La D.I.E.T.A. di Caltz

8' di lettura

Aveva passato una brutta nottata. Il bambino del vicino, al piano di sopra, aveva pianto tutta la notte. Sembrava come se in tutta la città non vi fossero altri suoni che i lamenti di quel poppante. 

In effetti, riusciva a distinguere anche un altro suono: il ciabattare stanco e assonnato del padre che ad ogni lamento dondolava il pargoletto, probabilmente nella vana speranza di una tregua. Allora si sentiva il pianto mutare gradualmente in un ritmico rumore di passi e un’accennata cantilena francese. La ninna nanna doveva funzionare; o almeno, su di lui aveva un effetto quasi immediato, ma non sull’infante, il quale dopo poco ricominciava il suo principale ufficio.

Sebastian, però, doveva andarci davvero in ufficio.

Tutte le mattine, alle 6:39, timbrava il suo cartellino e per le successive dodici ore diventava uno degli addetti ai reclami del SCV. Il Sistema di Controllo Vitale era stato reso operativo a Caltz da dieci anni ormai. Inizialmente accolto con grande euforia dai più salutisti, prevedeva l’obbligo per ogni residente della zona di fornire informazioni dettagliate in merito a condizioni psico-fisiche e abitudini alimentari a un apposito terminale denominato Visore di Controllo Interattivo. Il progetto Vita, così lo chiamarono i media, fu preso in grande considerazione dagli ambientalisti. Questi si organizzarono in grandi gruppi di manifestanti facendosi chiamare i Vitali, e professavano la cultura della vita, o almeno così la chiamavano. Convinti che l’unico modo per salvare il pianeta dalla distruzione fosse condurre una vita sana ed equilibrata, il loro motto era “Rispetta te stesso, rispetta il Mondo”. Si scoprì in seguito che, tra i principali attivisti di questo gruppo, vi erano personal trainers che portavano ai gruppi i finanziamenti delle palestre di tutto il mondo che si erano appositamente organizzate in una società ad azionariato diffuso, chiamata S.P.A., ossia Società Palestre Attive. Fu questa la principale critica che i loro avversari, i Comodi, fecero loro. Essa era una fazione nata da un’assemblea pubblica indetta dai circoli di burraco delle pensioni e dalle sale bingo e da gioco. I finanziamenti a questo movimento antagonista provenivano in maggioranza da fast food e proprietari di contenuti per intrattenimento multimediale. Produttori di serie tv e programmi televisivi, che per anni avevano fomentato l’ozio dei cittadini. 

Questo scontro epocale tra Vitali e Comodi risultava del tutto indifferente a quelli come Sebastian, per i quali ciò che importava era solo il proprio benessere; e a dirla tutta, il lavoro al SCV risultava essere forse il migliore impiego della sua vita. Si trattava solo di timbrare il cartellino e dare qualche visto ai tanti moduli di recupero che passavano quotidianamente sulla sua scrivania. Certo, i costanti controlli alle attitudini psico-fisiche che venivano svolti negli uffici risultavano essere snervanti. Due volte al giorno, tutti i giorni, come se la sua diagnosi avesse potuto mai avere qualche variazione nell’arco del tempo passato rinchiuso in quel buco di ufficio. Non era permesso neanche portare cibo o bevande da casa, bisognava servirsi alla mensa. Che mensa, poi; ogni dipendente poteva assimilare fino ad un massimo di 100 calorie al pasto, per un totale di tre pasti al giorno; la merenda era stata introdotta dopo i primi svenimenti… Già.

E proprio gustando la sua microporzione di riso decalorificato, del valore calorico di appena 68,3 calorie, Sebastian ricordava il sapore del cioccolato al latte che fino a poco tempo prima poteva mangiare tranquillamente seduto sul divano a guardare la sua serie preferita. Era grasso e flaccido allora, ma se la godeva. È anche vero che non riusciva a fare neanche una rampa di scale, tale era l’affanno che lo coglieva già dopo i primi tre gradini, ma una simile ristrettezza gli sembrava davvero esagerata. Spesso sentiva le forze venirgli meno quando, a fine giornata, lo aspettavano i cinque piani che lo dividevano dalla doccia e dal meritato riposo. Poi ci si metteva quell’essere rumoroso del piano di sopra che chiamavano “Bambino” e il suo inutile padre, che ci vorrà mai a farlo star zitto e dormire. Questi pensieri, così forti e malinconici, imperversavano nella mente del povero Sebastian, il quale adesso si apprestava a rimettere il vassoio con le stoviglie sporche nel ripiano del pulitore automatizzato, e che adesso, con passo svogliato e barcollante, si avviava stancamente a timbrare le ultime pratiche di recupero spoglie.

