IL SEGRETO DEL MAELSTRÖM

Il presente racconto si è classificato quarto nella IV° edizione del “Premio Nazionale di Poesia e Narrativa Carla Boero” (2008)

6' di lettura

La Brianna era salpata da Liverpool per trasportare birra nelle colonie indiane. Era un cargo di modeste dimensioni, governato da un equipaggio di mezzadri disperati.
“Vorrei non dover essere qui” confessò a se stesso il capitano Andrew Xeron, segaligno e dalla faccia vissuta, chiuso in un logoro tabarro. Ma aveva un lavoro da svolgere e non avrebbe mai disonorato la sua patria, né la regina Vittoria (Dio l’avrebbe sempre benedetta!).

Si lasciò sfuggire un sospiro malinconico e dal parapetto su cui stava ritto incrociò lo sguardo di Buck, il timoniere, che si aprì in un sorriso sdentato.
“Capitano, questa nafe è una fera belleffa!”
Andrew si limitò ad incoraggiarlo con un cenno del capo.

Presto la notte si fece mortalmente buia sotto le grandi nubi grigie. Il freddo cominciò a diventare insopportabile e il mare prese a incresparsi in modo preoccupante.
“Ammainare le vele!” ruggì Andrew cercando di sovrastare il frastuono delle onde: “Tutti alle vele!”

Una violenta raffica fece ondeggiare il cargo su un fianco.
“Mare grosso, burrasca di vento da nord e da ovest!” fece rapporto il nostromo impaurito.
La tempesta scoppiò in breve: gli alberi caddero schiantati come segati da un colpo secco e quello di maestra si portò con sé il marinaio che gli si era legato per salvarsi. Tutto il mare fu sferzato da una furia incontenibile, da una velocità mostruosa e da un impeto folle.
“Il Maelström!” urlò un mozzo puntando l’indice tremante verso il mare. Scosso e provato, Andrew aguzzò lo sguardo: l’acqua aveva preso a mulinare in giganteschi e innumerevoli vortici.
“Siamo perduti!” singhiozzò qualcuno cadendo a terra in ginocchio: “Perduti!”
Il timone si staccò e Andrew vide il corpo di Buck precipitare nel gorgo.
“Buck!”
Con un boato assordante la nave si spezzò in due e fu inghiottita dal Maelström.
Andrew sentì il suo corpo inerte venire trascinato dai gorghi, poi più nulla.

Il respirò ritornò insieme alla vista.
Spalancò gli occhi di colpo, tossendo, singhiozzando, e vide le punte di tre lance dorate puntate dritte al cuore. Urlò, e le immagini dei suoi compagni terrorizzati e della nave che colava a picco gli balenarono nella mente come fulmini. Dove… dove si trovava? Era stato adagiato su qualcosa di morbido… un letto… ma…
Tentò di muoversi ma le lance gli si avvicinarono ancora di più. Terrorizzato, Andrew vide tre uomini in armatura dorata con sguardi imperscrutabili. Fu scosso da una fitta al cuore.
Buck… il suo caro amico Buck… il suo equipaggio…
Ci fu un rumore e un uomo imponente con una corona d’oro e un abito di seta chiara raggiunse i tre soldati.
“Asteia, sa nù mi sur”.
“Nepa” risposero gli uomini con un cenno del capo, e si allontanarono.
Andrew si accorse che al fianco del vecchio era comparsa una ragazza.
“State meglio?” chiese l’uomo quasi bruscamente.
“Io… non lo so” rispose lui ansante. Notò che molte ferite gli erano state medicate. “I miei compagni…” sussurrò con voce tremante. “Avete visto i miei compagni? Erano con me quando la nave…”
“Non ci sono stati altri naufraghi” mormorò il suo visitatore ancora più cupo: “Soltanto voi”.
“No!” urlò subito Andrew con tutto il fiato che gli era rimasto: “No, non può essere! Buck! Buck! Sono il capitano Andrew! Buck! Joe! Dov’è l’equipaggio? Buck!”
Nello strazio tentava di alzarsi e guardava l’uomo con disperazione, gli occhi che bruciavano così forte da appannargli la vista.
“Sono ancora in mare, posso salvarli, costruirò una zattera e…”
“È inutile, capitano” lo interruppe brusco il vecchio. “I vostri compagni si sono già imbarcati su una grande nave, la più grande che ci sia. Li ha accolti a bordo il miglior capitano che abbia mai solcato i mari. Essi non conosceranno mai più la fame, né il freddo, né la paura”.
Andrew fu scosso da convulsioni e tremiti e ricadde sul letto, annientato.
“Prendete” lo esortò il misterioso uomo porgendogli una tazza fumante: “È un infuso d’erbe… vi farà bene…”
“Dove mi trovo?” rantolò Andrew.
“Dove non dovreste essere” rispose l’altro in maniera criptica. “Ad Atlantide”.
“Ad Atlantide!?”

