COVID-19, OMS dichiara: “Non sposatevi!”

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Ci sono cose nella vita per cui spesso c’è una spiegazione, un motivo, o una morale finale; altre cose invece capitano e basta.

Mio nonno Angelo mi diceva sempre “puoi comandare sul mondo quanto vuoi, ma a sai na cosa? Alla fine iddu cumanna!”

Mio nonno  non era andato oltre la terza media, ma quel giorno se ne uscì con una frase che avrebbe spopolato su Instagram. Mio nonno non conosceva Instagram, e neanche io: avevo sette anni. Solo qualche mese fa ho capito cosa intendesse.

Chi avrebbe mai potuto pensare, per esempio, che quel lunedì di fine ottobre Jian Chen, chimico da poco assunto nel laboratorio più grande della città di Wuhan (Cina), litigasse con la moglie?

Lei pretendeva che chiunque entrasse in casa dovesse prima levarsi le scarpe. Jian era già in ritardo per il lavoro quella mattina, e indossò le sue scarpe appena sceso dal letto. Arrivato in cucina la moglie gettò in aria il telecomando, e prese ad urlare:

«Per adesso vai. Se stasera alle 8 non sei qui da me, è finita!».

Un fatto del tutto trascurabile, nell’ordine delle cose, se non fosse che erano già passate le venti, e Jian aveva appena finito gli ultimi test su un nuovo vaccino. Ci lavorava da oltre nove mesi. Il tempo scorreva inesorabile sulla lavagnetta della camera di decontaminazione. Dieci minuti, poi nove. Agitava il polso per controllare l’orario, le lancette erano troppo veloci. Cinquanta secondi… Ma Jian non ce la fece, la pressione era troppa. Venti secondi prima della fine del conto alla rovescia, abbandonò la camera di decontaminazione, e corse dalla moglie.

Il virus ben presto dilagò nella città, poi in tutta la Cina. Dopo meno di due mesi si contavano oltre ottanta mila contagiati e tremila morti, e la cosa peggiore è che alla fine, quella sera, Jian fu scaricato dalla moglie, e il giorno dopo fu licenziato.

A Catania intanto, io e Alice eravamo appena andati a vivere insieme, col progetto di sposarci a fine anno.

La mattina lei lavorava come insegnante di sostegno in una scuola di periferia, il pomeriggio io iniziavo il mio turno al bar verso le 4. Ci vedevamo poco, ma non vedevamo l’ora di farlo, come se durante tutta la giornata non chiedessimo altro.

Almeno una volta a settimana uscivamo a bere, e almeno tre volte a settimana facevamo l’amore; impacciati e curiosi come due tredicenni. Insieme diventavamo cretini come due bambini che non sapevano ancora come funzionasse il mondo.

Nel frattempo in Cina l’emergenza aveva costretto il governo a costruire in meno di dieci giorni oltre dieci ospedali da campo, oltre 50 milioni di persone in quarantena: un intero paese bloccato!

Ad inizio anno i giornali italiani annunciavano “Cancellati voli da e per la Cina”, mentre il nostro presidente del consiglio dichiarava: “La Cina è uno dei più grandi paesi del mondo, se non il più grande. Siamo certi che il virus non avrà modo di diffondersi”.

Per qualche settimana i negozi cinesi in Italia furono deserti, uomini e donne asiatici insultati e picchiati in tutto il pianeta. La Cina divenne il nemico pubblico numero uno, la quintessenza del male. “Se lo meritano, sono sporchi dentro proprio” diceva qualcuno al bar. Ma, come diceva mio nonno Angelo, non possiamo comandare per sempre questo mondo.

Era la sera del 24 febbraio. Marco Gallo, 24 anni, studente di Agraria a Milano, si annoiava. Marco aveva appena dato l’ultimo esame prima della tesi, la ragazza l’aveva mollato da qualche settimana, e i suoi colleghi erano troppo pigri per uscire. Iniziò un vecchio film di fantascienza in cui l’essere umano era costretto a lasciare la terra e cercava di colonizzare un altro pianeta. A metà film non aveva capito molto, e decise di aprire Tinder: il mondo a volte agisce in modi misteriosi.