Triste lavoro, pensava; andare a recuperare i corpi dei morti, chissà dove li portavano poi. D’altronde, i cimiteri erano stati tutti chiusi. La campagna vitalista li aveva serrati e demoliti, “l’assembramento di corpi inanimati fa male al pianeta”, dicevano. “Per tale motivo nessuno più morirà”, dicevano. Eppure la loro dieta miracolosa non era efficace su tutti. In molti morivano perché incapaci di adattarsi alle nuove abitudini  alimentari imposte dal governo. Fu anche in questo modo che le fila dell’opposizione si assottigliarono. I Comodi si dimezzarono già dopo i primi due anni, e quasi nello stesso momento tutti i circoli ludici per anziani chiusero i battenti. Le catene di fast food furono invece bruciate e costrette alla chiusura definitiva già dopo i primi decreti attuativi del governo. Non circolarono più carni e bevande zuccherate dopo i primi sei mesi. Le industrie di cibi insaccati e merendine collassarono sotto il pesante giogo delle tasse, introdotte dal governo per limitare la produzione di cibi ritenuti venefici. Si arrivò al punto di far diventare reato anche il solo parlare di tali orribili materie.

Sebastian tornò a casa e dopo la consueta visita di controllo fu premiato per il suo perfetto stato di salute. La percentuale di grassi animali nel suo corpo era ancora del 3%, poco al di sotto dei limiti, ma era un chiaro segno che stava bene, o almeno questo diceva il terminale di controllo. Il premio fu un buono per l’iscrizione alla palestra più in vista della città, la McFitness; peccato che lui avesse già fatto l’iscrizione. D’altra parte era obbligatorio frequentare la palestra per tre ore al giorno, sei giorni su sette.

Sconfortato dalla ormai persistente sfortuna che evidentemente lo seguiva, si diresse verso il portone del palazzetto ove dimorava. Disinfettatosi nell’apposito macchinario posto all’ingresso, si apprestò a salire le scale. Un tempo c’era l’ascensore, ma ovviamente erano ormai stati banditi, quindi le scale e lo sforzo fisico erano l’unica via. Ma già dopo il primo piano cominciò a sentirsi strano; le gambe, che già normalmente non gli erano di gran sostegno, le sentiva tremanti e come se si sciogliessero. Arrancò fino al suo pianerottolo, ma proprio mentre tentava invano di inserire la chiave nella toppa, cadde, perdendo i sensi.

Si risvegliò qualche ora dopo, richiamato dal torpore in cui versava da uno stridulo pianto. Fu forse il fastidio a farlo rinvenire; una sensazione già provata, nelle notti passate, che lo fece rivivere con un sussulto.

E fu allora che vide il bimbo tra le braccia del padre, il quale mostrava più apprensione per lui piuttosto che per il suo stesso figlio. Quest’ultimo, invece, quasi a comprendere che qualcosa era successo, tacque il suo pianto e lo indicò sorridendo. Quel sorriso lo portò ad emozioni nuove. Un quasi impercettibile ghigno si fece strada tra le rughe del suo viso e l’intolleranza, che fino ad un momento prima lo pervadeva e muoveva, fu sostituita da tenue accondiscendenza. Il padre allora si avvicinò a lui e, mentre con un braccio teneva il bambino, con l’altro gli porse dei biscotti gluten free e un bicchiere d’acqua. Sebastian non aveva ancora detto una parola dal suo risveglio e si trovò in difficoltà a ringraziare per il gesto, tanto sentiva la bocca impastata. Al che fu Jonas, il padre, a parlare per primo. Gli spiegò di averlo trovato riverso a terra, stremato, a ronfare con le chiavi in mano e un buono per la McFitness accartocciato nell’altra. Allora aveva provato ad aprire la porta, ma ricordando quanto Sebastian fosse sempre stato molto riservato, pensò fosse meglio portarlo in casa sua. Mentre raccontava gli diede il bambino e corse a spegnere il fornello su cui il latte del piccolo era stato messo a scaldare. Il piccolo Paul, tra le sue braccia sottili, intanto, era come imbambolato ad osservarlo e, con aria da ebete, iniziò a tastargli il naso. Aveva sempre pensato di avere un naso gigante, ma mai così tanto da farlo scambiare per una palla da strizzare. Eppure tutto ciò lo divertiva: la straordinarietà di quella situazione, l’imprevedibilità di quella serata. Normalmente sarebbe già stato a letto, tentando di addormentarsi; d’altra parte, erano già le 21:17. Ciononostante, non voleva proprio separarsi da quei due. Infatti, non andò via prima di aver consumato con Jonas e Paul un lauto pasto. Carne rossa e cioccolato fondente, pietanze che Sebastian sapeva ormai essere introvabili.  Ma a quanto pare, o così almeno gli disse Jonas, il governo si era reso conto che gli esseri umani al di sotto dei sedici anni di età non si riuscivano a sviluppare bene senza una dieta che comprendesse, in equa proporzione, tutti i tipi di nutrienti. Così era stato costretto a consentire ai nuclei familiari ove fosse stata certificata la presenza di un minorenne il consumo di tali prelibatezze, le quali venivano fornite direttamente dal Ministero dell’Alimentazione.

