Brexit: a che prezzo?

3' di lettura

Mi chiamo Francesca e sono una delle 3.2 milioni di persone aggrappate ad un’e-mail ricevuta dal governo inglese come prova di diritto di rimanere in quella che ora chiamano la loro casa. Ho ventidue anni e, da ormai quattro, vivo nel Nord dell’Inghilterra nella città di Manchester, dove studio all’università. L’Inghilterra che conosco e che ho imparato ad amare è una realtà che vive di diversità, letteralmente. Manchester è talvolta soprannominata la “città delle lingue”, è il luogo in cui si parlano 200 lingue ogni giorno, i cui abitanti si mescolano per formare un insieme urbano di colori, suoni, sapori, culture, abitudini diverse ma complementari. 

L’Inghilterra che conosco ed ho imparato ad amare è solo una piccola parte del complesso sistema di cui mi sono ritrovata a far parte. Dal referendum, la nazione si è catapultata in un vortice di dubbi, incertezze, slogan populisti ed elezioni vinte più per stanchezza che per convinzione al suono di “GET BREXIT DONE”, senza poi davvero conoscere il prezzo né le conseguenze di tale decisione.

Oggi cominciano a vedersi i risultati dell’operato del nuovo governo dei Tories, che, in seguito alle recenti elezioni, detiene ormai la maggioranza parlamentare, consentendo al governo di ottenere facile approvazione delle proprie proposte di legge. Una di queste è la nuova legge sull’immigrazione pubblicata mercoledì 18 Febbraio e basata sull’ Australian visa points-based system ovvero su un sistema di pieno controllo delle frontiere, in cui gli unici ad ottenere diritto di risiedere e lavorare nel Regno Unito saranno gli “skilled and professional workers”, professionisti specializzati con prova di competenze linguistiche sufficienti, sponsorship e contratto di lavoro in mano. Secondo il nuovo sistema, il futuro impiego dovrà inoltre rientrare nella categoria di ruoli considerati confacenti ad un livello di competenze appropriate o “appropriate skill level”, whatever that means. Queste tre clausole- livello linguistico, contratto e categoria di lavoro- costituiranno 50 dei 70 punti necessari per inviare la propria candidatura al fine di ottenere il visto e sono i tre essenziali criteri senza i quali non si può essere considerati potenziali candidati.

Le restanti clausole lasciano persone come me, aspiranti professionisti del settore culturale creativo incredule to say the least. I restanti punti verranno, infatti, assegnati a seconda del titolo di studio e del salario del potenziale futuro posto di lavoro. Il titolo di studio scelto dal governo è niente poco di meno di un dottorato in una disciplina affine al settore in cui il candidato verrà inserito. La nuova riforma pone una distinzione tra i dottorati conseguiti nelle discipline STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica) e i restanti dottorati: questi ultimi del valore dimezzato di 10 punti rispetto ai primi del valore di 20. Seconda la riforma il salario minimo dovrà inoltre essere nella fascia tra i £20 K e i £23 K , senza che però questo criterio conferisca alcun punto. Saranno infatti i salari maggiori di £23 K e £25 a dare al candidato la possibilità di ottenere altri 10 o 20 punti. L’ultima clausola conferisce 20 punti a coloro i quali lavoreranno in un settore che necessita di forza di lavoro.

Tale riforma è secondo il maggiore partito d’opposizione- nonchè secondo le maggiori testate giornalistiche- un potenziale disastro per l’economia nazionale, ma tali affermazioni non sembrano intaccare l’agenda del governo il quale, determinato a “fare il volere del popolo”, afferma che il mercato così come i datori di lavoro dovranno abituarsi alle nuove clausole. Ed ecco che persone come me, i 3.2 milioni di cittadini europei che risiedono già nel Regno Unito e che hanno ottenuto un’e-mail dal governo confermando loro il diritto di restare e lavorare, opereranno secondo quest’ultimo come “cuscinetto” consentendo un periodo di transizione per i mercati.

Questo significa mettera da parte la mia storia e la storia di più di tre milioni di immigrati che hanno fatto del Regno Unito la loro casa e che si trovano oggi inseriti in un tessuto sociale che mette in discussione il valore del proprio ruolo e delle proprie competenze, che temono per i propri connazionali i quali aspirano ad ottenere quello che loro hanno voluto ed ottenuto e che si ritrovano a dover fare i conti con un sistema ingiusto se non inconcludente. 

 A rendere la pillola se possibile ancora più amara sono le recenti statistiche pubblicate dal Migration Observatory dell’Università di Oxford: secondo tali ricerche, l’immigrazione non è più tra le maggiori preoccupazioni dei Brexiteers, i quali sembrano aver cambiato idea sulla propria posizione. Le statistiche provano infatti che, ad oggi, un numero maggiore di leavers (+10%) si trova favorevole ad un incremento del tasso di immigrazione di cittadini EU.

La domanda sorge spontanea: in nome di chi o di cosa affronteremo le potenziali disastrose conseguenze di una nuova politica che non sembra far l’interesse nemmeno dei propri elettori?

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •