Il mistero della mente

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Questo racconto è stato scritto nella primavera del 2008 per una consegna scolastica e pubblicato sull’ultimo numero di quell’anno del giornalino d’istituto. E’ liberamente ispirato dai thriller psicologici di David Lynch


È una tranquilla mattina di luglio. Mi alzo e mi vesto.

Mi chiamo Chris Brown, ho 29 anni, abito a New York, Manhattan e sono un fotografo. Finalmente posso concedermi una vacanza, dopo un anno di intenso lavoro: non sono mai stato per più di un mese nello stesso posto.

I bagagli sono pronti già da due giorni, ma impegni imprevisti mi hanno costretto a rimandare il momento della partenza.

Ma oggi niente e nessuno può fermarmi, neanche una chiamata ufficiale dal “Times” per un servizio fotografico.

Ripongo le ultime cose che mi potrebbero essere utili durante il mio soggiorno di un mese nella mia casa di West Palm Beach, in Florida.

Come ultima cosa prendo l’oggetto più importante che possiedo, la mia macchina fotografica, una Canon EOS 1DS Mark III da cui non mi separo mai. La ripongo nella sua custodia, me la metto in spalla e mi avvio verso la porta.

I miei passi decisi risuonano nell’insolito silenzio della casa e della 44th Avenue, sempre trafficata e rumorosa nelle ore mattutine. In questi giorni, però, la strada è piuttosto solitaria. Quasi tutti hanno abbandonato il posto di lavoro, sono sfuggiti al tran tran quotidiano.

Solo io sono ancora lì. Con questo pensiero decido che devo partire subito; prima lo faccio, prima mi allontano da questa vita stressante, prima starò meglio.

Ad un tratto il suono del citofono interrompe bruscamente i miei pensieri. Mi volto, non voglio neanche pensare chi sia. Non aspetto nessuno. Forse è il signor Roberts, il portinaio, che mi avverte che la mia auto è pronta, già fuori dal garage.

Con un sospiro vado a rispondere.

Nello schermo del videocitofono non appare nessuno, ma dall’audio-trasmettitore mi giunge una voce sconosciuta, a dir poco insolita, dal suono metallico, come se fosse registrata: «Brian Gibbs è morto».

«Cosa? Chi è?» chiedo, confuso. Dall’altro lato, nessuna risposta.

Sulle prime penso che si tratti di uno scherzo. Il signor Roberts saprà dirmelo.

Una volta al piano terra, noto che stranamente egli non è presente né presso gli ascensori, né alla guardiola dove siede abitualmente, vuota come la hall.

Sarà andato in ferie senza aspettare il suo sostituto penso, raggiungendo il garage, dove mi attende la mia bella BMW, pronta a portarmi a centinaia di chilometri da qui.

Prendo subito la direzione Sud-Est su Brooklyn Bridge. Imposto il navigatore satellitare su “Manhattan Island-West Palm Beach” e mi appare il percorso nei minimi dettagli: 1216 miglia da percorrere in circa 20 ore.

Prendo lo svincolo per la I-278 W in direzione New Jersey.

Sto attraversando Cadman Plaza, quando improvvisamente dallo specchietto retrovisore vedo una Mercedes nera, lucidissima, molto bella, ma un po’ troppo vicina. Sta cercando di superarmi, e poco prima di passare mi rimane affiancata per qualche secondo, come se, al di là dei vetri scuri, che noto solo ora, qualcuno mi stesse osservando.

Faccio appena caso a questo episodio; il fruscio del vento intorno al parabrezza della mia auto cabriolet mi spettina i capelli neri e mi fa dimenticare tutti i problemi. Inondato dalla luce bianca del sole, in contrasto con i contorni scuri dell’asfalto, provo una sensazione di inebriante serenità e dalla radio “Time is Running Out” dei Muse fa da contorno a questa felicità.

Sono giovane, fortunato e sto andando in vacanza.

Alcune ore dopo mi accingo ad avvicinarmi alle Rocky Mountains, avendo superato Richmond, quando decido di fare una sosta. Lungo la Highway 95 scorgo l’insegna fluorescente di un motel; entro nel posteggio affollato. È sera. Sono nel North Carolina e sono le otto.

Nel motel sorge una sala da ballo dove si riuniscono i giovani della comunità circostante. Dall’interno del locale provengono note di musica country suonata dal vivo.

Poco prima di entrare vedo posteggiata una Mercedes nera lucida, con i vetri scuri. Mi dirigo verso il banco facendomi largo fra la gente che riempie il locale. Ordino al barista, un uomo grosso e muscoloso, rasato, con le braccia tatuate da biker e la barba incolta, una birra, e mi volto sorseggiandola.

Ad un certo punto mi sento osservato; mi guardo intorno in cerca dello sguardo di qualche bella ragazza, ma vedo un uomo che, fissandomi, si dirige verso di me.

Mi giro indietro, pensando che sicuramente stia andando da qualcuno a me vicino. Ma capisco subito che non è così.

Improvvisamente il frastuono, la musica, le voci e ogni rumore attorno a me, viene ovattato, come se qualcuno avesse abbassato il volume di tutto. Sento solo la voce calma dell’uomo che si ferma di fronte a me, sorridendomi. Capelli rasati, scuri; maglia nera a dolcevita sotto un completo dello stesso colore; labbra stranamente rosse, come dipinte; pelle bianca, occhi neri e spiritati. Mi apostrofa:

«Buonasera Mr. Brown».

Un po’ inquietato da questa presenza, rispondo:

«Ci conosciamo?».

«Sì», mi risponde lui.

«Io non credo».

«A casa tua, non ti ricordi?», mi incalza.

Proprio non ricordo di aver mai visto quest’uomo, ma forse la sua voce… Sono spiazzato.