Dopo meno di un’ora chattava già con Pao, una ragazza Erasmus venuta qui dalla Cina per uno studio sulle lingue romanze.

Io e Alice intanto facevamo l’amore, eravamo riusciti a prenderci lo stesso giorno libero e non facevamo che mangiare e venire da ore. Alice stava fumando una sigaretta con la schiena poggiata contro la testiera del letto. Ogni volta che ispirava le sue piccole tette rotonde salivano e scendevano. Io ero sdraiato con la testa sulle sue gambe ancora calde.

«Sai che non mi è ancora passato il mal di testa?», feci io.

«Davvero? È proprio un brutto mal di testa, vieni qui!». Quella notte dormimmo nudi, con le porte aperte e il posacenere sul mio comodino.

Luca intanto era seduto sul divano di Pao. Aspettava che lei uscisse dal bagno. Era un po’ imbarazzato, così prese a fare avanti e indietro per il salotto. Adocchiò qualche CD, poi passò il dito sulle copertine dei libri sulla mensola sopra la tv. Quando lei uscì in canottiera e pigiama,  e con due birre ghiacciate in mano, aveva i capezzoli turgidi che puntavano dritti ai suoi occhi.

Dopo qualche birra Pao l’aveva invitato a salire. Lui era già brillo, mentre lei sembrava una macchina fatta per l’alcool.

Quella notte rimasero insieme fino alle tre. Quando si salutarono, Luca sentì che non l’avrebbe rivista mai più, ma era convinto che quella ragazza, un po’ timida a prima vista, gli avesse lasciato qualcosa. Solo che non aveva idea che quel qualcosa fosse il Coronavirus.

In meno di una settimana i contagi in Italia superarono quota 2000, decine i morti, ma giù in Sicilia, a parte un calo nel settore turistico, le persone continuavano ad uscire, a bere; la gente continuava a lavorare, e la vita procedeva in una stato di normalità sospesa. La paura aveva preso il posto dell’odio verso i cinesi. Adesso eravamo noi il male, noi quelli da picchiare, quelli da incolpare. A Milano e in molte altre città del nord la situazione era invece surreale. Il Duomo sembrava un gigante silenzioso che si era ripreso il suo posto, ergendosi solitario in una piazza deserta. Venezia appariva in quei giorni come un vecchio borgo medievale dimenticato dal mondo, mentre al Colosseo, sparuti gruppi di turisti mangiavano una piadina al volo, sorseggiavano un po’ d’acqua, e indossavano una mascherina nuova.

«Ma tu stai scherzando?».

«No, completamente!».

Io ed Alice eravamo in cucina. Stavo preparando un panino per il lavoro. Erano le 12 e non era andata a scuola quella mattina.

«Non hai capito? Io non esco là fuori!» continuò, prima ancora che potessi pensare di rispondere.

«Amore ma…».

«Ho preso cinque giorni di malattia per influenza, domani resti a casa anche tu!», sentenziò.

Alice era sempre stata un po’ ipocondriaca. Lo sapeva nascondere bene di solito, ma in queste situazioni non c’era modo di farla ragionare.

«Amore, ma Fabio ha bisogno al locale, è sabato oggi!» dissi, mentre avvolgevo il panino nella stagnola.

Alice scattò in piedi, prese un cuscino dal divano, e andò in bagno. Il copri water era rotto, e mentre facevi la cacca ti picchiettava sempre la testa facendoti perdere la concentrazione.

«Così stiamo anche più comodi!», aveva detto qualche sera prima. Quella volta avevamo fumato qualche canna dopo mesi, e sapevo che avremmo dimenticato quella stronzata il giorno dopo, ma da quel giorno Alice non andava in bagno senza il suo cuscino rosso con una macchia marrone al centro. Dice che c’è sempre stata.

Passarono così due settimane. Alice si svegliava prima delle otto ogni mattina, ed iniziava la sua maratona di notiziari fino alle 21 circa. Quando tornavo la trovavo raggomitolata tra i cuscini del divano ad inveire contro la TV.

