“Uno, nessuno, centomila”… e un virus

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«La guerra moderna alle paure umane, sia essa rivolta contro i disastri di origine naturale o artificiale, sembra avere come esito la redistribuzione sociale delle paure, anziché la loro riduzione quantitativa.»

Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo polacco, esprime così la tendenza dell’uomo contemporaneo all’assorbimento passivo di modelli culturali e di condotta prevalenti in un determinato assetto sociale, facendo luce sulla dicotomia omologazione-individualismo, che schematizza la società post-moderna. Il sociologo inserisce la tendenza generale all’omologazione planetaria e all’alienazione del singolo in aperto contrasto con le peculiarità della società stessa in cui i fenomeni prendono piede: narcisismo, ambiguità, rinuncia al futuro. La società contemporanea cerca, da un lato, di creare un prototipo di “uomo/donna” che rispecchi certi canoni fisici, psicologici, sociali e di imporre come “giusto” quel dato modello, servendosi dei mezzi di diffusione mediatica per attuare un processo di brainwashing; dall’altro, fomenta lo spirito individualistico del singolo, volto ad una realizzazione quasi totale in tutti gli ambiti della vita quotidiana, arricchendolo di false illusioni che trovano le loro radici non in una certezza passata, ma in una speranza futura. In questo scenario, forte è la tendenza nell’identificare come “altro”  chiunque si sottragga al meccanismo sopracitato, con la conseguenza di un’inevitabile emarginazione del “diverso”, appunto.

Oggi, è stato sufficiente l’essere più piccolo dell’Universo, un virus, per mandare in tilt questo sistema. Muovendo dalle debolezze dell’animo umano, facilmente identificabili con le paure in lui insite, si è dato vita ad una vera psicosi collettiva, cioè ad un fenomeno di apprensione, timore e caos, che si è fatto e continua a farsi strada tra le menti di tutti. Da questo fenomeno deriva la consapevolezza che, adesso, “l’altro” siamo noi, e in questo consiste la falla della società contemporanea nell’accezione in cui si è vista fino ad ora, dal momento che «siamo noi i migranti che nessuno vuole, siamo noi che veniamo respinti alle frontiere, scansati negli aeroporti, rifiutati nei resort. Un che di nuovo, ma anche di antico.», citando lo psichiatra Pietro Pietrini.

I primi Paesi ad averne subito le conseguenze sono stati Cina e Italia, dove per primi si è diffuso il virus. Adesso che l’epidemia ha assunto i caratteri di una pandemia, “tutti” ci siamo trovati ad essere “l’altro”, sia in larga che in piccola scala, sia in riferimento al piano internazionale e nazionale, sia nei riguardi della quotidianità. L’isolamento, la quarantena, l’emergenza sanitaria ed economica, mettono in luce, giorno dopo giorno, le paure e la solitudine al centro della vita dell’uomo contemporaneo, che cerca di colmare le sue mancanze rifugiandosi nei social o cantando dal balcone ad orari programmati. Si fa leva anche su un insensato senso patriottico che rischia di essere esasperato fino ad un malsano nazionalismo, destinato a venir fuori quando l’emergenza sanitaria cesserà di essere tale e il focus sarà il disastro economico venutosi a creare. Ci si dimentica che il virus, oggi, è protagonista della sofferenza non di un singolo Stato, non di un singolo uomo, ma dell’intera umanità; elemento che rende necessaria la collaborazione di tutti affinché questo momento di crisi possa essere superato in un futuro tanto prossimo da poter essere considerato presente.

“Uniti ce la faremo”, ma uniti chi?

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Rebecca Leonardi

Nata a Catania il 10/03/2001.
Diplomata con lode presso il liceo classico Nicola Spedalieri di Catania.
Studentessa di Giurisprudenza all'Università degli Studi di Catania.
Amante della cultura in tutte le sue declinazioni.