«A casa mia? Sei sicuro?».

«Naturalmente. Sono lì proprio adesso».

«Dove?».

«Nella tua casa, a Manhattan».

Comincio a preoccuparmi.

«Tu sei pazzo!».

Continuando a sorridere, l’uomo estrae un videotelefono e, porgendomelo, dice:

«Chiamami».

Io lo prendo e, senza riflettere, compongo il numero di casa mia, a Manhattan. Sullo schermo appare l’identico volto che ho di fronte, trionfante: «Ti avevo detto che ero qui».

Un brivido mi corre lungo la schiena.

«Chi diavolo sei?».

L’essere prorompe in una risata folle, con gli occhi spiritati ridotti a fessure. La sua voce risuona nel ricevitore del telefono, ma proviene anche dall’uomo che è qui ora, davanti a me. Chiudo la telefonata ed esclamo:

«Sei un pazzo esaurito! Che cosa vuoi da me?!».

Lui, abbandonando il suo sorriso, mi intima:

«Ridammi il  mio telefono. Buonasera Mr. Brown».

Lo prende dalla mia mano tremante per poi voltarsi e andarsene, risucchiato dalla folla. La musica ritorna alle mie orecchie fragorosa, come le voci degli avventori che mi stanno attorno. Nessuno sembra aver notato la scena.

A questo punto, oltre alla voglia di rimanere in quel posto, mi è passata la fame e la sete, così decido di continuare il viaggio e di trovarmi un’altra sistemazione.

Entro in macchina e il ricordo della Mercedes che mi affiancava mi ritorna alla mente, assieme al dubbio che, quella ancora parcheggiata poco lontano da me, sia la stessa che mi ha superato a Cadman Plaza e che possa appartenere a quel tipo strano.

Estraggo velocemente la macchina fotografica, monto il teleobiettivo, fotografo l’auto con in vista il numero di targa. Poi ripongo l’apparecchio e, con il respiro affannoso, rimetto in moto e parto.

Il viaggio continua agitato e disturbato da apparizioni del volto di quell’uomo demoniaco dappertutto, fino alla cittadina di West Palm Beach. Nei cartelloni pubblicitari e nelle persone in strada, ma mai in quella Mercedes. Infatti non l’ho più vista da nessuna parte. Meglio così. Non so spiegarmi se esiste davvero o se è semplicemente frutto della mia immaginazione.

Quando anche in una bionda nell’auto a fianco alla mia, al semaforo, compare quel volto demoniaco e beffardo, opto per la seconda opzione: non esiste alcuna persona come quella. È tutto nella mia mente. Probabilmente è stata la stanchezza per le tante ore di viaggio. Così decido di non pensarci più.

Arrivo alla mia casa nel residence “Lakeworth”. Le villette a schiera hanno un piccolo giardino davanti e una piscina dietro. Tra una casa e l’altra c’è una siepe.

Posteggio l’auto nel vialetto di fronte alla mia casa. Sono appena sceso e, mentre apro il bagagliaio, rimango impietrito alla vista di una Mercedes nera, lucidissima, molto bella, ma spaventosa. Ha uno sportello aperto.

Una voce poco lontano mi fa sobbalzare «Ehilà, salve!». Mi volto di scatto. Un uomo viene verso di me. È buio e, per quanto riesco a vedere, ha i capelli chiari, è magro, di media altezza e indossa una giacca elegante.

Con fare amichevole, mi tende la mano. «Sono il nuovo vicino. Piacere, Brian Gibbs»

Raggelo.

«Si sente bene?» aggiunge, preoccupato.

«Io…oh…sì…Ehm, sono Chris Brown». Esitante, gli stringo la mano.

«Beh, ora vado a finire di svuotare l’auto. Arrivederci!» mi congeda.

«Arrivederci».

Entro subito in casa, mentre questo nome continua a risuonare nitido nella mia testa, pronunciato da quella voce fredda attraverso il citofono…

Mi viene il pensiero di confrontare la targa dell’auto nera con quella che ho visto in precedenza e con mani tremanti prendo la macchina fotografica e apro l’ultimo scatto.

Ho un colpo al cuore: la Mercedes è sparita! Nella foto c’è solo il parcheggio del motel con le altre auto. Non può essere, penso.

In preda al panico, apro la finestra per controllare giù in strada e scorgo il veicolo ancora fermo all’estremità sinistra del vialetto.

Sto impazzendo. Ora basta.

Ho decisamente bisogno di riposo; mi verso un bicchiere di rum che tracanno in una sorsata sola e raggiungo il letto, lasciando che la mia mente sprofondi in un sofferente torpore.

Mi sveglio di soprassalto in preda all’ennesimo incubo. La luce mi colpisce il viso, penetrando tra le tende della finestra. Da fuori provengono tante voci e rumori.

A un tratto suona il campanello.

Vado a rispondere, stordito. Sull’uscio una coppia di agenti di polizia.

«Salve, polizia di Palm Beach, dobbiamo farle qualche domanda».

Apro la porta.

«Era in casa ieri notte?» chiede il più basso dei due, scrutandomi con aria sospettosa mentre il collega lancia occhiate lungo il soggiorno.

«Sì, sono arrivato ieri» rispondo, con un brutto presentimento. «Perché, cosa è successo?»

«È stato trovato un cadavere a faccia in giù nella piscina della casa accanto a questa. Si sospetta l’omicidio. L’uomo è stato identificato come il signor Brian Gibbs».

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Aurora Vannella

Studentessa di Scienze e Lingue per la Comunicazione all'Università di Catania. Appassionata di scrittura, cinema, musica, teatro e impegnata in diversi progetti in questi ambiti e nel Social Media Management.