«Il carcere ci vuole! Il carcere!», strillò una mattina lanciando il telecomando contro la parete. Le pile schizzarono per tutto il salone. Era domenica e la sera prima in molte città italiane migliaia di ragazzi era in giro per locali e discoteche come se nulla fosse.

In quei giorni la casa era pulita come non lo era mai stata. Dopo pranzo Alice staccava la tv per un’ora o due, e disinfettava le superfici di tutte le stanze – compresi i balconi – con quasi mezza bottiglia di Amuchina. La sera l’odore era così forte che iniziai ad usare la mascherina, ma solo quando tornavo a casa.

«Quanto sei esagerato!», fece la prima sera che mi vide entrare con una vecchia mascherina che avevo usato anni prima mentre aiutavo Flavio a tingere le pareti del locale.

«Ma come fai? Qui non si respira!», feci io.

«Stai facendo un film! Pensi a metterti la mascherina a casa, e continui a servire gente che non conosci senza un cazzo! Stai esagerando, calmati!», sbottò lei.

Nel frattempo notai che il bonsai sul mobiletto vicino il bagno aveva perso tutte le sue foglie; il tronco era diventato secco e con profonde cicatrici, ma io stavo esagerando…

Continuavamo a fare l’amore almeno tre volte a settimana, ma una mattina, mentre le stringevo i fianchi e le davo piccoli morsi sotto le clavicole, vidi che aguzzava gli occhi verso la tv per cercare di leggere le scritte che scorrevano minuscole in basso durante il TG.

Dopo due settimane la situazione era diventata così grave che il governo decise di bloccare tutto per venti giorni: Bar, ristoranti, scuole, università, uffici dell’INPS, motorizzazioni, sexy shop, bische clandestine, sale giochi.

«Lo vedi?», fece lei, mentre avevo appena posato le chiavi di casa sul piattino del mobile all’ingresso. 

Quella sera -dopo la notizia- Fabio chiuse tutto e ci mandò a casa. Era da anni che non tornavo prima delle 9 di sabato sera. Era dalla seconda guerra mondiale che non si respirava quest’aria, anche se all’epoca l’aria si poteva respirare.

Passammo tutto il pomeriggio sul divano a commentare le notizie dei TG.

«Non so, c’è qualcosa di strano, l’hai visto Trump come non fa una piega?».

«Macché! Siamo tutti collegati con sta globalizzazione, le epidemie si diffondono prima! E poi Trump sta pensando alle elezioni, non può allarmare tutti!», risposi convinto.

«Si, ma ci hai fatto caso che muoiono solo  gli anziani?».

«E allora?».

«E allora? Quali sono le persone che pesano più allo Stato?», ribatté lei.

«I fashion blogger?».

«Se mi devi prendere per il culo mi sto zitta!».

«Scusa, e che non ci facciamo una risata da ore…».

«Vero, scusami, e che questa cosa mi fa incazzare. Chi, quindi? Gli anziani! Pagati per una forza lavoro che non c’è più! Non ti ricorda nessuno? Ci pensi?», disse lei concitata.

Rimasi in silenzio per quasi dieci minuti. Lei continuava a cercare le ultime notizie, mentre di tanto in tanto sbirciava verso di me con la coda dell’occhio.  Dopo altri dieci minuti senza dire una parola, si alzò e andò in camera.

«Comunque non muoiono solo gli anziani!», strillai. Sentii i cardini della porta traballare. «Tua sorella dice che da lei in terapia intensiva 10 su 100 hanno meno di trent’anni!», continuai a strillare, certo che non mi sentisse più.

Il giorno dopo mi svegliai verso le dieci e Alice picchiettava sui tasti del telecomando già da due ore a caccia di nuove notizie. Gli occhi rossi e la pelle secca che le si sbriciolava sul divano.

«Tesoro, perché non stacchi un po’ e facciamo colazione insieme?».

Si girò verso di me, e alzò fiera la tazza che teneva in mano.

«Tranquillo, già fatto!» rispose, tutta sorridente. Aveva gli angoli della bocca rinsecchiti e un po’ storti.

