?

Il “Lodo Conte bis” vorrebbe, a differenza dell’attuale istituto, un trattamento diverso in materia di prescrizione per coloro che sono stati assolti e coloro che, al contrario, sono stati condannati, proponendo che per i primi il tempo previsto dall’istituto continui a decorrere, e per i secondi che questo venga sospeso. L’arresto definitivo della prescrizione scatterà solo in presenza di una doppia condanna; solo se, dunque, il giudice d’Appello confermerà la sentenza del giudice di primo grado. Da questo momento in poi, la prescrizione non decorrerà più e non potrà più essere recuperata. Per chi invece viene condannato in primo grado e assolto in sede d’Appello, il periodo di prescrizione che sarebbe maturato viene “restituito”, come se non fosse stata applicata la sospensione dopo la prima condanna. A seguito di numerosi scontri politici, si è deciso che questo progetto confluisca in un disegno di legge.

Pro o contro?

Da un lato, si sostiene che  un accertamento a distanza di tempo renda le prove inaffidabili e finisca per pregiudicare una persona diversa da quella legata al fatto e che la prescrizione sia, dunque, uno strumento per decongestionare il carico giudiziario. Dall’altro, si reputa che l’estinzione per prescrizione rappresenti una sconfitta dello Stato e colpisca in modo irragionevole la vittima del reato che dovrà, trattandosi di un danneggiato, riattivare il circuito civile per ottenere il risarcimento e le restituzioni. Allo stato attuale delle cose, se dovesse diventare legge, il Lodo Conte bis produrrebbe tra i 12.000 e i 14.000 soggetti assolti che dovranno recuperare il periodo di prescrizione bloccato dopo la sentenza di condanna di primo grado (numero che corrisponde ai soggetti che nel 2017 e 2018 si sono visti ribaltare il verdetto di condanna del primo grado in una assoluzione in sede d’ Appello).

Siamo dunque di fronte ad una riforma che porterebbe luce nel sistema giudiziario italiano, o lo renderebbe ancora più oscuro?

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.