Patrick Zaky e il destino di chi fa sentire la propria voce

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35 persone, una latrina e una finestra di piccole dimensioni: questa la cella in cui Patrick Zaky è stato rinchiuso in attesa dell’udienza del 15 febbraio, posticipata poi al 22. Patrick Zaky, 27 anni, è un attivista egiziano, studente dell’università di Bologna, che si batte da anni, sfruttando ogni mezzo di diffusione mediatica e non solo, per una tanto agognata gender equality, facendo capo ai principi di uguaglianza sostanziale e rispetto della dignità umana e dell’identità personale riconosciuti come inviolabili dalle democrazie contemporanee. 

Nel dicembre 2019 è stato emesso, dallo Stato egiziano, un mandato d’arresto per il giovane attivista; tra i primi di febbraio 2020 Zaky viene fermato all’aeroporto internazionale del Cairo, con l’accusa di  “diffondere false notizie sui social media, spingere le persone a protestare contro le istituzioni e a sollevarsi contro le stesse in modo da danneggiare la sicurezza nazionale, fare propaganda per i gruppi terroristici e ricorrere alla violenza”, secondo quanto rilasciato da Thabit, responsabile dell’”Egyptian Commission for rights and freedoms”. Dopo il fermo, Zaki è stato trasferito in un carcere a Mansoura, sua città natale, dove si afferma sia stato sottoposto a torture, minacce e severi interrogatori, di cui non si ha notizia certa, ma di cui è possibile presumere facilmente la veridicità sulla base dell’attuale clima di repressione vigente, oggi, in Egitto.

Che aria si respira in Egitto?

L’attuale regime è opera di Al-Sisi, presidente dal 2014, elezioni dalle quali uscì vittorioso a seguito del colpo di stato realizzato mesi prima con lo scopo di destituire il presidente Morsi. L’autoritario governo egiziano, caratterizzato da forme sostanziali di “culto della personalità”, assistette ad una stabilizzazione del potere centrale, anche grazie al forte appoggio della classe militare. Fortemente criticata è la politica di repressione violenta, messa in atto dalle forze dell’ordine, di qualsiasi manifestazione popolare di dissenso, con conseguente sottoposizione a torture e condanna a morte di interi gruppi di dissidenti. La magistratura egiziana si caratterizza per la sua osservanza scrupolosa dei valori presidenziali e nasconde, dietro al pretesto della lotta al terrorismo, l’usanza di avviare pesanti azioni giudiziarie contro chi si oppone all’attuale sistema di governo, opponendo alla sua brutalità e disumanità valori democratici ed egualitari. Un ambiente sociale in cui ad affermarsi in modo ab-solutus, nel significato latino del termine (“sciolto da ogni legame”), è il governo della classe dirigente, e non il pensiero, all’inverso di come dovrebbe essere, che si trova costantemente sottoposto a manipolazione e controllo dalle parti alte.

Parlateci di… Zaky

Patrick Zaky ha dichiarato la sua innocenza nel corso della prima udienza, ottenendo dal governo egiziano, in risposta alla sua non colpevolezza, un prolungamento del periodo di reclusione cui era stato già condannato senza essere stato ancora sottoposto a processo.

Il caso Zaky ha suscitato naturale indignazione da parte dei Paesi Occidentali, che non hanno, però, messo ancora in atto manovre di “salvataggio”. L’associazione Amnesty International si è preoccupata di organizzare una raccolta firme, con lo scopo di diffondere la notizia e suscitare riprovazione nei riguardi dell’accaduto. 

Le piazze italiane si mobilitano per il rilascio di Patrick: da Bologna a Milano, da Padova a Pescara e Palermo; le Sardine hanno lanciato un appello al Presidente della Repubblica con cui hanno avanzato la richiesta di riconoscere la cittadinanza italiana a Patrick Zaky, dati gli studi intrapresi presso l’Università di Bologna.

La posta in gioco è alta: ad essere calpestati sono i diritti inviolabili di uno studente attivista che, da anni, si impegna affinché anche in Egitto si raggiunga il riconoscimento di quei valori che, prima di essere democratici e costituzionali, sono propri dell’essere umano; di uno studente che lotta affinché trovino applicazione determinati principi fondamentali, e ciò persino in un Egitto governato, oggi, da un sistema dispotico e autoritario che calpesta la dignità umana di chi osa contrastarlo.

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.