Andrew si mise seduto con fatica, soffocando ogni pensiero e ogni dolore. Atlantide… era… ma cosa…? Una storia per bambini, solo questo… Stava dormendo… o meglio ancora, era morto insieme ai suoi uomini… Sì, doveva essere così!
Tutto a un tratto gli venne una gran voglia di ridere, ma riuscì a controllarsi.

“È uno scherzo” chiese speranzoso: “Vero?”
“È la realtà” ribatté il vecchio: “E voi ci siete dentro. Tuttavia, so cosa vi ha condotto qui: il Maelström. È curioso, perché io l’ho evocato per tenere gli uomini lontani dal mio regno mentre voi lo avete raggiunto vivo, e non siete il primo”.
Il tono del re diceva chiaramente: “se non foste malato e ferito vi avrei già condannato a morte”. “Toglierò il disturbo appena possibile” si affrettò a rispondere Andrew.

“Certo che toglierete il disturbo” sottolineò l’altro. “Per il momento non siete in grado di far nulla, ridotto in questo modo. Lei è Cleito, mia figlia” aggiunse accennando alla ragazza: “Vi assisterà ogni volta che avrete bisogno di qualcosa”.
Andrew osservò finalmente la fanciulla: era più giovane di lui, con la pelle bianca e grandi occhi verdi. Indossava una lunga tunica viola e non poteva avere più di venticinque anni.

Con impaccio, vide che gli sorrideva.
E così il leggendario Maelström era il varco per raggiungere Atlantide, l’unico ingresso per arrivare in quel luogo da sogno… se lo raggiungevi vivo.
Come gli spiegò tre giorni dopo Cleito, Atlantide era stato sempre un regno pacifico finché, un giorno, un’accademica del Mondo di Sopra non era riuscito a raggiungerlo per assoggettarlo. Preso il nome di Trianda e sobillato gran parte del popolo contro il suo re, era stata infine sconfitta e trasformata nella decorazione di un vaso di ceramica.
“Da allora gli abitanti della Superficie sono stati sempre tenuti lontani dal regno, col Maelström” concluse Cleito. “Mio padre li chiama Zoto Zakro, «i fratelli che si uccidono», per la loro indole predisposta al litigio e all’avidità”.
“E tu credi che siano tutti così?” chiese lui guardandola incerto.
Lei esitò. “No” mormorò ricambiando lo sguardo: “Non credo”.
Quando ormai fu certo delle intenzioni di Andrew il re Gades o, come suonava nella lingua atlantica, Gadeirus, permise al capitano di indossare abiti pregiati, di partecipare ai ricchi pasti del palazzo e di muoversi liberamente per il regno.
Da parte sua Andrew cercava di dare il suo contributo, aiutando gli operai a estrarre i metalli e a procurarsi il legname. Spesso si recava invece al palazzo su invito di Cleito, dove intavolava con lei piacevoli e mai noiose conversazioni.

Nel giardino della reggia erano collocate le statue dei Dieci Re di Atlantide, dei quali Cleito tentava bonariamente di fargliene imparare i nomi: Atlos, dal cui nome derivava quello del regno, Azes, suo fratello, e poi Talo, User, Ami, Zeo, Thera, Keos, Keftin e Arem.
Alla fine, però, Andrew finiva sempre e solo col storpiarli, facendo ridere Cleito fino alle lacrime.

Un pomeriggio, quando ormai era quasi trascorso un mese dal naufragio della Brianna e le sue ferite accennavano a guarire, Andrew scoprì una piccola capanna, il cui unico inquilino era un uomo anziano dalla lunga barba bianca.
“Ah, sì, lo avevo immaginato… Capitano Xeron” sussurrò questi osservando con attenzione una coppa d’ottone. “Il tuo futuro è più che sorprendente”.

