Le tre monete

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Giulio Arezzi non si era mai preoccupato tanto per qualcosa. Neanche per tutte le bambole perse da sua figlia che tanto l’avevano fatta soffrire. A questa collezione ci lavorava da troppo tempo. Collezionava monete da quando aveva undici anni. Aveva ormai una raccolta immensa. Parlavamo di centinaia, anzi, migliaia di monete meticolosamente conservate all’interno del suo studio; il suo punto di riferimento di una vita, la sua ancora di salvezza. E adesso aveva perduto la sua punta di diamante, le tre monete più importanti. Senza queste, la collezione valeva poco, nulla. La sua amata figlia era entrata di soppiatto nel suo studio per cercare tesori con cui giocare. Mossa da chissà quale forza, prese proprio quelle tre monete e giocando, giocando finirono sul davanzale. E poi una cosa tira l’altra, e quando Giulio chiuse la finestra con un botto, non si accorse del tintinnio delle monete che cadevano giù dal quinto piano. Volavano veloci , luccicanti, sembravano piccole stelle cadenti. Quando Giulio se ne accorse si disperò a lungo, ma era troppo tardi. Affisse manifesti per la città, sperò nell’aiuto degli altri e aspettò.

Una moneta romana rotolò lungo tutta una via. Sembrava che nessuno facesse caso a quella monetina che di tanto in tanto urtava i piedi delle persone e ripartiva velocemente. D’improvviso, si bloccò all’incrocio di una strada. E così come se fosse stata una marionetta manovrata da fili, Filippo Ruzzati inciampò e cadde con la faccia a terra.  La mascella indolenzita e il senso di stordimento che ebbe in un primo momento gli impedirono di mettere a fuoco immediatamente la luccicante moneta di fronte a lui. Quasi con gesto meccanico, la prese senza pensarci e la lasciò scivolare nella sua tasca. Si alzò e si accorse che gli colava del sangue dal naso. Innervosito, tenne la testa alta e fu allora che vide i manifesti. Sentiva la moneta fredda dentro la sua tasca. Pensò ai debiti; pensò ai litigi in famiglia; pensò ai soldi che non bastavano mai. Si chiese quanto valesse. Pensò di rivenderla ad un amico fidato che sapeva essere parte di certi giri. Decise di tenere la moneta per sé.

Una moneta francese dell’800 si destreggiò in una via affollata fino a cadere con un piccolo tonfo in un tombino. Lì sotto, in mezzo alla melma della città, ci lavorava Giovanni Linti, tutto preso a fare battute sconce ai suoi colleghi. La moneta gli cadde proprio ad un palmo di naso. I colleghi ironizzarono molto sulla sua fortuna, mentre uno lo fissò in rigoroso silenzio. Un certo Massimo Foti. Silenzioso e sempre efficiente, ma da tutti soprannominato come “strambo”. Si intendeva di numismatica, ma nessuno lo sapeva, perché lui di sé non aveva mai parlato. A Giovanni la moneta fu strappata dalle mani. Il collega, subito dopo avergliela sottratta, scomparve. Giovanni non seppe mai la storia che c’era dietro.

Un doblone spagnolo sfrecciò così velocemente da attraversare il parco. Passò cespugli, alberi, siepi e si fermò davanti ad una panchina. Edoardo Giacomini, un anziano sull’ottantina, mezzo cieco da un occhio, stava dando da mangiare a dei piccioni. La moneta gli urtò una scarpa. Nonostante la sua vista, con l’occhio buono la trovò subito. Fu un grande appassionato di numismatica e quando vide il doblone, riconobbe immediatamente il suo valore e il suo significato. La afferrò frettolosamente e corse via. Sentiva la moneta emanare una sorta di calore tra le sue mani. Attraversò svelto il parco, seppur con il suo passo claudicante. La moneta quasi bruciava contro la sua pelle. Appena uscito dal labirinto di siepi e alberi, trovò il manifesto. Con passo ancora più frettoloso si diresse verso l’indirizzo segnato. 

Non avrebbe tenuto la moneta.

Il vecchio Edoardo bussò alla porta del disperato Giulio. Giulio era nervoso, inquieto. Quando il vecchio se lo trovò davanti, non disse nulla. Gli porse solo la moneta. Giulio si illuminò. Invano chiese al vecchio informazioni su dove l’avesse trovata; invano cercò di offrirgli una lauta ricompensa. Il vecchio se ne andò così come era venuto: in silenzio. Giulio, estasiato, ritornò allo studio con la moneta in mano. La poggiò accanto ad altre due. La moneta dell’800 e la moneta romana: proprio quelle che aveva perduto. A lungo si era interrogato su chi gliele avesse riportate. Le trovò in una scatola davanti alla sua porta, con un biglietto:

“A chi non aveva fatto la scelta giusta, ho dato una piccola spinta io. Credo che sia doveroso invogliare gli uomini a perseverare nelle proprie collezioni. Le monete è di vitale importanza che rimangano insieme; le tenga unite a tutti i costi. Il fine, signor Giulio, giustifica i mezzi”.

Giulio non scoprì mai chi riportò le monete. Giulio non si accorse mai delle macchie di sangue nella scatola. Non seppe mai degli omicidi di Filippo Ruzzati e Massimo Foti, e che furono loro a ritrovare per primi le due monete. Per tutta la vita, proseguì nella propria collezione, non sapendo che magari la sua raccolta, la sua stessa vita, non erano altro che un mezzo destinato ad un fine più grande. 

Qualcosa che sarebbe rimasto estraneo anche a tutti noi.

Simona Nodini

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