La domenica mattina

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Odiavo lavare i piatti. Da sempre, credo, sin da bambino. Il programma della domenica consisteva in un pranzo infinito, sproporzionato e di certo poco salutare, con un numero indefinito di commensali. E mentre lavavo i piatti, mi capitava di pensare: “un giorno vivrò da solo e non dovrò più lavare i piatti per così tante persone”.

Ero pigro, svogliato, con la testa fra le nuvole.

Una domenica mattina di dieci anni dopo mi sono accorto di molte cose: ho sempre utilizzato la spugnetta quando era necessaria la retina, ho sempre ignorato la spugnetta rovinando le padelle con la retina e, in ultima analisi, non era poi tanto male quando ero bambino.

Quella domenica mattina di dieci anni dopo ho preso la mia tazza bianca Starbucks, sbeccata, con il logo verde un po’ scolorito e andato, comprata all’estero. Ho versato il mio caffè, un po’ bruciato (decisamente bruciato), e ho ragionato sul fatto che sarebbe stato bello avere una tazza in più da lavare quella domenica.

Forse sta lì il tutto e forse tutti meriteremmo di lavare una tazza in più per la colazione, ogni domenica mattina.

E forse, forse, non importa quanto sia sbeccata, quanto sia sporca, malandata, incrostata o con fantasie strane e assurde. Forse sarebbe bello lavare una tazza in più, magari la tua. E l’ho capito incontrandoti, in ritardo (forse).

Qualche domenica mattina dopo, invece, era tutto diverso. Ascoltavo la tua voce mentre parlavi incessante: è una voce calda, ti accoglie dolcemente, con un pizzico di rabbia ed amore, con il tono di chi affronta la vita stizzita, di chi vuol vincere sempre e spuntarla, di chi riesce a valicare ogni muro.

-cos’è?- mi chiedi, entrando in cucina,

-pasta alla norma- rispondo,
-ti sei alzata tardi, ma devi ugualmente mangiare.-

I tuoi lineamenti si distendono presto, quasi in modo istantaneo, e ti tocchi piano i capelli, il tuo ciuffo che sa di domenica, di letto sfatto, di giornata in pigiama e di pioggia infinita. Di letture serali e di un film con cui addormentarsi sul divano. Mi guardi come se volessi dirmi tante, troppe cose, e puntualmente non le espliciti, inghiotti ogni parola e passi ad altro.

Paolo Francesco Reitano

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