“Sei un indovino?” chiese Andrew turbato.
“Mi chiamo Palea Kameni” annuì lo stregone. “Mmm…sì… niente famiglia, niente legami! Il mare è tutto per te, vero? È molto curioso a sentirsi ma… la tua vita sembra legata incredibilmente a due grandi perle verdi”.
“Due grandi perle verdi?” ripeté il giovane incredulo. “Dove si trovano? Come posso trovarle?” “Ah, questo non so dirtelo, ma tu mi sembri abbastanza capace da trovare la giusta strada”.
“Puoi scommetterci” replicò lui sulla difensiva.
“Le due perle più belle e più vive, Andrew… Sarai felice solo se saprai scegliere…”
Quella sera Andrew disse addio ad Atlantide. La sua mente non era mai stata così lucida e una grande avidità si rifletteva qualche volta negli strani luccichii dei suoi occhi.
Il re gli fornì un’imbarcazione nuova, un brigantino che prendeva il nome di Actaea, e Andrew si preparò a far ritorno in mare.
“Portami con te” lo supplicò Cleito prendendolo in disparte: “So difendermi. Parlo molte lingue. Non ho paura. E so badare a me stessa”.
“Non ne dubito, ma mi dispiace, piccola, non posso”.
Cleito lo fissò risentita, poi lo spinse via e si allontanò senza nemmeno salutarlo.
Ritornare a navigare fu una delle sensazioni più strane che Andrew avesse mai provato. Con grande tenacia setacciò a dovere ogni isola vicina, ma di perle e diamanti neanche l’ombra.
Approdò in un atollo sperduto, spostandosi sotto il sole cocente, finché non si ritrovò a terra, gemente e assetato. La solitudine lo schiacciò come una mano spietata e capì il suo sbaglio, capì di essersi spinto lì solo per la propria avidità… Capì di essere diventato spaventosamente simile a Trianda…
Cleito…

Solo ora che le era lontano capiva quanto per lui fosse davvero importante… quanto gli mancasse… ed era stanco, immensamente stanco. Voleva abbandonarsi e dormire ma non poteva perché qualcosa lo spingeva sempre più avanti, un piede dopo l’altro, un respiro dopo l’altro.
La sete lo rodeva in silenzio.

Trascinandosi a carponi, si ritrovò con le ginocchia a schiacciare qualcosa: ossa. Uno cadavere in decomposizione col teschio sdentato, un sacchetto di pelle alla cintura e un vecchio abito da marinaio indosso. L’abito di Buck.
Riconoscendolo Andrew rise rauco, perché lui era sopravvissuto e l’amico no, e sfilò subito il sacchetto dalla cintura del morto. Forse le perle che cercava erano lì, forse erano sempre state sotto il suo naso, ma il sacchetto conteneva solo numerose monete d’oro.

Perle o no, era ricco comunque… finché, con un impeto che non gli veniva dalla mente ma dall’animo, gettò lontano quell’orrenda tentazione, disperdendo le monete ovunque e guardandole affondare nella sabbia.
Soffocò a fatica un urlo che si tramutò in un pianto disperato e solo l’istinto di sopravvivenza lo costrinse a ritrovare la via per la nave, deciso com’era a non morire.

L’indovino si era sbagliato… Quel vecchio lo aveva ingannato…
Mentre spiegava le vele dell’Actaea fu improvvisamente preso dalla tentazione di ritornare ad Atlantide, solo per rivedere Cleito un’ultima volta, riabbracciarla, stringerla forte e dirle veramente quanto gli fosse cara, quanto ormai gli fosse ardua la vita senza di lei…
Non si erano neppure detti addio…
Ad un tratto, vide una figura dibattersi tra le onde: Cleito.
“Andrew, aiutami, sto affogando!”
Senza riflettere sul come o sul perché, Andrew si tuffò in acqua e trasse la ragazza in salvo.
“Perché l’hai fatto?” le chiese ansante facendola salire sulla nave: “Potevi morire!”
“Devi portarmi con te” gli intimò lei con un tono che stavolta non ammetteva repliche: “Sempre”. Lui le accarezzò i capelli bagnati, scosso, e all’improvviso tutto gli fu chiaro.
“Cleito” mormorò sollevandole il viso: “I tuoi occhi…”
“Sì?”
“I tuoi occhi sono le perle che cercavo!” esclamò baciandola sulla fronte e poi stringendola forte a sé: “Belli, grandi e verdi… Oh, tesoro!”
Insieme, Andrew e Cleito fecero ritorno ad Atlantide, dove rimasero e misero su una famiglia.
E la vita fu vita per sempre.

GIUSEPPE NICOLOSI

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