Mangiai uno yogurt con dei cereali seduto in cucina mentre stavo zitto a guardarla.

«Piccola, non è che ti stai lavando troppo?», feci a un tratto. Un pezzo di fiocco d’avena mi scrocchiò tra i denti.

«No!».

«Ma cosi ti rovini la pelle! Dove ti bacio?», dissi. Poi notai qualcosa sulle sue dita.

«Ti sei fatta male?», domandai.

«Io? No, perché?».

«Cosa sono quei cosi che hai sulle dita?».

«Ah, questi? Proteggono le dita. Li chiamano “preservatidita”, li ha fatti uscire la Durex, sono comodissimi!».

«Ma sei seria?!», urlai.

Senza rispondermi scattò in piedi ed iniziò a raccogliere magliette, pantaloni, maglioni e felpe sparse per tutta la casa.

Presi a seguirla passo passo, a qualche metro, per non darle troppo l’impressione di essere pedinata.

Nascosto dietro la porta del bagno, la vidi entrare in camera da letto; allora mi avvicinai. Stava aprendo l’armadio, prese il mio maglione nero, collo alto; quel maglione mi faceva sentire intelligente, sarà per Steve Jobs. Fatto sta che la situazione degenerò in fretta.

«Ma quello non è sporco!» urlai entrando.

«Come no?».

«Ma non lo vedi che è nell’armadio con le cose pulite?».

«Ti pare che non ti vedo? Te lo metti da tre giorni di fila. Ogni giorno poi lo pieghi e lo sistemi nell’armadio».

«Ma devo fare una lista delle cose che mi metto?».

«Di quelle sporche si! Siamo a casa, non capisco tutta questa eleganza!».

«Lo voglio mettere perché mi piace, ci sono problemi?», sentenziai io.

«Ti piace certo, io so solo che fa ancora puzza!»

«Puzza?». Magari sta scherzando, mi sta prendendo per il culo come al solito, pensai.

«Si, puzza di quella cagna della tua ex!».

No, non stava scherzando.

La mattina dopo mi svegliai verso le sei. Sentivo le narici in fiamme per la puzza di bruciato. Aperti gli occhi, vidi la stanza avvolta da una densa nube nera. Alice aveva dato fuoco al maglione e l’aveva lasciato a bruciare sul tappeto davanti al letto. Questo fu troppo anche per me.

Scattai in piedi, tirai le coperte e le gettai sul tappeto per spegnere le fiamme. Quando arrivai in cucina Alice era davanti alla tv come se niente fosse.

«Ti preparo le uova stamattina, tesoro?», fece lei sorridendo, mentre alla tv il bilancio era di venti mila contagi e oltre mille decessi in Italia.

«Io vado a fare una passeggiata» dissi, mentre avevo già messo il cappotto sopra il pigiama.

«Se non torni entro mezzogiorno da me è finita!» urlò, mentre avevo già chiuso la porta alle mie spalle.

Quando tornai verso le 15 la casa era completamente vuota. Anche i quadri africani in salone erano spariti, mostrando il marrone sbiadito della parete che avevo dimenticato.

Il giorno dopo il governo italiano annunciò una cura sperimentale che, in meno di un mese, debellò il virus e fece tornare tutti alla normalità.

Non so se ringraziare o insultare il signor Jian Chen, ma in ogni caso una cosa è certa: i matrimoni sono la rovina di questo mondo, e rappresentano una minaccia per voi stessi e per gli altri. Quindi, per favore, non sposatevi, mai!

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Roberto La Rocca

Nato a Catania nel ’94, frequento il corso di Lettere Moderne, e direi che non conosco molto altro di me stesso, a parte il fatto che detesto il radicchio, la gente che mangia rumorosamente al cinema ridendo a crepapelle durante un momento tragico o viceversa, e il Bloody Mary; se qualcuno al mondo lo beve ancora, vi prego spiegatemi perchè? Cosa vi hanno fatto di così tremendo le vostre papille gustative per mandar giù quell’intruglio nauseabondo di pomodoro e vodka?