Con la pancia piena e le energie ristorate, Sebastian prese commiato dai due e, quasi a malincuore, si diresse nel suo appartamento freddo e desolato. Tutta la notte e il giorno successivo ripensò a quei momenti. Il giorno dopo, al controllo vitale, riscontrarono un innalzamento dei valori di  grassi e zuccheri e gli raccomandarono di rettificare la propria dieta; ma il livello di serotonina e l’umore complessivo risultavano essere nettamente migliorati. Sarebbe stato così anche nei giorni a seguire dato che, da quello sfortunato episodio, si instaurò una cordiale amicizia e gioiosa tradizione tra Sebastian e i suoi nuovi amici. Passare il tempo con loro lo faceva stare bene, ma sapeva che non poteva continuare così. Era troppo rischioso, non voleva più avvicinarsi a quei due. Mangiavano la carne, era assolutamente contrario alla normativa sulla sana e corretta alimentazione. Tra l’altro lavorava in uno dei più importanti centri pubblici della città; con tutti quei controlli, l’avrebbero sicuramente scoperto.

Prese peso, i suoi valori iniziarono a non rientrare più tra i normali parametri e alla terza intimazione a stabilizzare la propria condizione fisica, disattesa, seguì il richiamo alla D.I.E.T.A., il Dipartimento Interno per l’Eversione e il Terrorismo Alimentare. Molti di quelli che finivano davanti al giudice supremo dell’apparato amministrativo ne uscivano distrutti, socialmente e psicologicamente. Disposero il licenziamento in tronco di Sebastian e la quarantena forzata nel suo appartamento. Un reparto dei Protettori, forze speciali alle dipendenze della D.I.E.T.A., si stanziò il giorno stesso nell’appartamento di fronte al suo. Monitorato ventiquattr’ore su ventiquattro, non avrebbe più avuto modo di uscire. Gli stessi procedettero alla perquisizione di casa sua, in cerca di elementi ritenuti illegali dal regime salutista e alimenti che avrebbero potuto spiegare il repentino cambio dei valori nutrizionali del soggetto 4673. Ma non trovarono nulla.

I Protettori si occupavano di tenere a bada i reflussi eversivi dei cittadini indisciplinati, i quali venivano indicati dalla D.I.E.T.A. nell’apposito  Registro degli Acidi. Nel registro venivano trascritti i nominativi di tutti coloro i quali presentavano un’alta presenza di acidi grassi nei propri parametri vitali, dato dal quale si determinava il mancato rispetto dei protocolli  alimentari da parte di tali soggetti. Il reparto, stanziatosi sullo stesso pianerottolo di Sebastian, aveva anche il compito di fornirgli cibo e bevande e di assicurarsi che questo rispettasse il regime alimentare prescrittogli. Nel caso in cui avesse sgarrato, sarebbero stati legittimati a eseguire una esecuzione sul posto.

Sebastian era consapevole del fatto che non ne sarebbe uscito vivo, non aveva mai sentito di nessuno che ce l’avesse fatta. Il regime alimentare che la D.I.E.T.A. predisponeva era rigidissimo e lo erano anche i Protettori. Tutto questo per cosa, poi? Per aver mangiato un po’ di carne e di cioccolato. Sarebbe finito sulla scrivania di un qualche suo collega; un protocollo di recupero spoglie sarebbe stato predisposto per lui e firmato da un denutrito collega che, nella sua infinita tristezza, avrebbe avuto modo di rallegrarsi del fatto di essere vivo a dispetto suo. 

Sarebbe morto da solo, era sempre stato da solo, ma mai quanto in quel momento sentiva la mancanza di una figura accanto a se. Iniziò a pensare ai genitori, morti perché incapaci di adattarsi a quella vita di disciplina e privazioni. Pensò ai colleghi, macchine incapaci di provare un’emozione calda e pura, sedati dalle restrizioni e persi nel circuito abitudinario che quella vita li aveva portati a instaurare. Pensò a se stesso, a com’era prima del regime, alla vita di allora e a quella che intraprese dopo, nella speranza di sopravvivere. In fondo non gli era mai importato altro che vivere un’ora in più rispetto agli altri. Eppure si sentiva bene, era consapevole di quello che gli sarebbe accaduto, ma c’era una cosa che doveva ancora fare, un’ultima volta. Prese il telefono e chiamò Jonas, per accertarsi che fossero in casa. Quando questo rispose, Sebastian gli chiese di passargli Paul, e al suono del suo ghigno dall’altra parte della cornetta, capì cosa aveva fatto sballare i suoi parametri: quella risata tenera e ingenua, quel sorriso che aveva ancora tanto tempo per piegarsi in un’arida e logica retta; quel pianto, che forse sarebbe poi diventato un lontano ricordo, e quella ninna nanna, che l’aveva accompagnato per tante notti insieme allo stanco dondolare di Jonas. 

Magari col tempo tutto sarebbe cambiato, magari no. A lui non era dato saperlo, ma voleva rivedere un’ultima volta i suoi amici, la sua orchestra.

Con questi pensieri, Sebastian si diresse verso la porta del suo appartamento. Controllò dall’occhiello la situazione in pianerottolo, la quale si presentava calma, almeno in apparenza, ed aprì.

Mostra il tuo sostegno con un "Mi Piace"!
  •